mercoledì 10 gennaio 2018

LECTIO: II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B)

Lectio divina su Gv 1,35-42


Invocare
O Dio, che riveli i segni della tua presenza nella Chiesa, nella liturgia e nei fratelli, fa’ che non lasciamo cadere a vuoto nessuna tua parola, per riconoscere il tuo progetto di salvezza e divenire apostoli e profeti del tuo regno. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
35Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli 36e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». 37E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. 38Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?». 39Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
40Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» - che si traduce Cristo – 42e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» - che significa Pietro.

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo, cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
Giovanni è l’evangelista del profondo, dello sguardo. È colui che invita ad alzare lo sguardo per trovare il volto di Gesù nei nuovi volti della quotidianità.
Fare l'incontro con Cristo, nel NT, segna per chi lo incrocia sulla strada una scoperta contrassegnata dallo "stupore e dalla gioia di una salvezza ritrovata" (Preghiera eucaristica III).
Partendo dal luogo del Battesimo di Gesù, riprendiamo le parole del Battista che fanno riferimento al Messia (richiamandosi alla profezia sul Servo di Dio, testo di Isaia) la chiamata dei primi discepoli, che lo riconoscono Messia e Figlio di Dio e le nozze a Cana di Galilea, luogo in cui si rivelò la “gloria” di Gesù. La scena dell'incontro di Gesù con il Battista e con i primi tre discepoli avviene “al di là del Giordano” (vv 28.35): siamo probabilmente nei pressi di Betania della Trangiordania dove il battezzatore svolgeva generalmente la sua missione profetica. 
Il quarto vangelo inizia il suo racconto presentando la settimana inaugurale della vita pubblica di Gesù (cfr. Gv 1,19-2,12), quei giorni nei quali Gesù ha incominciato ad apparire come un rabbi.
La scena è girata nell'arco di quattro giorni. Il primo giorno in cui una delegazione di sacerdoti viene da Gerusalemme nel deserto per interrogare Giovanni sulla sua identità (1,19-28); segue un secondo giorno (1,29-34) in cui il Battista indica il suo discepolo come “Servo” oppure “Agnello di Dio” (l’aramaico talja’ può rivestire entrambi questi significati) e la chiamata dei primi tre discepoli.
Il terzo giorno – quello narrato dal brano evangelico odierno – Giovanni indica Gesù a due suoi discepoli, Andrea e il discepolo amato, invitandoli a seguirlo. Il quarto giorno è Gesù stesso a chiamare dietro a sé altri due discepoli, Filippo e Natanaele (cfr. Gv 1,43-51).

Meditare
v. 35: Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli.
Siamo ancora sulle rive del Giordano, sul luogo del battesimo, il luogo dell’Epifania della Trinità di Dio. Qui, l'evangelista scandisce il susseguirsi degli avvenimenti riguardanti la testimonianza del Battista innanzi ai suoi discepoli e la chiamata dei discepoli in tre giornate (cfr. “Il giorno dopo”: v. 29.35.43).
Il “Il giorno dopo”, in questo versetto, è il secondo giorno, dopo la solenne testimonianza del Battista nei confronti di Gesù presentato come l' “Agnello di Dio” (v.29). Questa volta è insieme a due discepoli, nel medesimo luogo.
Giovanni è pronto a lasciare ciò che è stato fino adesso. Il verbo al passato, stava, ne segna il tempo.
v. 36: e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!».
Il versetto parla ancora di testimonianza. Abbiamo due personaggi: uno fermo, Giovanni, nel medesimo luogo, l’altro, Gesù, in movimento, sta passando. La missione di Gesù è un costante camminare “verso” Gerusalemme.
Il Battista, vedendo Gesù che cammina poco distante da là, ripete le stesse parole del giorno precedente (Gv 1,29; Is 53; Es 12; Gv 19,36; Ap 5,6.12), indica Gesù ai suoi discepoli. L’indicazione è preceduta dal verbo fissare (emblépsas), che va oltre al semplice guardare con attenzione; fissare, indica l'atto di guardare dentro, quasi penetrando nell'intimo dell'animo dell'osservato.
Il Battista non fa altro che contemplare il passaggio di Gesù nella sua vita che non è un passare qualunque, di un Gesù frettoloso. È il passaggio di Colui che viene, che cerca l’uomo, che cerca i suoi discepoli. I Padri avevano compreso che il passaggio di Gesù è una vocazione. Bisogna stare attenti al proprio cuore per essere in grado di riconoscere Gesù. Sant’Agostino aveva una forte paura di ciò: «Io ho paura di Gesù che passa e non ritorna» (Sermone 88, 14, 13).
Il versetto si chiude con la solenne proclamazione che non ha solo la funzione di sottolineare l'importanza di questo titolo messianico, ma di preparare e favorire la vocazione dei suoi due discepoli indicando Gesù come il Servo sofferente. Inoltre, è da sottolineare che il Battista, pur riconoscendo il suo ruolo di ponte, di “voce”, si fa da parte: egli non è geloso, anzi spinge i suoi ad andare oltre la sua persona: “Egli deve crescere e io invece diminuire” (3,30).
v. 37: E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Il verbo “parlare” che nel testo greco suona con “laluntòs”, è espressione che implica una rivelazione. Nel versetto troviamo il vocabolo contenuto nella tradizione della fede del popolo ebraico: shemà che nel testo greco suona kousan. Tale vocabolo indica non soltanto la percezione del suono materiale delle parole, ma la comprensione del significato, come dimostrerà il loro contegno immediato.
L’Evangelista annota un altro termine importante: seguirono (“èkoluthesan”), verbo che indica il movimento concreto ma anche la sequela di Gesù (tema spesso ripreso dai quattro vangeli) e il cammino verso il compimento delle promesse di salvezza.
v. 38: Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?».
La Parola, che è sempre in movimento, mette in movimento chi l’ascolta, chi la segue, chi la pratica. Nonostante ciò Gesù reagisce ai due discepoli che iniziano a seguirlo e rivolge loro una semplice domanda: che cosa cercate? L’espressione letterale zēteîte indica sia cercare che volere, verbi che contengono in se un desiderio.
Se l'iniziativa della sequela sembra apparentemente appartenere ai due discepoli, il fatto che sia Gesù per primo a rivolgere loro la parola sta ad indicare come sia lui in verità il protagonista della chiamata. Gesù stesso lo ricorderà: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (15,16).
La domanda di Gesù rimane la domanda di chi si mette in cammino, di chi vuol seguire Gesù, sempre. Infatti, la ritroviamo all’inizio della passione di Gesù (18,4.7) e in un luogo di morte coperto dalla gloria della risurrezione quando Gesù risorto rivolge la domanda alla Maddalena (20,15). È una domanda importante che tende a scavare le intenzioni più intime. Ora il cercare non conduce facilmente a trovare (cfr. Ct 5,6). La ricerca consiste in un lasciarsi trovare.
Gli risposero: «Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?».
I due rispondono con una domanda chiamando Gesù con un termine particolare: Rabbi. Nell’ebraismo, un rabbi è un maestro della Torah. Questa parola ha una sua radice, rav che significa grande, venerato. L’allievo che dice “Maestro mio” è il modo per relazionarsi con un maestro della Torah. 
Il termine viene usato anche per il Signore. Infatti la Maddalena presso il sepolcro riconosce il Risorto e piena d’amore dice: “Rabbouni!”, che significa «Signore mio!» (Gv 20,16). Dopo anche Tommaso acclamerà: «Signore mio e Dio mio!» (Gv 20,28).
Il verbo abitare si ricollega al dimorare o rimanere. Qui non si sta chiedendo l’indirizzo di casa ma il luogo teologico. Il meneis vuole indicare quel dove rimani. Gesù sarà chiaro in questo quando parlerà sulla vera vite, sul “rimanete in me e io in voi” (Gv 15,4), quando i discepoli fatta l'esperienza di stare con lui lo accoglieranno nella loro vita, nel loro cuore. Infatti, dimorare, rimanere in Lui significa condividere la sua stessa vita, la sua vita divina e anche il seguirlo nel cammino della croce e della risurrezione.
v. 39: Disse loro: «Venite e vedrete».
La risposta di Gesù è quasi lapidaria. Due i verbi: “Venite e vedrete”. Questi verbi nel quarto vangelo sono espressioni tecniche per indicare la chiamata e l'azione del discepolo: questi deve andare a Gesù e vedere, ossia aprirsi alla sua rivelazione. È Gesù che invita ad andare a lui e si va a lui al fine di poter “vedere” ovvero accostarsi alla sua esperienza (cfr. 1Gv 1,1-5). È un’esperienza di vita che si fa interprete del desiderio dell’uomo, del desiderio di Dio. Abbiamo due verbi ma uniti tra loro che in Giovanni ha uno stretto contatto con il verbo credere (vedi Gv 6,37.44).
Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
L’evangelista sottolinea un verbo “menein”, che significa rimanere, restare, abitare. Esso sta a significare una strettissima comunione di vita che è riflesso di quella che sussiste anzitutto tra il Figlio e il Padre e che viene estesa, partecipata, a tutti coloro che credono in lui.
Per il discepolo si tratta di un “permanere-restare” che scaturisce anzitutto da un ascolto costante della Parola: “Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: Se rimanete (méinete) fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli” (8,31).
Dopo la sottolineazione del verbo, l’evangelista sottolinea l’orario: l’ora decima, ovvero circa le quattro pomeridiane. Come mai questa precisazione cronologica?
Quest’indicazione non è casuale, vuole segnare una svolta nella vita di chi vuol seguire Gesù. Forse è una pausa per ricordare che in quel momento il singolo discepolo è stato chiamato con un nome nuovo. Il nome può essere lo stesso della nascita, ma con Gesù assume un carattere speciale.
vv. 40-41: Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» - che si traduce Cristo -
Ecco spuntare il primo nome: Andrea, fratello di Simon Pietro. Il verbo che accompagna è “udire” cioè un richiamo all’obbedienza. Questi saranno i primi a mettere in pratica, i primi ad ascoltare e seguire Gesù.
Al v. 41 sparisce la parola Rabbi per far posto ad una nuova parola pregnante: Messia/Cristo. Sembra una sorte di professione sulla messianicità di Gesù. Andrea si reca dal fratello, l’annuncio viene fatto per contatto diretto, e lo conduce docilmente a Gesù. Il nome Simone significa “docile all’ascolto”. Egli sarà l’uomo che si farà condurre docilmente, sempre (cfr. At 2,1-4, e 13-36; 2,38; Gv 21,18-19).
v. 42: e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» - che significa Pietro.
L’incontro con Gesù è in uno sguardo amoroso, perché ci conosce fin nelle nostre viscere. Egli accoglie il terzo discepolo e lo “trasforma in modo nuovo”; gli cambia il nome da Simone in Ke'pà' che significa Roccia, Pietra, Pietro. In Mt 16,18 abbiamo il commento esegetico sul nome. Origene scrive: “Gesù dice che egli si sarebbe chiamato Pietro, traendo questo nome dalla pietra che è Cristo, poiché come saggio viene da saggezza e santo da santità, così allo stesso modo Pietro dalla pietra”.
L’evangelista Giovanni vuole dare un altro carattere: Pietro appartiene a Gesù che lo ha reso nuovo, l’ha plasmato secondo un disegno divino. Sarà la Pietra su cui si scatenerà le forze degli inferi, ma non prevarranno.

La Parola illumina la vita e la interpella
Ritrovo nella mia vita cristiana i verbi ascoltare, vedere, seguire che ancora oggi Gesù mi rivolge?
Oggi quel “Cosa cerchi?” è rivolto anche a me. Come rispondo?
Ricordo l’ora in cui hai scoperto che Gesù passava nella tua vita? Quando hai avvertito che la vita, le situazioni, ti interpellavano in prima persona e che eri chiamato a vivere la lealtà alla tua coscienza?

Pregare Rispondi a Dio con le sue stesse parole
Ho sperato, ho sperato nel Signore,
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
una lode al nostro Dio.  

Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo».         

«Nel rotolo del libro su di me è scritto
di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero;
la tua legge è nel mio intimo».

Ho annunciato la tua giustizia
nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai. (Sal 39).

Contemplare-agire  L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità…
Rileggo con attenzione questa Parola e ripeto più volte l’incontro per far fiorire nella mia vita Colui che fa nuove e belle tutte le cose.



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