venerdì 31 marzo 2017

LECTIO: V DOMENICA DI QUARESIMA (Anno A)

 Lectio Divina su Gv 11,1-45

Invocare
Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso,  perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi.
Egli è Dio e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Leggere
1 Un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. 2 Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. 3 Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». 4 All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». 5 Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. 6 Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. 7 Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». 8 I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». 9 Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10 ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». 11 Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo». 12 Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». 13 Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. 14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto 15 e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». 16 Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
17 Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. 18 Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri 19 e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. 20 Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21 Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22 Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». 24 Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». 27 Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». 28 Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». 29 Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. 30 Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31 Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.  32 Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». 33 Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, 34 domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». 35 Gesù scoppiò in pianto. 36 Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». 37 Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». 38 Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. 39 Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». 40 Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42 Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». 43 Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». 44 Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». 45 Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
Il Vangelo di Giovanni, subito dopo il prologo, si apre con il "libro dei segni" (1,19-12,50) dove Dio si rivela al mondo attraverso l'attività pubblica di Gesù. Il libro dei segni è strutturato in cinque blocchi (1,19-51; 2,1-4,54; 5,1-10,42; 11,1-12,36; 12,37-50).
Il brano di questa domenica è racchiuso nella IV sezione e chiude la prima parte del Vangelo di Giovanni e, in qualche modo, la rivelazione pubblica di Gesù. Il cammino è circondato dal dramma della luce accolta o rifiutata. C'è da prendere nuovamente posizione davanti al dramma della morte e della vita. L'opposizione dei giudei, nel frattempo, si fa violenta e avrà la sua conclusione con un verdetto finale: la morte di Gesù (cfr. 11,45-47). Quest'ultima sezione, nell'insieme del IV Vangelo, trova il motivo di fondo nell'introdurre il discepolo all' "ora" della morte e della gloria di Gesù attraverso il dono della vita. Questo è quanto troviamo nella pericope "dedicata" alla risurrezione di Lazzaro: Gesù che dona la vita all'uomo col risuscitarlo dai morti. Per Giovanni questo è il segno per eccellenza che riassume tutta l'opera di Gesù.
L'episodio è strutturato in due parti: 1) il dramma della morte e della vita (vv. 1-44); 2) il Sinedrio decide la sorte di Gesù condannandolo a morte (vv. 45-48).
La Liturgia chiude il brano sulla reazione di chi crede (v. 45), quasi a testimonianza per noi, oggi.

Meditare
vv. 1-3: Un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato.
Questi versetti raccolgono una ambientazione introduttiva. Siamo a 3 km da Gerusalemme, Betania, la casa dell'afflizione o dei poveri. L'attenzione è presso una famiglia dove abitano tre fratelli: Marta, Maria e Lazzaro. Quest’ultimo è malato. Il suo nome significa “Dio aiuta” ed è l’unico malato nel Vangelo di Giovanni che porta il nome. Betania è un villaggio. Lespressione “il villaggio” significa resistenza alla novità di Gesù. Il villaggio è il luogo condizionato dalla mentalità della città, è il luogo della tradizione, il luogo attaccato alla tradizione e resistente alla novità portata da Gesù. In questo villaggio Gesù non entra perché è il luogo della morte.
Lazzaro ha due sorelle: Maria e Marta. La prima sembra occupare un posto particolare nel Vangelo.
Tre persone, figura di una comunità che sperimenta i limiti e la malattia.
Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
Qui levangelista anticipa quello che ci sarà nel capitolo successivo. Levangelista anticipa la resurrezione di Gesù, perché Gesù dirà” conservate questo profumo per il momento della mia morte" (12,7). Purtroppo non lo faranno ne dovranno comprare altro; ma quello che non hanno compreso è che la vita di Gesù è capace di superare la morte.
Giovanni identifica questi personaggi con l'appellativo "amati da Gesù". L’amato o il prediletto indica il discepolo, ma non “il cocco di Gesù” perché l’amore di Gesù è uguale per tutti. Levangelista vuol mostrare in Lazzaro quali sono gli effetti delladesione a Gesù.
Però l'episodio non volge sulla caratteristica dei personaggi o sul significato dei loro nomi, ma sulla malattia di Lazzaro. Al di la di questo fatto, come a Cana (2,3), Gesù non si lascia commuovere: l'opera di Dio ha la sua “ora”.
vv. 4-6: All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro.
È la stessa affermazione pronunciata per la malattia del cieco: quando gli chiesero se avesse peccato lui o i suoi genitori Gesù rispose: Né lui, né i suoi genitori hanno peccato, ma è così perché si riveli la gloria di Dio (Gv 9,3). Ciò significa che i miracoli di Gesù non sono solo gesti di carità ma segni per la fede e rivelano un Dio amore. Lazzaro, non dimentichiamolo, è un discepolo e come per ogni discepolo, la malattia non lo condurrà alla morte, perché lincontro con Gesù cambia la situazione e lidentità della persona, gli comunica e gli trasmette una vita nuova, risorta.
L’evangelista sottolinea che questa malattia non condurrà alla morte. Infatti, c’è una malattia che conduce alla morte: il peccato.
Quindi la malattia di Lazzaro è destinata ad essere luogo di manifestazione della sovranità di Dio sulla morte.
Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava.
I versetti chiudono con una indicazione cronologica che non vogliono essere una spiegazione o risposta sull'agire di Gesù, ma in qualche modo vogliono indicare che il suo andare a Betania coinciderà con il suo andare verso la croce, verso la gloria (cfr. 7,6-8). Coincideranno con il suo terzo giorno.
vv. 7-10: Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?».
Da questo momento inizia un dialogo tra Gesù e i discepoli. Per aria gira un certo sbalordimento. I discepoli non riescono a comprendere le parole di Gesù. Gesù da quel luogo era scappato perché aveva dichiarato:” Io sono il pastore”, dichiarando illegittimi e illegali tutti gli altri pastori. E non solo. Sono anche assassini del loro gregge perché lo uccidono per il proprio interesse. I sommi sacerdoti hanno tentato di ammazzarlo, ecco la paura dei discepoli. Ora, tornare in Galilea significa andare nella “tana del lupo”. I capi infatti per ben due volte avevano minacciato di lapidarlo (cfr. 8,59; 10,31 e 39).
Gesù però torna perché è meglio “dare la vita per i propri amici” (13,15), fino a dare la propria vita di Figlio di Dio e sarà questa la vita eterna nostra: sperimentare che Dio ci ama così.
Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».
Del pensare dei discepoli Gesù cambia visuale e utilizza l'immagine della dodicesima ora, presa dal mondo giudaico che misurava il tempo in dodici ore. In esso troviamo il tema della luce e delle tenebre (cfr. 9,4) o della vita e della morte: “Solo ancora per un po' di tempo la luce è in mezzo a voi. Camminate finché avete luce, affinché non vi sorprendano le tenebre. Chi cammina nella tenebra non a dove va. Finché avete luce credete nella luce” (12,35-36).
Gesù è venuto per completare la sua dodicesima ora. Ciò significa che la giornata di Gesù fra la gente, sarà fino all'ultimo istante della sua vita secondo il disegno del Padre. Poi sarà la notte... ma Gesù, luce del mondo, è Colui che nessuna tenebra può sconfiggere (1,5), perché "Colui che ama il suo fratello, dimora nella luce e non inciampa nel suo cammino" (1Gv 2,10).
Qui l’invito a camminare nella luce, a seguirlo se no rischiano di inciampare. Camminare nella luce significa farsi irrorare da quella luce che scaturisce dalla Croce per capire il grande amore di Dio per loro, per tutti.
vv. 11-12: Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo».
In questo gruppo di versetti si riprende il discorso sulla morte dell'amico Lazzaro, riconosciuto da Gesù come "l'amico che dorme" e che deve essere ridestato dalla morte (Mc 5,39). Spesso morte e sonno vengono associati, soprattutto nel Nuovo Testamento. La morte non è la fine di tutto ma solo un momento passeggero, come il sonno.
Una connotazione da non sottovalutare. Nei versetti precedenti, Lazzaro viene presentato come l’amico di Gesù. Adesso Gesù stesso dice “il nostro amico”. Lamicizia è una relazione normale fra i componenti della comunità e tra questi e Gesù. Inoltre, prima Lazzaro veniva descritto malato, infermo. Adesso dormiente.
Qui Gesù sdrammatizza la morte perché non è la parola definitiva, la chiama “sonno” e il sonno è il riposo dalla fatica del giorno per il risveglio all’alba nuova.
vv. 12-13: Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno.
Qui viene utilizzato un verbo a doppio senso (sôzō) che viene tradotto con “si salverà”. Il verbo vuol significare liberare da una angustia sia fisica che spirituale. L'evangelista lo usa volutamente per indicare il risveglio della vita con la risurrezione. I discepoli però non capiscono e pensano che il suo dormire dipenda dalla malattia. Il loro equivocare riguarda il non comprendere il senso della vita e della morte. Ambedue sono comunione con il Signore della vita.
Gesù tralascia il dare ulteriori spiegazioni in merito sul sonno-morte poiché saranno i discepoli stessi testimoni dell'evidenza.
vv. 14-16: Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Gesù irrompe nell’equivoco dicendo che Lazzaro è morto, così come muoiono tutti. Però il versetto vede un Gesù tra la compunzione e la gioia. La gioia indicata nasce dal fatto che Gesù compiendo il segno più grande, ridare la vita a un morte, potrà consolidare la fede dei discepoli. Egli riconosce l'imminenza della sua morte, comprende che è giunta la sua ora (al contrario cfr. 2,24; 7,30; 8,20).
Gesù qui si mostra come Colui che è in grado di liberare l'uomo dalla morte e di far nascere nel cuore dei discepoli la fede come risposta radicale alla salvezza offerta da Dio.
L’atteggiamento di Tommaso è evidenziato dall’evangelista. Nel versetto aggiunge un aggettivo: “didimo”, che significa “gemello”. Gemello di chi? Dalla inconscia prontezza vorrebbe assomigliare a Gesù nel seguirlo fino alla morte. Ma di quale morte vuol morire Tommaso e la comunità?
Forse, Tommaso non ha compreso che non si tratta di morire con lui, ma di dare la vita come lui.



vv. 17-24: Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello.
Gesù arriva a Betania. Lazzaro è già nella tomba da quattro giorni. I versetti raccolgono una fede imperfetta. L'ambiente è quello delle tradizioni funeree (cfr. 2Sam 10,2) che duravano sette giorni (Sir 22,11). A quei tempi si pensava che lo spirito del defunto vagasse per tre giorni attorno al corpo del defunto e lasciava il corpo al quarto giorno, quando iniziava la corruzione (cfr. v. 39). Inoltre, era abitudine seppellire lo stesso giorno della morte.
Il numero quattro è simbolico. Esso indica l’universo, il mondo, poiché quattro sono gli angoli della terra, quattro i venti principali, quattro i punti cardinali. Qui vuol indicare che tutto va a finire nel sepolcro. In greco sepolcro si dice “mnemeîon” che possiamo tradurre con “memoriale”, difatti il sepolcro è la “memoria fondamentale dell’uomo”. Tra l’altro “memoria”, “morte” hanno la stessa radice, noi siamo “memoria di morte” perché sappiamo che la nostra parte, la nostra sorte è quella lì, veniamo dalla terra, torniamo alla terra e per di più ne abbiamo la coscienza ed è questa coscienza che ci fa umani.
Il ricordo di Betania, che dista da Gerusalemme, non è altro che ricordare che proprio in quel luogo Gesù morirà e risorgerà.
Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa.
L'arrivo di Gesù fa assumere un atteggiamento diverso nelle due sorelle. Marta si presenta dinamica (cfr. Lc 10,40). Maria invece mantiene la calma e si dedica alle persone (cfr. Lc 10,39.42).
Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno».
L'atto confidenziale dell’amica Marta, in attesa di un miracolo, mostra la sua fede imperfetta perché legata alla presenza fisica di Gesù. Gesù, invece, vuole condurla a una fede matura.
Marta è condizionata da una fede legata al passato, non coglie in Gesù il Messia che è venuto per sconfiggere la morte, per donare alle persone una vita di una qualità tale che è capace di sconfiggere insieme al Risorto la morte.
Marta non ha ancora compreso che Dio e Gesù sono un'unica cosa. Marta pensa che Gesù sia un inviato da Dio, un profeta di Dio, il più eccellente, straordinario e lo mette alla pari di un mediatore tra Dio e luomo.
Il dialogo tra i due è sulla risurrezione di cui Marta ne è certa ma in un futuro lontano. Lei crede che la risurrezione sia alla fine dei tempi e quindi questo non porta consolazione o conforto a chi piange la persona amata. Per questo Gesù cambia radicalmente il concetto della vita, il concetto della morte e il concetto della risurrezione.
L'atteggiamento di Marta si basa su un livello terreno e non di una fede piena, matura. Se Maria, la madre di Gesù, a Cana disse ai servi fate tutto quello che vi dirà (2,5), qui è la dimostrazione che non è sempre facile rimettere tutto nelle mani di Cristo.
vv. 25-27: Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno».
Alla paura della morte, alla paura della vita, alla paura del cielo e della terra, alla paura dell'altro questa è la risposta di Gesù. Essa è un invito a fare il passaggio da una fede imperfetta a una fede adulta, piena. Anche al Calvario succederà la stessa cosa. Gesù, dall’alto della Croce, rivolge al malfattore crocifisso alla sua destra: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43).
“Dio si è veramente mostrato, è diventato accessibile, ha tanto amato il mondo «da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16), e nel supremo atto di amore della Croce, immergendosi nell’abisso della morte, l’ha vinta, è risorto ed ha aperto anche a noi le porte dell’eternità. Cristo ci sostiene attraverso la notte della morte che Egli stesso ha attraversato; è il Buon Pastore, alla cui guida ci si può affidare senza alcuna paura, poiché Egli conosce bene la strada, anche attraverso l’oscurità” (Benedetto XVI).
Gesù dice “Io sono”. È il nome di Dio pronunciato al presente e non al futuro. Gesù è la fonte della risurrezione (6,39.40.44.54) e della vita (5,11.25) presenta la risurrezione come una realtà attuale e non futura (5,25). Insieme a questa realtà vi è anche una dichiarazione importante sulla vita e sulla morte: “chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”.
Per coloro che accolgono il dono nella fede esso diventa operante fin da ora. Nell'affermazione di Gesù non abbiamo solo la morte fisica ma anche la morte spirituale. Gesù non resuscita i morti, ma è venuto a comunicare ai vivi una vita nuova: partecipare alla vita del Risorto (cfr. Col 2,12).
Questo vuol indicare che chi crede in Lui è libero dalla morte. San Paolo direbbe: “per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1,21).
Credi questo?
Ecco la domanda che capovolge la situazione. Che mette a nudo la realtà della vera fede. Infatti, la parola «credere», è un fatto molto importante: non implica solo accettare le verità annunciate da Gesù, ma aderirvi con tutto l'essere e ciò significa vivere “in Lui”. Gesù lo ha confermato: “se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte” (8,51). Gesù non ci chiede di «comprendere», ma di «credere»! Non si può non essere felice: in ogni credente c’è la Vita.
Queste le parole in cui credere: che Lui è risurrezione e vita, vivere in comunione con Lui è già vivere ora la vita eterna di Dio. È già avere lo Spirito santo, lo Spirito promesso ai tempi del Messia, Spirito che aprirà i nostri sepolcri, ci risusciterà e noi conosceremo chi è il Signore.
Gesù dinanzi a questo messaggio sollecita a dare una risposta.
Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Marta dopo aver percorso il suo cammino verso Cristo è pronta a professare. Ella capisce che Dio e Gesù sono la stessa cosa. Ella poggia la sua fede non sull'uomo taumaturgo ma sulla Parola di Colui riconosciuto come Messia, Figlio di Dio, Colui che deve venire nel mondo. Tre titoli attribuiti a Gesù.
Professare la fede in Cristo significa risorgere, significa far risorgere quel morto che è dentro di noi. Marta, risorge prima di Lazzaro perché lo Spirito di Dio ha aperto il suo sepolcro imbiancato (cfr. Ez 37,13-14). Ora vive dell’amore eterno, vive di Dio.
vv. 28-32: Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama».
Cambia il personaggio. Inizia il dialogo di Gesù con Maria. Abbiamo già visto che Marta si presenta come la donna agitata, mentre Maria come colei che è capace di attendere. Però tutte e due sono chiamate a professare la stessa fede nella risurrezione. È l'iniziativa di Dio alla risposta di fede. Maria è pronta all'incontro con slancio d'amore e di speranza.
Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.
Anche Maria è risorta. Il versetto dice che “ella si alzò”. Sia il testo greco che il testo latino (vulgata) usano il verbo della risurrezione. La gioia della risurrezione spinge il cuore in fretta per unirsi al cuore del Risorto.
L’incontro non è nel villaggio. Ricordiamo che il villaggio è legato alla morte e Gesù è la risurrezione e la vita. Per incontrarlo, bisogna andare fuori da ciò che è la tradizione. I Giudei presenti sono il pensiero di questa tradizione.
Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! ».
Maria giunse nel luogo dove Gesù si trovava. Questo luogo è un luogo teologico in quanto Gesù è lunico santuario, il nuovo tempio, dal quale si irradia la vita e la gloria di Dio.
L'atteggiamento di Maria è diverso da quello di Marta: nel suo dolore si affida al Signore. Maria come il cieco illuminato, come Giàiro (Mc 5,22), il samaritano lebbroso (Lc 17,16), cade ai piedi di Gesù per adorarlo, perché riconosce in lui una persona divina.
Per il credente la morte non è separazione da Dio senza speranza, si fonda sulla risurrezione di Gesù.
vv. 33-37: Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!».
Il pianto di Maria è pianto di dolore aperto alla speranza. Maria è circondata anche dal dolore degli astanti. Gesù di fronte a questi atteggiamenti “freme nell'intimo e si turbò” (così dice il testo greco). Non si sa di preciso di quest'atteggiamento di Gesù, però quando i poveri piangono anche Gesù si emoziona, piange.
Qui troviamo la natura umana e divina di Gesù, l'amore tra Gesù e i membri della comunità. Nella natura umana troviamo un Gesù che si arrabbia, sbuffa. Nella natura divina troviamo un Gesù che interviene e il suo intervento sarà la Croce perché sente compassione, patisce il nostro male, più che se fosse suo perché ci ama.
Gesù chiede il luogo della sepoltura. Gesù domanda “dove”. Già altre volte abbiamo visto a cosa rimanda questa espressione. Tutta la Bibbia è un correre di Dio alla ricerca dell’uomo e lo trova. Purtroppo nel suo sepolcro.
Il Vangelo presenta per la prima volta Gesù dinanzi alla cruda realtà della morte dove provò quel nodo alla gola. Il suo pianto serve ad irrorare l’Adamo, il terroso, perché sia sempre fecondo.
Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Non mancano qui le chiacchiere di coloro che non credono e dubitano. Inconsciamente viene espressa una verità: Gesù è la luce per gli occhi spenti del cieco nato ed è la vita per chi è morto come Lazzaro.
In questo versetto vi è una domanda che somiglia alle domanda odierne: Gesù cosa fa? Freme, si turba, versa
lacrime. Cioè condivide totalmente la nostra sorte. Proprio per questo, appunto, sappiamo che nella nostra morte siamo in comunione con lui il Figlio e in comunione con il Padre e quindi siamo liberi già ora.
vv. 38-42: Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra.
Per la terza volta Gesù si commuove (“fremette”: vv. 33.35.38). Gesù si trova a compiere un grande gesto: manifestare la gloria di Dio e sconfiggere la morte.
Il termine grotta, letteralmente spelonca, è lo stesso che nel libro della Genesi, si adopera per la grotta, per la caverna, dove vennero seppelliti i tre grandi padri del popolo di Israele, Abramo, Isacco , Giacobbe e con le loro mogli. Ciò significa che Lazzaro è stato seppellito alla maniera giudaica. Questo significa la non comprensione della novità di Gesù e la pietra posta sopra è segno che tutto è finito.
Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni».
Gesù da l'ordine di togliere la pietra. C'è una pietra posta sulla nostra stessa tomba, tra la vita e la morte. La cecità è tanta che l'osservazione volge sullo stato di decomposizione del corpo. Marta non ha preso ancora piena coscienza della sua fede professata in precedenza nel Maestro. Questa fede vacilla di fronte alla realtà. La realtà sembra contraddire quello a cui si crede. La fede deve precedere l'opera di Dio. "Se la fede non precede, la vita buona non può seguire" (Sant'Agostino).
Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra.
La resurrezione di Lazzaro può essere vista soltanto con gli occhi della fede da quelli che credono, quelli che non credono non vedono niente. Ed è importante quello che Gesù dice: “Se credi, vedrai”.
A Gesù avevano chiesto: “Quale segno tu ci fai perché vediamo e crediamo” (6,30). Gesù, invece, inverte la formulazione, occorre credere per poter vedere. Il segno non conduce luomo alla fede, è la fede che conduce al segno.
Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato».
Sgorga allora il rendimento di grazie (Sal 118,21) al Padre, che da sempre ascolta il grido dei poveri, degli afflitti (Es 2,24; 3,7; Sal 9-10).
Gesù qui non chiede ma ringrazia. L’evangelista usa lo stesso verbo per indicare l’eucarestia. Egli collega strettamente leucaristia e la resurrezione. Il dono generoso di quello che si è e di quello che si ha, espresso nel farsi pane per gli altri, quello che permette alle persone di avere una vita capace oltre la morte.
Quanto avviene al sepolcro del povero aiuta a credere al dono del Padre, che in Gesù ridona la vita a Lazzaro.
vv. 43-44: Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Finisce il rendimento di grazie e inizia il comando detto a gran voce, quasi a richiamare il fatto creativo di Gen 1, dove Dio trasse dal nulla tutte le cose con la potenza della sua Parola, così il Figlio con la potenza della sua Parola, chiama fuori dal sepolcro l'uomo deposto.
Gesù grida Lazzaro vieni fuori. Però l’evangelista non dice che Lazzaro uscì, ma che il morto uscì. Lazzaro è risorto, è nell’amore di Dio.
Un altro particolare dell’evangelista è che descrive il morto con i piedi e le mani legati con bende e il viso avvolto da un sudario. Una descrizione non usuale tra i giudei. Questo perché Lazzaro è legato come un prigioniero, prigioniero della morte. Nel Libro dei Salmi la morte è descritta come una prigionia. Per esempio dice: “mi stringevano funi di morte, ero preso nei lacci dello sheol, mi avvolgevano i lacci della morte” (Sal 116,3). La morte veniva considerata essere legati mani e piedi.
Per il sudario il riferimento è al profeta Isaia quando afferma: “il Signore strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia, cioè il sudario, di tutti i popoli, eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio, asciugherà le lacrime di ogni volto” (Is 25,7-8).
Colui che esce, quindi non è Lazzaro. Lazzaro sta già nella gloria del Padre. Anzi con quel lasciatelo andare vuol indicare proprio questo cammino verso la gloria del Padre.
I Discepoli, noi, la comunità abbiamo bisogno di cambiare mentalità e liberarci di un Lazzaro morto e legato con le funi della morte. Gesù è vincitore della morte che libera l'uomo dalla schiavitù della morte simboleggiata dalle bende (cfr. Mt 16,19). Anche Lui attraverserà tutto questo, ma sarà diversamente: la pietra è tolta, le bende per terra e il sudario piegato e messo in un angolo a parte (20,7) e la presenza di Dio attraverso due angeli (20,12).
v. 45: Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.
La pericope si conclude con una serie di versetti (45-48) che riguardano la congiura dei capi contro Gesù, di cui la liturgia odierna propone solo il primo, dove si osserva che molti dei giudei, credettero in lui.
Il segno sembra raggiungere il suo scopo, ma in realtà l'evangelista subito dopo (vv. 46-48) annota una scissione: altri restarono chiusi alla rivelazione di Gesù e si recarono dai farisei, i quali, convocato il sinedrio, decretarono la morte di Gesù (v. 53).
Nella Bibbia troviamo sempre delle chiusure in riferimento all'atto di fede. C’è una moltitudine di gente che esce dalla città fortificata, da un cuore indurito, che esce simbolicamente dalle sicurezze della propria vita. Affrontano, non solo fisicamente, un cammino che evidentemente non è solamente spaziale.
Per comprendere, per capire una realtà è necessario distaccarsene, allontanarsi dal luogo di tensione, togliere la crosta che abbiamo addosso per ritornare alle origini, al progetto di Dio.  

La Parola illumina la vita
Quale provocazione raccolgo per la mia adesione di fede dal vangelo di questa V domenica?
Anche io sono come i discepoli: trattengo Gesù e l'opera di Dio o come Maria mi affido?
A quale vita aspiro: quella piena proposta da Gesù, nella prospettiva del dono di sé e della resurrezione, o quella che si identifica con la semplice ricerca del benessere e della longevità?
Come rispondo al comando di Gesù: rimango chiuso/a con una pietra posta a ridosso oppure credo?
Dove posso incontrare oggi Gesù, che viene ancora nella nostra vita?
So vedere i segni che anche oggi si compiono nella mia storia personale e in quella collettiva? in particolare come reagisco alla manifestazione della morte?

Pregare Rispondi a Dio con le Sue stesse Parole…

Dal profondo a te grido, o Signore;
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia supplica.

Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi ti può resistere?
Ma con te è il perdono:
così avremo il tuo timore.

Io spero, Signore.
Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.
L’anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all’aurora.

Più che le sentinelle l’aurora,
Israele attenda il Signore,
perché con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione.
Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe. (Sal 129)

Contemplare-agire
Non attaccatevi ai mezzi che conducono a Dio ma soltanto a Dio e alla sua divina volontà del momento (San Pier Giuliano Eymard).


Nessun commento:

Posta un commento