giovedì 18 maggio 2017

LECTIO: VI DOMENICA DI PASQUA (A)

Lectio divina su Gv 14,15-21


Invocare
O Dio, che ci hai redenti nel Cristo tuo Figlio, messo a morte per i nostri peccati e risuscitato alla vita immortale, confermaci con il tuo Spirito di verità, perché nella gioia che viene da te, siamo pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
15Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 18Non vi lascerò orfani: verrò da voi. 19Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.  21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
Continua il discorso di addio che Gesù ha rivolto ai suoi discepoli durante l'ultima cena e che avevamo cominciato a leggere domenica scorsa. Il discorso si fa più ricco e intenso.
Gesù annuncia che sta lasciando i suoi discepoli ma promette loro che non li lascerà soli. Con la discesa dello Spirito Santo e nell'amore verso il Padre e il Figlio tutti i credenti in Cristo saranno continuamente accompagnati dal suo amore. Tranne per il “mondo”, quello spazio dell’incredulità che continua a vivere nella menzogna.
Nel brano abbiamo parole che al primo impatto non hanno bisogno di spiegazioni. Infatti, come si fa a spiegare l’amore? Ma le parole che troviamo sono tutte in relazione e quindi è importante entrarci dentro per vivere meglio la relazione.
La chiave di apertura e chiusura è amare Gesù chiave della vita cristiana. Il Cristianesimo infatti, non è una cultura (anche se può assumere qualsiasi forma di cultura) è l’amore per Gesù, per questa persona, per quest’uomo. Il Cristianesimo non è fatto di obblighi, di alimentazioni particolari, preghiere particolari, etc. È amore di una persona. Che è il mio Signore. Che amo, perché mi ha amato e ha dato se stesso per me.
La Liturgia, nel clima della fede pasquale, accompagna il brano evangelico dell’esperienza dello Spirito con la nascita della chiesa in Samaria (At 8,5-8.14-17).

Meditare
v. 15: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti
Al capitolo precedente Gesù aveva parlato di un amore reciproco. Ora invita ad amare Lui. Perché? Perché anche questo è amore reciproco.
L’osservanza dei comandamenti, nel brano odierno, viene ripetuto due volte qui e al v. 21. Possiamo ancora riscontrarlo, nella lettura per esteso, ai vv. 23 e 24.
Il ricordarlo riconduce a quell’unica parola che ripercorre ogni pagina biblica e che in Giovanni è fondamentale: amare. Per questo termine, nell'originale greco l’evangelista usa agapao il verbo che nella Scrittura indica l'amore di Dio per gli uomini.
Infatti, amare e osservare i comandamenti sono sempre in relazione reciproca, di modo che l'una riflette l'altra, tutti e due dicono la medesima cosa.
Osservare i comandamenti del Signore è l’invito che risuona fin dall’inizio della creazione d’Israele (Dt 6,4-5.17). La predicazione profetica, la riflessione sapienziale, il canto dei Salmi non sono altro che un continuo invito ad amare il Signore unico. L’amore deve essere fedele, aderire alla sua Volontà, essere grati che Egli ama in tutto e che comanda di amare Lui e del medesimo amore amare il proprio prossimo (Lv 19,18).
Osservare vuol dire “guardare bene, con cura, per conoscere”, ma vuol dire anche “praticare”: è una pratica, cioè l’amore diventa conoscenza, ma anche pratica, diventa “fare”. Fare che cosa: i suoi comandi.
v. 16: e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre
L’osservanza dei comandamenti è una condizione per ricevere il Paraclito, lo Spirito Santo. Gesù si presenta implicitamente come «Paráclito», egli è il primo (cfr. 1Gv 2,1); lo Spirito che lo sostituisce o, meglio, che continua la sua opera presso i discepoli è «un altro» Paráclito.
Il dono di un altro Paráclito non si riceve per mezzo di qualche merito, ma solo per intercessione del primo Paráclito. Lui pregherà il Padre, per ottenere a noi da parte del Padre, il dono che è il suo dono, il Paráclito. Cos’è il Paráclito?
Il termine paràcletos al participio passivo: significa “chiamato presso qualcuno”, in latino advocatus. Esso appare solo nei discorsi giovannei dell'addio ed è riferito solitamente allo Spirito Santo, tranne che in 1Gv 2,1 in cui qualifica Gesù come intercessore celeste.
Lungo tutti i Discorsi d'addio, distribuiti in cinque testi (Gv 14,16-17; 14,26; 15,26-27; 16,7-11; 16,13-15), viene presentato il ruolo del Paraclito in aspetti diversi, che ne chiariscono a poco a poco la portata.
Il nostro versetto dice, che il Paráclito ha la funzione di "rimanere con voi per sempre", cosa che commenta il suo stesso nome.  
In Mt 28 Gesù dice ai discepoli che resterà per sempre in mezzo a noi. Ciò si realizzerà con la presenza di un altro Paráclito.
v. 17: lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Un versetto particolare, molto sconosciuto in quanto non ci rendiamo conto di questa presenza dello Spirito Santo.
Il Paraclito è lo «Spirito della verità» (14,17; 15,26; 16,13). Questa espressione per indicare lo Spirito di Dio è propria degli scritti giovannei.
Dire “Spirito di verità” evoca la rivelazione di Gesù-verità. Infatti, Gesù ha già proclamato di essere “la via, la verità e la vita”. Spirito della Verità vuol dire lo Spirito vero, la Vita vera. Che cos’è la vita vera? È la vita di Dio. Che cos’è la Vita di Dio? È l’amore tra Padre e Figlio. E questo amore tra Padre e Figlio viene dato a noi, anzi è sempre con noi.
Questo Spirito di verità non è per tutti, ma solo per chi ha accolto e conosciuto la Verità. Sembra che esista una opposizione tra i discepoli e il mondo. Gesù si manifesta ai discepoli ma non al mondo (v. 19); così sarà pure dello Spirito: i discepoli lo possiedono, il mondo no.
La manifestazione di Dio opera sempre una «krisis» (separazione). Infatti, Gesù si è qualificato come “spada” (Mt 10,34) che è l’efficacia della Parola di Dio quando è accolta. Poi in Mt 10,35 si qualifica come un “divisore” (cfr. anche Lc 12,51) in un mondo che non riesce a percepire lo Spirito nelle sue manifestazioni. E non lo percepirai mai finché resterà nascosto nella menzogna, nell’egoismo, nella paura. Dopo, infatti, inchioderà sulla Croce il Signore della Vita e dell’Amore.
v. 18: Non vi lascerò orfani: verrò da voi.
In ogni comunità Giovannea possiamo cogliere le difficoltà di fede. Qui appaiono divise da un pensiero: ormai si possiede lo Spirito Santo non abbiamo più bisogno della presenza di Gesù. Questo pensiero comprometteva e compromette il fondamento stesso della fede cristiana!
L’evangelista, in contesto particolare ricorda che Gesù è cosciente della sua prossima dipartita e lo presenta come un Padre. Il termine “orfano” riecheggia questo particolare. Quindi Giovanni ribadisce perciò il ruolo sovreminente del Figlio glorificato, a cui rimane subordinata l'attività dello Spirito.
I discepoli non saranno mai abbandonati da Gesù. Egli è il Presente e il Veniente. Il riferimento al suo ritorno indica il giorno della risurrezione ma anche nel giorno della Parusia, il suo ritorno definitivo alla fine dei tempi. Gesù va via dai discepoli col corpo ma viene con lo Spirito, con la pienezza di vita, con l’amore.
v. 19: Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete.
Il mondo della menzogna tra poche ore appenderà Gesù sulla Croce e quindi non lo vedrà più. Non sarà così per i discepoli, per chi con Lui risorge, con Lui passa dall’egoismo all’amore.
Qui abbiamo il fondamento della nuova vita in Gesù: la sua risurrezione. Egli è il Vivente e in Lui tutti vivono. La fede si fonda su questo. Solo il vero discepolo vivrà di ciò.
Il versetto è accompagnato dal verbo “vedere” (“theorèin”) che non indica un banale constatare con gli occhi, ma uno sguardo attento, scrutatore, interessato, capace di penetrare profondamente una realtà e di andare oltre ciò che è visibile. È una esperienza del tutto nuova. Non esteriore ma interiore, nell’intimo. Dio non è incorniciato tra nubi, roveti e altari ma in quell’esperienza intima, possibile solo se c’è una sintonia, una medesima lunghezza d’onda tra Dio e la sua creatura. Questa lunghezza d’onda si chiama amore e chi ama vede Dio anche nelle piccole cose, perché Dio è nel suo cuore.
v. 20: In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Ancora una volta l’evangelista fa chiarezza. Anzitutto parte da “quel giorno”. Di quale si tratta? Nell’AT è il giorno del Signore; è il giorno della fine del mondo, il giorno in cui Dio rivela la sua Gloria, il giorno in cui salva l’uomo: è il giorno della Resurrezione.
Poi fa conoscere ai discepoli in un colpo d’occhio la persona di Gesù di Nazareth e i discepoli conosceranno chi in realtà era e scopriranno che cosa significa per loro credere in lui.
In seguito, nell’affermare la presenza di Gesù nel Padre e del Padre in Gesù che è stata affermata in Gv 14,10-11 come oggetto di fede, fa capire come Gesù è amato infinitamente dal Padre.
Ora lo stesso amore, la stessa presenza si realizzerà tra il Figlio e i discepoli. È un amore reciproco, entra nell’intimo, nella vita: “non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me” (Gal 2,20). Ed è questo il dono pieno del suo Spirito. È un amore che diventa unione sponsale. Il capitolo 15 spiegherà il particolare nel discorso della vite dei tralci del capitolo 15.
v. 21: Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Invertendo alcune parole, il versetto riprende quello iniziale e chiude il brano liturgico. L’esperienza storica di Gesù di Nazareth ha comportato un incontro, un appello, la proposta di dialogo con un tu. Un incontro faccia a faccia al di la se l’abbiamo accolto, amato o rifiutato.
Questo è il principio generale della vita cristiana: possedere e conservare i suoi comandamenti, questi, e solo questo è amare lui (cfr. 1Gv 5,3). L'amore per il Figlio è trasformante; chi ama il Figlio diventa come il Figlio ed il Padre li amerà dello stesso amore e vivrà di questo amore, perché Dio è amore.
L’osservanza non sarà solo esteriore, ma nascerà dall’accordo profondo della volontà, dall’adesione spontanea dello spirito e del cuore a questa Parola, scoperta, vissuta e amata come il senso della propria vita.

La Parola illumina la vita
Cosa significa per la mia esperienza osservare i comandamenti di Gesù?
Il mio rapporto con il Signore Gesù è un rapporto d’amore, oppure no?
Il mio cuore sa farsi luogo di custodia, di memoria costante, di affetto e calore nei confronti della Parola?
Come è possibile che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo dimorino in me?
Ho mai sentito la presenza accanto a me e in me dello Spirito Santo?
Sono pronto ad accettare con disponibilità e umiltà questa consolazione, il vero consolatore, che viene dall’alto? O mi fido, ancora, molto più delle consolazioni che trovo io, che mendico di qua e di là?

Pregare  Rispondi a Dio con le sue stesse parole…
Acclamate Dio, voi tutti della terra,
cantate la gloria del suo nome,
dategli gloria con la lode.
Dite a Dio: «Terribili sono le tue opere!

A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome».
Venite e vedete le opere di Dio,
terribile nel suo agire sugli uomini.

Egli cambiò il mare in terraferma;
passarono a piedi il fiume:
per questo in lui esultiamo di gioia.
Con la sua forza domina in eterno.

Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio,
e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio,
che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia. (Sal 65)

Contemplare-agire
Nella mia pausa contemplativa, rileggo questa Parola di vita ripensando e meditando profondamente, se possibile ogni giorno, una porzione di questa Parola per vivere di Dio amore.


venerdì 12 maggio 2017

LECTIO: V DOMENICA DI PASQUA (A)

Lectio divina su Gv 14,1-12 


Invocare
O Padre, che ti riveli in Cristo maestro e redentore, fa' che aderendo a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a te, siamo edificati anche noi in sacerdozio regale, popolo santo, tempio della tua gloria. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
1 Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: «Vado a prepararvi un posto»? 3Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. 4E del luogo dove io vado, conoscete la via».
5Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». 6Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
8Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: «Mostraci il Padre»? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre.

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
Questo brano si pone all'interno del discorso di “addio” che Gesù pronuncia per i suoi discepoli durante l'ultima cena (cfr. cc. 13-17).
L’AT presenta dei discorsi similari, con dei tratti caratteristici. Il morente si congeda dai suoi e talvolta dal popolo, ricordando e invitando ad assumere un certo stile di vita, in particolare nei confronti della Legge. Qualche volta affida una particolare missione. Forse l’Evangelista Giovanni riprende questi discorsi già in uso per orientare le comunità nascenti.
Cosa sono i discorsi di addio? Semplicemente un invito ad entrare in relazione intima con Gesù e continuare la sua missione nel mondo. I testi non si presentano di comprensione immediata. Ma Lui è presente, anzi ci ha lasciato lo Spirito Santo.  
Due testi biblici fanno da sfondo a questo discorso di addio: l'intero libro del Deuteronomio, che altro non è che il discorso di addio pronunciato da Mosè prima della sua morte, e il salmo 42-43, che parla di turbamento e di lontananza, di desiderio di rimanere in comunione con Dio.
Questo è il primo discorso di addio iniziato in 13,33 e che termina in 14,31. Qui Gesù traccia il cammino da percorrere: Egli è la via, la verità e la vita.
Questo discorso al pari del successivo (cc. 15-16), presenta una costante atmosfera di commiato da parte di Gesù riguardo agli apostoli, e forti esortazioni alla fede e all’amore.

Meditare
v. 1: «Non si turbi il vostro cuore! Credete in Dio, e credete in me.
Questa parola, nel suo duplice aspetto, corrisponde al ritornello del Sal 42-43, in cui l'orante vuole vincere il turbamento che agita la sua anima e si esorta a sperare fermamente nel suo Dio. Anche noi viviamo il nostro turbamento. Gesù però non vuole turbamenti ma solo chiarezza, quella chiarezza che viene dalla fiducia.
Le parole: “Non sia turbato il vostro cuore”, vengono riprese alla fine del capitolo quando Gesù dice ancora: “Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore” (v. 27), quindi è proprio il motivo dominante di questo capitolo. Il versetto richiama le parole di Mosè quando ormai se ne va e dice al popolo: “State tranquilli, non abbiate paura, vedrete, abbiate fede in Dio” (Es 14).
Fare un discorso di addio significa affidare a Dio una o più persone. Nel nostro linguaggio, la parola addio, risulta più un saluto ma è un affidamento.
L’evangelista usa il verbo "credere" (pisteúein), un imperativo presente. È una esortazione ad “appoggiarsi con forza su...”. Questa grande fiducia è accompagnata da alcuni verbi: credere, conoscere, sapere, vedere, mostrare. Questa è la fede e diventa antidoto al turbamento (anche a quelli odierni)!
La fede di cui parla Gesù fa appello alla stessa fede dell'ebreo che non si considera mai indipendentemente dal proprio legame con Dio, Colui che dona alla creatura la stabilità della roccia (cfr. Nm 24,21; Dt 32,4.15.18; 2Sam 22,2.22.47; Mt 7,24-25). Fa appello anche alla fede nella sua persona: anche se non possono ancora seguirlo, i discepoli debbono continuare ad appoggiarsi su di lui, con la stessa fermezza con cui si appoggiano a Dio stesso. Solo quando ci sta questa chiarezza, questa fiducia non ci sarà nessun turbamento.
v. 2: Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: «Vado a prepararvi un posto»?
Un versetto particolare, commentato nella storia e con divergenze diverse. L’evangelista, come Gesù, è stato chiaro. La parola “molte” ha il senso dell’abbondanza della salvezza, della grazia divina.
Gesù sembra che abbia detto altre volte di una preparazione del posto. Un riferimento l’abbiamo in Gv 12,26: “Dove sono io, là sarà anche il mio servo”.
Nel versetto troviamo sottolineato “la casa” e “la dimora”. Questo particolare lo riscontriamo nel Sal 42. Poi Gesù indica il “posto” da preparare. Si tratta di un luogo preparato con cura. Dal momento che il termine greco in Gv 11,48, come spesso nella Bibbia, indica il Tempio, possiamo fare un riferimento a quel santuario-tempio che è Gesù stesso. Nel Vangelo Gesù aveva chiamato la casa del Padre suo il tempio: “Avete fatto della casa del Padre mio una spelonca di ladri” (Gv 2,16). Quindi il tempio è la casa del Padre mio e nello stesso racconto dice: “Distruggete questo tempio – che è la casa del Padre mio – ed io lo riedificherò in tre giorni... e parlava del suo corpo” (Gv 2,19-21). 
Allora, la casa del Padre chi è? È il Figlio, il suo corpo. Una volta preparato il posto, Gesù ritornerà e condurrà i discepoli presso di sé, dunque presso Dio. Questo posto preparato da Gesù è Lui stesso. Egli è la nostra casa, il luogo dove dimoriamo (Gv 14,23: cfr. At 7,46; 1Gv 3,15).
Qui sta la chiarezza di Giovanni. Qui sta la chiarezza di Gesù e la chiarezza riguarda un po’ tutti: riguarda la persona, riguarda il cristiano, riguarda l'uomo perché riguarda il senso della vita.
Nella nostra vita è importante sapere dove ci troviamo, dove stiamo di casa. Diversamente siamo solo in esilio, fuori dalla dimora (vedi il figlio prodigo lontano dalla casa paterna), dal mondo e fuori da una identità.
v. 3: E quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, vengo di nuovo e vi prenderò con me, affinché dove sono io, siate anche voi.
Questo versetto è in relazione con quello precedente in quanto tutti e due spiegano dove va Gesù e annunciano il suo ritorno.
L’andarsene di Gesù è in riferimento al suo amore estremo. Nel suo andare egli dona il suo Spirito. Proprio andandosene, proprio dando la vita per noi, Gesù ci viene totalmente incontro con il suo amore e ripete: “Sono qui, per te, conosco il tuo cuore”. Il suo ritorno mostra che la sua partenza ha proprio come fine il "preparare loro un posto". Quest'espressione è ripetuta due volte.
Più volte Gesù fa riferimento a questo posto. Egli, infatti, è nel Padre. Il Figlio amato non può che essere nell’Amore e l’Amore non può che essere nei figli del Figlio amato, nell'oggi della comunità postpasquale.
Quindi il suo ritorno non è proprio alla fine dei tempi ma in quell’amore estremo: “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32).
Gesù dando la vita per me, amandomi, fa sì che possa amarlo anch'io con lo stesso amore e l’amore fa star di casa insieme, uno abita dove ama. E dove abitiamo? Nel Padre se abbiamo lo stesso amore del Figlio, cioè se ci amiamo come lui ci ha amati.
v. 4: E del luogo dove io vado, conoscete la via.
Da questo versetto fino al v. 11 Gesù da una indicazione di come il Padre si lascia incontrare. Questa indicazione non è da paragonare ad un evento da attendere passivamente. I discepoli devono fare la loro parte, seguendo Gesù nella strada da lui tracciata, andando incontro al Padre. L'immagine della “via” è universale per indicare l'orientamento di un'esistenza o una scelta decisiva da compiere. Quale è questa strada? E qual è la via? È la via dell’amore compiuto, è la via del lavare i piedi, è la via del boccone dato a Giuda, è la via del dono, è la via del perdono, è la via che ci riconduce alla casa del Padre, è l’unica via, quella dell’amore che ci fa essere con lui e come lui.
L'immagine della “via” abbonda anche nella Bibbia, dove «la via che conduce alla vita» è opposta alla «via che conduce alla morte». Israele ha sempre osato credere che Dio gli manifestava le sue vie per rischiararne il cammino e farlo entrare nella Promessa. E la via della vita per eccellenza era la legge rivelata a Mosè.
Quando Gesù dice: “Io-Sono la via” (Gv 14,6) non intende dire che ci apre il cammino e noi dobbiamo arrampicarci per conto nostro, no è la via che ti conduce.
v. 5: Gli dice Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?».
Gesù suppone che i suoi discepoli abbiano imparato da lui la strada che conduce al Padre e, che Gesù è Colui che li conduce. Tommaso pensa, anche a nome degli altri, che non sa dove stia andando Gesù. Non conosce la via, non conosce la casa.
Nel 1997 Jovanotti nell’album “Albero”, incise la canzone “Questa è la mia casa”. Nel testo si dichiara di aver smarrito la via ma che si trova in cerca di essa, perché vuole tornare a casa e ritrovare la sua dimensione. Purtroppo non sa, come Tommaso, dove si trova. 
Anche se Tommaso si era dichiarato pronto ad accompagnare Gesù che andava in Giudea, a rischio della vita, per risvegliare Lazzaro (Gv 11,16), all’improvviso dice “non sappiamo...”. Lo capirà più tardi quando dovrà constatare i segni della passione, i segni della crocifissione, i segni della gloria.
v. 6: Gli dice Gesù: «Io sono la via e la verità e la vita; nessuno viene al Padre, se non per me.
La risposta è lapidaria e si presenta come una sovrana dichiarazione. Anche se Gesù è il soggetto della frase, essa si pone nell'orizzonte della ricerca del Padre.
Ciò che Gesù dice a Tommaso innanzitutto è “Io-Sono”. Questo è il nome di Dio con il quale si è rivelato ed è il modo con il quale Gesù in Giovanni parla di sé. Qui il nome è specificato in tre definizioni. Altrove ne troviamo altre.
Qui dice Io-Sono la via. Che cos’è la via? In genere la via ha sempre un riferimento con la casa. Gesù viene dalla casa del Padre e torna alla casa del Padre. Il suo stare in mezzo a noi non è altro che mostrarci questa via di casa. Ed è quanto fa l'Evangelista Giovanni.
Egli pone l'accento sulla via. Gesù dichiara che egli è la via, l'unica, che conduce al Padre. Ora l’unica via è quella dell’amore. Quello stesso amore che è via, verità e vita.
Gesù, in questo suo tornare al Padre, sembra dire a Tommaso e ai discepoli di ogni tempo: quelle parole di vita che hai ascoltato dalla mia bocca, che non è altro che amore ti condurranno al Padre. Io sarò per voi e per tutti via, verità e vita. È quanto da significato al nostro peregrinare.
v. 7: Se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio. Fin d'ora lo conoscete e lo avete visto».
Questo versetto cerca di spiegare meglio il fatto che Gesù sia la via. Il verbo conoscere si ripete tre volte con modi diversi. Osserviamo attentamente: prima è al congiuntivo passato ed implica che i discepoli debbano aver già conosciuto Gesù. Poi è al condizionale, se hanno conosciuto Gesù hanno conosciuto anche il Padre. Poi passa al presente: già da ora lo conoscete. In un solo versetto cambia più volte una declinazione. Cosa vorrà dire?
Il verbo conoscere ha un senso profondo: indica un'esperienza, una relazione intima tra due persone e appartiene al linguaggio biblico che esprime l'Alleanza tra Dio e il suo popolo.
La parte finale del versetto, completa: essi lo hanno anche visto, è un fatto già accaduto e attuale. Ma secondo l'AT Dio non si può vedere! I discepoli sono "ancorati" a questa tradizione dell'AT. Ancora si sente l'eco del salmo 42 (quando vedrò il volto di Dio?). Eppure è la relazione con Gesù che permette di "vedere" il Padre. 
v. 8: Gli dice Filippo: «Signore, mostraci il Padre, e ci basta».
La reazione di Filippo, "mostraci il Padre", sembra equivalere alla richiesta di una teofania, analoga alla preghiera di Mosé a JHWH "Mostrami la tua gloria!": essa esprime il profondo desiderio presente nell'uomo e in particolare nell'israelita: l’origine nel Padre.
Anche il Sal 42 esprime la stessa cosa: “Dov’è il tuo Dio? Fammi vedere il tuo volto! Quando verrò e vedrò il tuo volto?, perché il tuo volto è salvezza del mio volto, nel Tuo volto ritrovo il mio di figlio, so chi sono io”. Il salmo esprime quel rapporto sempre più difficile e impegnativo tra Dio e l'orante, che ne è l’anima più viva e più vera, lungo tutti i suoi diversi tornanti. 
Filippo ha capito questa profondità interiore umana: il problema fondamentale di ogni uomo è capire il Padre. Capire quell'essere "ad immagine e somiglianza"; capire me stesso è rispecchiarmi in Gesù, nel Padre. Allora chiedo: mostrami questo Padre! Chiedere questo significa chiedere la vita eterna.
v. 9: Gli dice Gesù: «Da tanto tempo son con voi e non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre: come tu dici: "Mostraci il Padre"?
Gesù risponde in maniera ironica. Egli è venuto proprio per questo motivo: mostrare il volto del Padre.
Il Vedere indica qui una percezione nella fede, la conoscenza di una presenza indubitabile e che dà vita. Il nostro passo corrisponde alla fine del Prologo: attraverso il Figlio, il credente è alla presenza del Padre stesso.
Questa affermazione, è il compendio di tutto il Vangelo. Chi ha visto me, il Figlio amato dal Padre e che ama i fratelli, ha visto esattamente il Padre, perché solo il Figlio è uguale al Padre. Cioè l’uomo Gesù è la rivelazione piena di Dio.
v. 10: Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
La prima cosa che Gesù ci mostra del Padre è che lui è nel Padre e il Padre è in lui. Cosa vuol dire? Gesù ha ripetuto continuamente che il Padre ama il Figlio e che il Figlio ama il Padre. Ecco, questo amore fa si che una persona diventi dimora dell’altra.
La seconda è che le parole del Figlio sono le stesse parole del Padre, anzi il Figlio è la Parola del Padre, anzi il Padre è la Parola detta al Figlio. Il Padre chi è? È quello che dice la Parola al Figlio. E il Figlio cosa fa? Realizza quella Parola, è quella Parola detta dal Padre.
Gesù fonda il "vedere" nel fatto che il Padre abita in lui, e questo è affermato a tre riprese: la prima e l'ultima in un appello a credere, la seconda nella frase finale che sottolinea l'agire del Padre: "è il Padre che rimanendo in me, compie le sue opere".
Le opere, sempre distinte in Giovanni dalle parole, hanno valore di segni: sollevando una domanda sul loro autore, rivelano l'unità di azione del Figlio con il Padre.
v. 11: Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
Il versetto cela una sorta di fatica dei discepoli a credere. Fanno fatica a capire che Dio si incontra non è un fatto di “catechesi”. Quindi accettare di incontrare Dio in Gesù non lo accettano. Accettarlo vorrebbe dire accettare che l'Altissimo è qui fra di noi, con noi e in mezzo a noi. La loro religione, che neppure nomina il nome di Dio, sarebbe totalmente sconvolta.
L’invito a credere in Gesù è l’invito a fondare la propria esistenza in Lui. E non solo. Gesù non fa altro che invitare a fare esperienza di Dio. E lo fa dicendo di credere a queste sue parole: che lui è nel Padre e il Padre in lui. È una eredità quella che lascia Gesù ("addio"). Credere vuol dire aver radici nel Padre, ricevere la vita: è vivere l'amore. Credere oltre a vivere l’amore è sentirsi totalmente amati, potersi fidare. Credere significa far sì che quanto udito divengano opere; infatti uno diventa la parola che ascolta. Diventa luminoso, raggiante con un cuore che arde. Infatti, uno opera secondo ciò che crede.
Non è facile a capire. Ci vorrà del tempo. Il credente lo raggiunge grazie alla sua adesione al Figlio. Grazie al dono dello Spirito Santo.
v. 12: In verità, in verità vi dico, chi crede in me, farà anche lui le opere che faccio io, e ne farà di più grandi di queste, poiché io vado al Padre.
Mettendo in parallelo il presente versetto con i versetti 10-11, Gesù ancora una volta riprende riprendo l’invito a credere, inizia a rivelare ai discepoli quale sarà la loro nuova esistenza.
Il versetto inizia con l’Amen, che significa certezza, stabilità. E Gesù afferma con certezza che quanto i discepoli faranno sarà più grande di quanto Lui stesso ha fatto. Anche questo, ancora oggi, non lo crediamo, non crediamo che con Dio possiamo fare grandi cose.
Anzitutto Egli proseguirà la sua opera attraverso i credenti. Poi ricorda che come l'agire del Padre passava in quello di Gesù di Nazareth, così l'agire del Figlio passa nel fare discepoli. La sua missione, ormai compiuta, porterà tutto il suo frutto nel tempo e nello spazio attraverso l'agire dei credenti.
Il credente farà non le opere che ha fatto Gesù. Cosa sono queste opere che anche i discepoli compiranno? Non si tratta tanto dei miracoli (appartengono a Dio), bensì del significato che essi portavano. Ciascuno di noi avrà la possibilità di fare l’opera più grande che esista in cielo e sulla terra: amare il Padre e amare i fratelli con lo stesso amore di Dio (Gv 15,12).
Questo è il suo mandato e lo si attualizzerà mediante il dono dello Spirito. I discepoli riceveranno questo dono, perché Gesù da la vita e torna al Padre. 
Avere il dono dello Spirito Santo significa avere la vita di Dio, far parte della Trinità già su questa terra. Questa è l’opera grande.

La Parola illumina la vita
La mia fede si appoggia fermamente su Gesù Cristo?
È mio desiderio rimanere per sempre con Gesù?
Dopo tutti questi anni dal Battesimo, che sto con Gesù, cosa ho capito del Padre? E quindi di me come figlio?
In che senso Gesù è per me la via? Come posso compiere le opere di Gesù e farne di più grandi?
Quali opere sono avvenute in me attraverso la Parola?

Pregare  Rispondi a Dio con le sue stesse parole…
Esultate, o giusti, nel Signore;
per gli uomini retti è bella la lode.
Lodate il Signore con la cetra,
con l’arpa a dieci corde a lui cantate.

Perché retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame. (Sal 32).

Contemplare-agire

Il Risorto c'invita a seguirlo sulla via che porta al Padre, nel giardino dell'amicizia con Dio e con gli altri (Carla Sprinzeles).


venerdì 5 maggio 2017

LECTIO: IV DOMENICA DI PASQUA (A)

Lectio divina su Gv 10,1-10


Invocare
O Dio, nostro Padre, che nel tuo Figlio ci hai riaperto la porta della salvezza, infondi in noi la sapienza dello Spirito, perché fra le insidie del mondo sappiamo riconoscere la voce di Cristo, buon pastore, che ci dona l’abbondanza della vita.
Egli è Dio, e vive e regna con te nell'unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Leggere
1 «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. 2 Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3 Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4 E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5 Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6 Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. 7 Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8 Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9 Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10 Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
La IV domenica di Pasqua, giorno in cui la Chiesa prega per le vocazioni, presenta sempre un brano del capitolo 10 di Giovanni incentrato sul tema del buon pastore (o pastore bello). Esso va letto nella sua interezza, in quanto contiene uno stretto legame con il testo precedente (Gv 9: la guarigione del cieco nato) con la ripresa di alcuni temi fondamentali in Giovanni, in particolare la fede in Gesù Cristo e l'accoglienza nel nuovo popolo di Dio. Soprattutto il brano di Gv 10,11-21 che ci parla in una parabola-allegoria di Gesù come l'unico pastore (cfr. Gv 2) predetto dai profeti (cfr. Ez 34,1-31; Zc 11,4-17), capace di condurre veramente a salvezza.  
I due capitoli sono a loro volta la parte finale della grossa sezione iniziata al capitolo 7 e ambientata a Gerusalemme durante la festa delle capanne, in cui il tema dominante è la discussione sull'identità di Gesù (con riferimenti simbolici alla festa, quali la luce) e le reazioni di fronte alla sua auto-manifestazione. È evidente il legame pasquale con questo capitolo giovanneo, dove sotto l'allegoria del pastore e della porta si parla dell'unico mediatore che Dio ha inviato per salvare il suo popolo (con riferimenti pure all'Esodo), mediatore che offre la sua vita.
Il brano di questa domenica, i primi dieci versetti, si divide in due parti: i primi 5 versetti sono un linguaggio simbolico che poi Gesù spiega, nei versetti seguenti, esplicitando il senso dell'immagine della porta e poi del pastore (vv. 11ss) e applicandole a sé.

Meditare
vv. 1-3: In verità, in verità io vi dico: 
Gesù sta parlando ai farisei, ai capi del popolo che, al versetto precedente, gli hanno detto: Ma così tu dici che noi siamo ciechi. E Gesù risponde: Se foste ciechi, non avreste alcun male, ma siccome dite: noi vediamo, il vostro peccato rimane. Gesù si rivela come Luce del mondo e mette in rilievo la cecità spirituale dei capi dei Giudei (cfr. 9,40s).
Ora inizia, in questo versetto, con una formula solenne, introducendo una paroimia, ossia un insegnamento simbolico, segreto, misterioso, che prepara ed esige una rivelazione aperta, esplicita (Ilario de la Potterie).
La formula “in verità, in verità vi dico” preannunzia rivelazioni molto importanti e profonde; una parola molto conosciuta, la traslitterazione dell’Ebraico amen = certamente, veramente, sinceramente, indica ciò che è stabile. L’espressione è collegata a Gv 9,41.
chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante.
La porta nel linguaggio biblico non indica soltanto un luogo di passaggio, ma spesso sta a significare la città o il Tempio nel suo insieme (cfr. Sal 87, Is; 122,2). Il termine recinto in greco corrisponde ad una parola utilizzata per lo più per indicare il vestibolo del tempio di Gerusalemme, non ha quindi un senso pastorale, ma prettamente religioso.
Recinto è ciò che ci tiene dentro. Israele viene presentato come il gregge di Dio che entra nei suoi recinti, ossia negli spazi interni del Tempio (cfr. Sal 100,3-4).
Cosa fanno le pecore nel recinto? Di notte è il luogo del riparo; di giorno le pecore nel recinto sono semplicemente munte, tosate, vendute, macellate. I capi sono coloro che le tengono nel recinto appunto per sfruttarle, opprimerle e svenderle. Ciò ci fa intendere quale concetto abbiamo di Dio e di legge, che è lo stesso concetto che abbiamo di uomo.
Anche la scelta del termine brigante si riferisce alle vicende storiche del tempo di Gesù e della comunità giovannea; infatti con questo nome erano indicati spesso gli zeloti (anche Barabba è un brigante, cfr. Gv 18,40; Mt 27,16; Lc 23,19) che in azioni dimostrative di contrasto al potere romano entravano nel recinto del tempio.
Nel Vangelo di Giovanni, ladro è Giuda, s’impadronisce di ciò che è di tutti, perché ciò che c’è è di tutti; chi s’impadronisce è già ladro. E brigante è Barabba. Barabba era uno che aveva tentato una rivolta, sotto il periodo delle feste, per sobillare contro i romani, cacciarli e assumere il potere. Alla fine però si è mostrato un bandito fallito.
Secondo alcuni esegeti l'evangelista vuole suggerire che essi sono dimostrati falsi pastori che inseguono un falso messianismo.
Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Ancora una volta viene ripetuta l’immagine della porta. In Oriente le porte della città erano lo snodo della vita pubblica. Lì avveniva tutto. Era una sorta di municipio. Nell’AT ricordiamo il matrimonio di Rut con Booz (Rut 4,1). La moglie esemplare nel libro dei Proverbi (Pr 31,23). La beatitudine dell’uomo che ha molti figli (Sal 126,5). Nel NT le porte di Gerusalemme hanno un significato (ricordiamo quella di Damasco, di Giaffa, di Erode, Porta Bella o Dorata). Oggi ricordiamo una porta con il nome di Santo Stefano o dei Leoni o della Signora Maria. Questa porta aveva il nome di Porta delle Pecore, perché attraverso di essa il gregge di Dio accedeva al Tempio. Nel Vangelo, forse, Gesù alludeva a questa Porta.
La porta materiale, sappiamo, è una breccia, un ingresso (e la porta serve anche per uscire). La vera porta dell’uomo è la sua intelligenza e la sua libertà che sono la sua porta su Dio. Gesù poi dirà: “Io sono la porta”. La prima caratteristica del Pastore è che entra per la porta.
Non mancano i paragoni alla quotidianità. L’immagine del pastore come colui che in nome di Dio guida il suo popolo è usuale nell'AT ed era stata predetta dai profeti (cfr. Ez 34,1-31; Zc 11,4-17).
Il Pastore rappresenta Dio che ha promesso che diventerà lui il Pastore del suo popolo, perché il popolo ha tutti cattivi pastori che lo governano, lo sfruttano, lo opprimono.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori.
Il guardiano è il portinaio dell'ovile che custodisce le pecore chiuse durante la notte e anch'egli come le pecore riconosce il pastore e gli apre la porta.
Il guardiano o portinaio siamo noi. Siamo noi a custodire quella “intelligenza”, quell’ovile. Il punto focale di una possibile domanda è: a chi, a quale pastore apriamo?
Il pastore chiama le sue pecore: questo ricorda Is 43,1: “Non temere nulla perché io ti ho riscattato; io ti chiamo con il tuo nome, tu mi appartieni!”.
Il nome equivale all'essere. Ogni pecora viene chiamata individualmente e questa chiamata va di pari passo con l'appartenenza al pastore, come nella sposa del Cantico 2,8.10: “Una voce! Il mio diletto. Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline. Ora parla il mio diletto e mi dice: Alzati, amica mia, mia tutta bella e vieni!”.
Giovanni ritrae il comportamento di Gesù nei confronti di coloro che hanno creduto in Lui. Le sue pecore sono coloro che hanno aderito alla parola di Gesù e di cui l'uomo cieco divenuto credente è un prototipo.
vv. 4-5: E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
I versetti sono in stretta relazione con Nm 27,16-17: “Il Signore, il Dio della vita di ogni essere vivente, metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell'uscire e nel tornare, li faccia uscire e li faccia tornare, perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore”. Qui Gesù è presentato come capo messianico che Dio pone a guida di una nuova umanità.
Gesù dice: “quando ha spinto fuori tutte le pecore”. Qui viene usato il verbo “espellere” sostituito dal verbo “spingere”. Il verbo espellere è stato usato per il cieco espulso dalla sinagoga, dal recinto della sinagoga. I capi lo hanno espulso perché non stava ai loro giochi di potere.
Qui Gesù riprende in mano il discorso dicendo che in realtà è stato lui ad espellere il cieco da quel recinto, per farlo entrare in uno nuovo.
Gesù, il pastore, non fa altro che farle uscire dall'ovile, non le segue, bensì le conduce di persona, facendosi avanti ad esse per proteggerle, indicando la via. Avvia le espulse al pascolo buono, ed alle acque buone (cfr. Sal 22).
E lui cammina davanti a tutte queste pecore espulse, come JHWH nell’Esodo. Comincia il cammino verso la libertà e le pecore lo seguono - il tema fondamentale dei sinottici è seguire Gesù - perché riconoscono la sua voce. I Pastori della Palestina lanciavano un richiamo caratteristico per farsi riconoscere dal proprio gregge.
Anche Gesù ha una sua caratteristica in merito la sua stessa voce, la sua Parola. Questo riconoscere è importante, fondamentale. Nel nostro cuore abbiamo bisogno di saper ascoltare, tra le molteplici voci, la voce del Pastore buono, la voce di Dio.
v. 6: Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Gesù usa un linguaggio chiaro, similare riguardo a quanti lo ascoltano e nei riguardi dei capi che sono ladri e briganti. Però ai capi rimane sconosciuto, quasi velato, enigmatico tanto da far dire all'evangelista “essi non lo compresero”. Questi non comprendono perché non vogliono appartenere al gregge del pastore, non vogliono ascoltare la sua voce, né seguirlo: non fanno esperienza del suo amore. Quindi l'incomprensione viene dalla loro cecità e durezza di cuore (cfr. Gv 9,39-41). 
I discepoli comprenderanno solo dopo che sarà loro donato lo Spirito Santo (cfr. cc. 14-16).
vv. 7-10:
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 
Gesù si rivela solennemente: “Io Sono”. Secondo lo stile giovanneo, l'espressione insinua l'essere divino di Gesù (cfr. Es 3,14) espressione ripetuta con specificazioni diverse (cfr. Gv 6,35.48.51; 8,12; 11,25 ; 14,6; 15,15).
Gesù si rivela come “la porta” (viene detto quattro volte). Usando l'articolo, l'evangelista allude che Gesù è l'unica Porta ed esclude altri ingressi. L'immagine della porta come salvezza si trova nel Sal 117,20. Rivelandosi tale, Gesù è Colui che introduce nella vera vita, la strada che conduce alla salvezza (cfr. Mt 7,13-14; Lc 13,24-26). Lo sfondo AT è chiarito dal Sal 118,20: “Apriteli le porte della giustizia ed entrerò a rendere grazie al Signore! è questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti”.Nel pastore di Erma si legge che Gesù è la porta, attraverso alla quale tutti han da entrare nel regno di Dio (cfr. Pastore di Erma, Similitudine IX, 12,3)
Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati.
Qui non si fa riferimento ai Patriarchi e ai profeti. Si fa riferimento ai falsi maestri (o messia) che in realtà erano mentitori e non sono stati accolti dal gregge di Israele , come Teuda e Giuda il Galileo, che provocarono ribellioni e massacri inutili (cfr. At 5,36-37). Il popolo li ha seguiti perché hanno imposto il loro messaggio, perché lo hanno obbligato, ma non perché lo hanno convinto. Uno solo è il vero Messia, l'inviato dal Padre che Israele attendeva. Uno solo propone un messaggio di libertà e d'amore. La comunità di Giovanni (noi) deve crescere in questo.
Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Ancora una volta, Gesù ripete: “Io sono la porta”. Quasi ad insistere che esiste una sola porta da accesso al recinto e questa porta è Lui, Cristo: chi infatti passa per Gesù vivrà la comunione con lui, otterrà i beni della vita divina e troverà la salvezza messianica (cfr. Is 49,4-10; Ez 34,13). Lui, il risorto è una porta aperta per ognuno, come è aperta la sua tomba da cui è stato rimosso quel grande masso del nostro peccato. Da quella porta le pecore trovano la luce e la libertà.
L'indicazione entrare, uscire (v. 9) nello stile semita, indica totalità quindi piena comunione con Gesù il pastore; al contrario del ladro che viene solo per rubare, uccidere e distruggere. egli è il falso maestro, colui che cerca di distogliere i credenti da Dio. Le pecore sono del Padre, il quale le ha affidate al Figlio. Nessuno le può distogliere dal Signore, perché il nostro Dio è un Dio geloso, e al di fuori di Lui non vi è che morte e perdizione (intesa nel senso spirituale).  
Gesù non solo è la Porta ma è anche la Via. Egli è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini (1Tm 2,5). Chi passa attraverso la sua mediazione troverà salvezza, sicurezza, pascolo, pienezza di vita.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.
Il ladro ruba e ammazza: il verbo thyso, che viene tradotto con "ammazzare", ha in sé un senso sacrificale (chi vi ucciderà penserà di rendere culto a Dio, Gv 16,2). Gesù chiama ladri i capi del popolo perché si appropriano del gregge che non gli appartiene. Questi sono peggio dei lupi.
Gesù dice che siamo tutti liberi, siamo tutti figli di Dio. Essi si appropriano dei beni del gregge, li “immolano” cioè sacrificano le persone ai loro modelli, ai loro interessi dicendo che quel che fanno è cosa divina, è sacrosanta, è dovuta. Quindi, si inventano la legge e la impongono a tutti con i loro modelli e poi distruggono l’uomo.
Gesù dona la vita in abbondanza. Egli vuole che la vita viva... esploda... fiorisca in noi. E questo diventa un criterio per distinguere il pastore vero da quello falso: "Quello che questo pastore annuncia mi fa vivere di più? Mi fa amare di più? Mi rende più libero? Nutre il mio cuore?".
Egli dona la salvezza in tutte le dimensioni vitali, la vita eterna già in atto nel credente (vedi 3,17; 12,47). Non tutti però vogliono questo: solo i ladri e i briganti.
Il prosieguo del discorso (Gv 10,11ss) chiarirà il dono della vita in abbondanza attraverso la morte del pastore bello delle pecore!

La Parola illumina la vita
Quale concetto abbiamo di Dio, della legge e dell’uomo? Quale rapporto di fede ho con Gesù?
Lo riconosce come il pastore bello che orienta la mia vita verso il Padre? Oppure faccio finta di nulla e seguo “ladri e briganti” per rimanere nelle tenebre della mia presunzione e autosufficienza?
Mi nutro della Parola (ascolto la sua Voce) per entrare e uscire e trovare vita nella mia esperienza di fede?

Pregare  Rispondi a Dio con le sue stesse parole…
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia.

Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni. (Sal 22).

Contemplare-agire
In piena umiltà chiediamo nella preghiera di essere rivitalizzati e annoverati tra le pecore del gregge di Cristo. Varchiamo quella “Porta” che è la breccia alla vera vita pensando serenamente anche all'ultimo varco che ci attende verso l'eternità.