sabato 12 agosto 2017

LECTIO: XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A)

Lectio divina su Mt 14,22-33


Invocare
O Onnipotente Signore, che domini tutto il creato, rafforza la nostra fede e fa' che ti riconosciamo presente in ogni avvenimento della vita e della storia, per affrontare serenamente ogni prova e camminare con Cristo verso la tua pace. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
[Dopo che la folla ebbe mangiato], 22subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. 23Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. 24La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. 25Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, 26i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. 27Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». 28Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». 29Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. 30Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». 31E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». 32Appena saliti sulla barca, il vento cessò. 33Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
Continua la parte del vangelo di Matteo, chiamata "sezione dei pani". Gesù ha appena sfamato una moltitudine di persone distribuendo i cinque pani e i due pesci fornitigli dai discepoli e dà una nuova manifestazione di sé e della sua divinità.
Qui vengono adombrate le difficoltà della chiesa e la necessità di una fede più grande in Gesù risorto. Tanto è vero che alcuni commentatori sostengono che si tratti di un’apparizione di Gesù dopo la risurrezione (Lc 24,37).
Solo la fede in Lui e non nelle proprie capacità farà chiarezza alla Parola ascoltata e meditata.

Meditare
v. 22: [Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla.
Il vangelo contiene l'incipit della moltiplicazione dei pani, che nel pensiero e nelle attese dei discepoli ha provocato una reazione contraria al Regno di Dio. Per questo Gesù usa un verbo insolito (costrinse) qui per allontanarli, ma dopo averli saziati. Intanto la gente acclama Gesù come profeta e lo vuole come un condottiero politico. I discepoli sono facili a fraintendere (Mc 6,52; Mt 16,5-12), c’è il rischio di lasciarsi trasportare dall’entusiasmo del popolo. I discepoli devono abbandonare questa situazione. Devono salire sulla barca. Essa è simbolo della comunità cristiana. Devono andare all’altra riva, cioè in terra pagana. Devono andare proprio in quei luoghi in cui non andrebbero mai.
Inoltre, non vogliono che si ripeta per i pagani, quanto Gesù ha fatto per la folla (non tanto distanti dal nostro modo di pensare ancora oggi).
v. 23: Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare.
Gesù si trova davanti ad una situazione nella quale la folla galileana si entusiasma per il miracolo e rischia di non comprendere la sua missione. In questo momento così importante, Gesù si ritira solitario in preghiera, come al Getsemani (Mt 26,36-46) e sempre nei momenti di crisi dei discepoli.
Il luogo è il monte. È il monte di Dio. Geograficamente, forse, è lo stesso luogo dove ha proclamato il grande discorso, e che noi chiamiamo il monte delle beatitudini.
Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
C’è una sera nella vita di tutti. Anche per Gesù. Qui l’Evangelista sembra riportarci a quella sera dell’ultima cena, a quella sera dove troveremo ancora una volta Gesù solo.
v. 24: La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario.
I discepoli sono in barca, sul mare; il vento soffia contro di loro, come se volesse impedire la navigazione. Il vento contrario sembra a loro favore che non volevano andare in terra pagana. Però, il vento della vita soffia sempre sulla comunità cristiana e tenta sempre di abbatterla, ucciderla.
Gesù, intanto, nella sua solitudine, prega. Come Mosè quando, sul monte, alzava le braccia al cielo mentre i figli d’Israele, sul piano, lottavano aspramente contro gli Amaleciti (cfr. Es 17, 8-16); era lontano dal campo di battaglia, ma la vittoria dipendeva da lui, dalle sue braccia alzate. È proprio così per la Chiesa. Essa combatte nel mondo una difficile guerra contro le forze dell’odio, della divisione e della morte; ma il dono della vittoria le viene dal Signore Risorto. «Egli è sempre vivo per intercedere a loro favore» (Eb 7, 25); da Lui, come dal suo Capo, il corpo della Chiesa (cfr. Col 1, 18) riceve la forza necessaria per crescere.
vv. 25-26: Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare
C’è bisogno di attendere il finir della notte per accogliere l’alba di Dio. In questo nuovo giorno, Gesù viene incontro ai suoi in modo insolito. Viene «camminando sul mare», come fosse il padrone della natura. In realtà, Dio solo può imporre un ordine alle acque; come quando all’inizio della creazione ha fissato un limite al mare e gli ha detto: «Fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde» (Gb 38, 11). In altre parole, Gesù mostra la sua natura divina. Per Lui le onde diventano il sentiero che gli permette di farsi vicino ai suoi.
L’espressione “camminando sul mare” ripetuta due volte, è carica di reminiscenze bibliche. Dio, come creatore e signore dell’universo e come salvatore nell’Esodo, è colui che cammina sul mare. I due aspetti della signoria di Dio e della sua presenza salvifica si sovrappongono nella tradizione biblica e anche nell’episodio evangelico. Gesù è il Signore che controlla le forze minacciose (il vento e le onde agitate), ma è anche il salvatore che soccorre la sua comunità in mezzo alle prove.
i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura.
Accade però qualcosa di paradossale: i discepoli anzi rallegrarsi, hanno paura, sono turbati. Si sentono insicuri e gridano scambiando Gesù per un fantasma. Scambiano Gesù per una presenza inquietante e minacciosa.
È facile spaventarsi in piena notte, nel bel mezzo di una tempesta. Ma Gesù viene come guaritore e il Gesù sofferente: porta la vita e sembra una minaccia di morte; dona libertà ma viene percepito come una catena. Purtroppo si vive una visione troppo umana, credono ai fantasmi (Lc 24,37).
Quante volte proviamo paura del Signore e delle sue esigenze, quasi che venisse per portarci via qualcosa, per renderci meno liberi e meno gioiosi! Si può superare questo equivoco solo se attraversiamo il mare della vita, se attraversiamo personalmente quella croce tante volte da lui stesso indicata. Essa, la croce, è il luogo del perdono e della riconciliazione.
v. 27: Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Incontrare personalmente Gesù significa diventare liberi. La Parola di Gesù libera perché nasce dall’Amore e produce la consolazione dell’amicizia. Tutto dipende da quella sua Parola rassicurante: Coraggio, non abbiate paura, ci sono io.
L’espressione “sono io” risponde certo all’equivoco dei discepoli che hanno confuso Gesù con un fantasma, la sua presenza allontana ogni paura (Mt 9, 2.22) ma soprattutto rivela l’identità di Gesù perchè “io sono” è il nome stesso di Dio secondo il libro dell’Esodo (Es 3,14). Questo nome non indica quello che Dio è in sè, l’essenza di Dio, ma piuttosto quello che Dio è per Israele: un Dio presente, attivo, che salva, che accompagna il popolo nei momenti di difficoltà e di prova. Non è sufficiente, per avere fede, dire che Dio esiste; è necessario riconoscere che Dio c’è, è presente, operante, un Dio del quale l’uomo si può fidare.
Il discepolo non si trova solo di fronte al mondo, alla vita, alla morte, al presente, al futuro; valgono per lui le promesse: «Se dovrai attraversare le acque, io sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare; poiché io sono il Signore, tuo Dio, il santo d’Israele il tuo salvatore» (Is 43, 2-3a). In Gesù, Dio stesso si fa vicino all’uomo e libera l’uomo dall’angoscia mortale della solitudine: «Io sono con te».
vv. 28-29: Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque».
Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù.
Alla Cristofania vera e propria che riprende da Marco, Matteo aggiunge però un'appendice che sembra essere proprio di suo pugno. Quest'appendice ha per oggetto Pietro: è il primo dei tre testi petrini che sono propri di Matteo (con Mt 16,17-19 e 17,24-27).
In questi versetti Pietro cerca una conferma della presenza di Gesù. Usa però quel condizionale usato dal diavolo nel deserto delle tentazioni: “se tu sei figlio di Dio…”. Infatti, egli sarà l’unico a ricevere quell’epiteto di Gesù: “Satana, torna a metterti dietro di me” (Mt 16,23).
Ecco le parole del diavolo: “se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Gesù lo invita ma è gonfio del suo orgoglio, del suo essere come Dio.
Anche qui possiamo cogliere il nostro carattere che spesso vuole vivere di imitazione e non di amore. Il nostro essere che vuole costruire sulla sabbia e non sulla roccia.
Con tutto il suo orgoglio Pietro va. Inizia quell’ardua avventura di camminare sulle acque della morte per andare incontro al Signore della vita.
v. 30: Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!».
Qui inizia il dramma di sempre, dell’uomo di ogni tempo, dell’uomo che vuole imitare e non amare. Qui si scontra paura e fede, paura del mondo contro fede in Dio. Aver fede significa fidarsi di Dio più di quanto si abbia paura del mondo con tutte le sue minacce: morte e malattia, vecchiaia e solitudine e insuccesso, incomprensioni e critiche.
Di fronte a tutte queste possibilità minacciose non c’è che un’alternativa: «Se non crederete, non resterete saldi» (Is 7, 9). Dio solo, roccia incrollabile, può offrire stabilità all’incerta vita dell’uomo. Gesù solo, presenza visibile di Dio in mezzo al mondo, può offrire sicurezza al cammino tormentato del discepolo. Ma bisogna avere fiducia in Gesù più di quanto ci facciano paura i venti e le acque. Bisogna seguirlo e non imitarlo.
L’imitazione porta allo sprofondamento, alla morte. Il seguirlo alla vita.
Per fortuna, il Signore Dio ci lascia sempre una chance: «Signore, salvami!».
vv. 31-33: E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Il grido alzato verso Dio fa sì che Egli tenda la mano. La poca fede non appartiene al discepolo di Gesù, ma solo a quell’umanità che brancola nel buio, nella sua debolezza. C’è bisogno di crescere nella fede. Pietro viene chiamato “piccolo nella fede”. Questa è la nostra condizione.
Nelle tempeste della vita cristiana non siamo soli. Dio non ci abbandona anche se apparentemente è assente o non fa nulla.
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
Qui accade la stessa cosa come nella tempesta sedata. I discepoli, quindi, esclamano una solenne confessione di fede, come farà Pietro in Mt 16,16. Essi riconoscono Gesù come il Figlio di Dio e si prostrano davanti a lui. Quello di prostrarsi è l'unico gesto autentico che si può compiere davanti a Gesù, davanti a Dio. Lo avevano fatto i Magi, lo faranno le donne quando incontreranno Gesù risorto.
Qui l’espressione “Figlio di Dio” è senza l’articolo. Riconoscono infatti, che Gesù non è il Messia atteso dalla tradizione ma Dio in persona. Il riconoscimento è un anticipo di quello della folla e del centurione alla fine del vangelo: «sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da gran timore e dicevano: Davvero costui era Figlio di Dio!» (Mt 27,54).
La loro professione in lui sarà ripresa da Pietro per confermare i fratelli nella fede.

La Parola illumina la vita
Nei momenti di buio e di tempesta interiore come reagisco? La presenza e l’assenza del Signore come si integrano in me?
Quale posto ha in me la preghiera personale, il dialogo con Dio? Cosa chiedo al Signore nella notte oscura? Un miracolo che mi liberi? Una fede più grande?
In quale atteggiamento rassomiglio a Pietro? Quello di Satana o quello del discepolo?

Pregare  Rispondi a Dio con le sue stesse parole…
Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annuncia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra.

Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra
e giustizia si affaccerà dal cielo.

Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui:
i suoi passi tracceranno il cammino. (Sal 84).

Contemplare-agire
La preghiera è anche la nostra forza. Chiediamo durante la preghiera il dono della fede e mettiamoci subito a seguirlo e a non imitarlo, disposti a rischiare la nostra vita per il Suo Regno.


giovedì 3 agosto 2017

LECTIO: TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE (A)

 Lectio divina su Mt 17,1-9


Invocare
O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
1 Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2 E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3 Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4 Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 5 Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 6 All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7 Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». 8 Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. 9 Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
Il vangelo della trasfigurazione, al centro della liturgia domenicale, è già un annuncio della Pasqua. Esso invita a riflettere sia sull'aspetto doloroso sia su quello luminoso della vita di Gesù.
Il capitolo 16, che precede quello che si apre con la Trasfigurazione, inizia con i Farisei e i Sadducei che si avvicinano a Gesù per metterlo alla prova, chiedendogli di mostare loro un segno concesso da Dio per accreditarlo agli occhi del popolo.
Nasce in mezzo a loro il problema dell'identità di Gesù.
Gesù metterà in guardia i suoi discepoli: «Fate bene attenzione e guardatevi dal lievito dei Farisei e Sadducei» (Mt 16,6): queste sono guide cieche.
“Da allora .... ” Gesù comincia ad annunziare la sua passione e risurrezione, inizia a parlare apertamente ai suoi discepoli della missione che lo attende a Gerusalemme.
L’ umanità di Pietro non comprende il significato profondo di questa scelta di Dio. È la logica umana a scontrarsi con il pensiero di Dio.
Il racconto della trasfigurazione di Gesù è situato in ciascuno dei tre vangeli sinottici in una posizione centrale (Mc 9,2-10; Mt 17,1-9; Lc 9,28-36), in un punto in cui si registra una fase decisiva tra il ministero di Gesù in Galilea e la sua salita a Gerusalemme.
In questo brano troviamo la seconda e ultima volta in cui il Padre parla dal cielo e presenta Gesù come suo figlio. Qui aggiunge un particolare: l'invito ad ascoltarlo.
Nell'esperienza del Tabor, troviamo due elementi importanti: il Volto e la Parola. E' la fine della discussione su chi sia Gesù, è l'inizio del viaggio verso Gerusalemme, la sua morte e la sua glorificazione.
Sono tre i personaggi che assistono al fenomeno spettacolare della trasformazione gloriosa di Gesù. Gli stessi che poi presenzieranno al Getzemani all'agonia del loro Maestro e che erano stati scelti assieme ad Andrea dal gruppo dei pescatori (Mc 1, 6 - 20). Essi godono ciascuno di un primato: Pietro è infatti capo del collegio degli apostoli, Giacomo sarà il primo testimone che morirà ucciso per la causa del Cristo (Erode lo farà uccidere per primo) e Giovanni è il discepolo prediletto e sommamente amato da Gesù. Non si tratta quindi di persone casuali da di soggetti prescelti per visionare un evento che per adesso sono tenuti a tacere, ma del quale successivamente saranno chiamati ad essere testimoni, dopo averne fatto esperienza diretta.

Meditare
v. 1: Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte.
L’indicazione di tempo, “sei giorni dopo”, raccoglie uno spazio teologico. Infatti, abbiamo un doppio richiamo. Il primo è tratto dal libro dell’Esodo (Es 24,16) dove si narra della “gloria” di Dio che coprì il Sinai per “sei giorni”. Il settimo giorno il Signore chiamò Mosè di mezzo alla nube. Il secondo richiamo è alla creazione (Gen 1,27.31) dove al "sesto giorno" fu creato l’uomo. Unendo i due richiami l'evangelista Matteo vuole mostrare che in Gesù si realizza il disegno creatore di Dio. Come? Attraverso un’esperienza che possa manifestare una vita capace di superare la morte.
Questa indicazione di tempo è accompagnata con altri cinque simboli teofanici che troviamo nel racconto della trasfigurazione: il monte alto, l'irradiazione del volto, il discorso con Mosè ed Elia, le tende, la nube luminosa).
I tre discepoli non sono i prediletti, ma sono e rappresentano coloro che resistono alla Parola di Dio, resistono al messaggio di Cristo Gesù. I nomi degli stessi ci dicono la loro ostinazione (Pietro); la superbia e la vendetta (Giacomo e Giovanni i "figli del tuono").
Questi tre discepoli vengono condotti "in disparte", non per privilegiarli ma per mettere in evidenza la loro incomprensione.
Il monte alto viene identificato dalla tradizione con il monte Tabor, nella piana di Jizreel, che è facilmente raggiungibile in "sei giorni" da Cesarea. Gesù porta con sé solo tre discepoli.
Il "monte" nella Bibbia, in quanto luogo più vicino al cielo, rappresenta la dimora di Dio. E’ il luogo dell’ascolto e dell’incontro con Dio (Mt 5,1; Mt 14-23a; Is 2,3; Es 24,15-16a).  Anche questo monte ci ricorda il Sinai, poiché Mosè salì sul monte insieme ad Aronne e ai suoi due figli, Nadab e Abiu.
Gesù conducendo con se i tre discepoli sul monte, mostra loro una nuova visione di Dio allargandone i loro orizzonti.
v. 2: E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce.
Il verbo usato per raccontare la trasfigurazione è metamorphòthe, che indica la trasformazione, la metamorfosi, che cambiò di aspetto. Questa esperienza si può racchiudere con la bella espressione che troviamo nel prefazio dei defunti: “La vita non è tolta ma trasformata”.
Matteo sottolinea questo effetto soprattutto sul volto di Gesù. Qui c'è un riferimento a Mosè che, scendendo dal monte Sinai "non si era accorto che la pelle del suo volto era raggiante per il fatto di aver conversato con Dio" (Es 34,29). Lo splendore del volto, indica la pienezza della condizione divina: “i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!” (Mt 13,43). Questa condizione non è una prerogativa di Gesù, ma una possibilità per tutti i credenti.
v. 3: Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Questo versetto inizia con una espressione letteraria tipica della narrativa biblica: "ed ecco". Essa attira l'attenzione dell'ascoltatore portandolo a conoscere un fatto nuovo: la comparsa di due personaggi particolari accanto a Gesù.
Mosè ed Elia sono i massimi rappresentati dell'AT. Infatti Mosè ha dato la Legge al popolo d’Israele, Elìa, invece è considerato il più grande dei profeti e ha il merito di averla fatta rispettare. Sono gli unici due personaggi che la tradizione riteneva non fossero morti, ma rapiti in cielo con il Signore  (Dt 34,5-6; 2Re 2,1-18). Poi secondo la stessa tradizione Mosè ed Elia hanno parlato con Dio sul monte Sinai (Es 33,17ss; 1Re 19,9-13).
Qui Mosè ed Elia parlano con Gesù proprio della sua morte, come ha specificato il brano parallelo di Luca (Lc 9,31).
v. 4: Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia».
Il versetto inizia con una reazione di Pietro. Nonostante la trasfigurazione, Pietro è ancora la "pietra di inciampo", non si smentisce nella sua ostinazione e si intromette nel discorso. Il suo comportamento è ancora secondo gli uomini e non secondo Dio (Mt 16,23) e la sua voce continua a essere quella della carne e del sangue (Mt 16,17).A differenza degli altri Sinottici, Matteo si rivolge a Gesù chiamandolo Signore.
L'ostinazione di Pietro propone di fare delle tende, secondo la tradizione ebraica. Non solo, rivela la tentazione di un messianismo trionfante, impedendo la discesa dal monte della gloria.
v. 5: ...una nube luminosa li coprì con la sua ombra.
La nube luminosa interrompe il discorso di Pietro: è Dio che si manifesta. In questo elemento troviamo ancora l'influsso dell'Esodo: la nube della gloria del Signore "appariva come fuoco divorante, agli occhi dei figli d'Israele, sulla cima della montagna" (Es 24,17). Il verbo “adombrare” è un verbo caratteristico per segnalare la presenza di Dio nella vita e nelle vicende del suo popolo (Es 40,34-35).
Qui troviamo un accostamento interessante: non c'è più bisogno di fare tende, poiché la rivelazione della gloria del Signore è stata ormai racchiusa nel cuore dei discepoli!
Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
Ancora una volta Pietro viene interrotto da Dio. La voce che si ode dal cielo, è simile a quella che è stata udita dopo il battesimo di Gesù. Con le sue parole ricorda ancora il destino messianico del Figlio (Sal 2), con quello di Isacco (il figlio "unico", il "prediletto": Gen 22) e con quello del Servo (il compiacimento del Padre: Is 42). A differenza della voce del battesimo, qui si aggiunge un "ascoltatelo" (Dt 18,15). Da questo momento non "la Legge e i profeti", ma Gesù l’unico che deve essere ascoltato; egli è l’unico portavoce di Dio a cui gli uomini devono riferirsi.
vv. 6-8:  All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore.
Qui inizia la "vera religiosità", il superamento degli ostacoli, dell'ambizione, dell'ostinazione, della vendetta simboleggiati dal cadere con la faccia a terra, letteralmente “caddero sulla loro faccia”. Questo, nella Bibbia è il segno della sconfitta (Dn 8,17). I discepoli, infatti, pensavano di seguire un Messia sulla linea di Mosè e di Elìa, ma la “voce” di Dio afferma che è Gesù colui che deve essere ascoltato.
L'evangelista inoltre, ce li presenta spaventati, paurosi. Il versetto letteralmente dice: “s’impaurirono molto”. Qui ritornano gli elementi della rivelazione: lo splendore luminoso del volto, la voce, il timore, l'incoraggiamento. Questi elementi esigono il segreto e progredisce anche grazie alla conversazione di un angelo interprete. Infatti anche nel vangelo ci sarà l'ingiunzione di non dire niente a nessuno di "quello che avevano visto" (v.9).
Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete».
Gesù si avvicina ai discepoli come a degli infermi. Segno di ciò è il "toccare", un invito a ritornare alla vita. Inoltre, usa la stessa espressione che ha usato per la figlia di Giàiro ormai deceduta (Mt 9,25).
Quest'invito, «Alzatevi e non temete», Gesù lo ripeterà nel giorno della sua agonia, al Getsemani. L'atteggiamento sarà quello di abbandonare Gesù, ma cesseranno le loro ambizioni.
Il "non temete" oggi è rivolto a noi: il contatto e la parola di Gesù possono scuotere anche noi oggi, nella nostra fede.
Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
La visione termina bruscamente. Prima che la gloria eterna di Gesù possa assumere forma permanente è necessario che egli affronti la sua croce a Gerusalemme.
v. 9: Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».
Il monito di Gesù richiama al libro di Daniele nell'espressione Figlio dell'uomo (Dn 7,13-14). L'esperienza viene chiamata esplicitamente "visione", come nelle esperienze di visioni apocalittiche.
Tutto ciò deve restare nel silenzio, nella contemplazione, perché non sia svelato il segreto messianico prima dell’ora della resurrezione, affinché il dramma della croce possa essere sostenuto dalla ‘Gloria di Dio’, in Colui che è il Risorto.

La Parola illumina la vita
Mi ritrovo, leggendo questo brano, nella persona dei tre discepoli? Avrei voluto rimanere lì come voleva Pietro?
Quali reazioni suscita in me invece guardare Gesù crocifisso?
Mi metto in ascolto della Parola di Dio per capire ciò che il Signore dice alla mia vita?
Faccio fatica a rimanere fedele a Gesù "una volta sceso/a dalla montagna", nell'opacità della vita quotidiana?

Pregare  Rispondi a Dio con le sue stesse parole…
Il Signore regna: esulti la terra,
gioiscano le isole tutte.
Nubi e tenebre lo avvolgono,
giustizia e diritto sostengono il suo trono.          

I monti fondono come cera davanti al Signore,
davanti al Signore di tutta la terra.
Annunciano i cieli la sua giustizia,
e tutti i popoli vedono la sua gloria.       

Perché tu, Signore,
sei l’Altissimo su tutta la terra,
eccelso su tutti gli dèi. (Sal 96).

Contemplare-agire
Oggi e in tutti gli istanti della nostra vita siamo chiamati a esprimere Dio. Dimentichiamo tutta la nostra negatività, tutta la nostra pesantezza, tutta la nostra fatica, la nostra stanchezza, i nostri limiti e i limiti degli altri!... Oggi dobbiamo entrare nella nube della trasfigurazione per uscirne rivestiti di Dio, portando sul nostro volto la gioia del suo amore e il sorriso della eterna bontà. (M. Zundel).


giovedì 27 luglio 2017

LECTIO: XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A)

 Lectio divina su Mt 13,44-52


Invocare
O Padre, fonte di sapienza, che ci hai rivelato in Cristo il tesoro nascosto e la perla preziosa, concedi a noi il discernimento dello Spirito, perché sappiamo apprezzare fra le cose del mondo il valore inestimabile del tuo regno, pronti ad ogni rinunzia per l'acquisto del tuo dono.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
44Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
45Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
ascolta 47Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. 48Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. 49Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni 50e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
51Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». 52Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
Con questi ultimi versetti, si chiude la lectio sul cap. 13. Rimangono i vv. 53-58 dedicati all'accoglienza, o meglio alla non accoglienza, che Gesù ricevette al suo ritorno a Nazareth.
Tre parabole: tesoro, perla, rete per chiudere con una piccola descrizione dello scriba divenuto discepolo del regno dei cieli.
La parabola della rete si rivela una variazione sul tema già affrontato nella parabola della zizzania e del buon grano, le parabole del tesoro e della perla ci ricordano la necessità di fare uso anche delle ricchezze terrene pur di poter entrare nel regno dei cieli e gioire di questa appartenenza.
Tre immagini semplici e ricche di significato per la nostra vita. Ma quale rinuncia ci chiedono?

Meditare
v. 44: Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde;
Sia la parabola del tesoro che quella della perla andrebbero in coppia, in quanto sottolineano l'idea del ritrovamento.
Il contadino scopre un tesoro senza averlo cercato. Un ritrovamento inaspettato. Il tesoro era in genere un vaso di argilla pieno di monete di oro o di argento, che i proprietari seppellivano per non perderne la proprietà in caso di guerra o di invasione di popolazioni straniere.
Il campo è la nostra realtà; è la realtà del creato ove è nascosta la sapienza creatrice di Dio. È nella nostra vita concreta, nella nostra realtà umana, nelle nostre relazioni, nelle nostre attività lavorative, etc., proprio lì è nascosto un tesoro: nelle pieghe del quotidiano, nelle vicende liete e tristi della nostra vita, in quel che succede intorno a noi, in quel che succede a noi è nascosto un tesoro.
Il contadino non se lo aspettava assolutamente di trovare nel suo campo quel tesoro e lo nasconde Di questa azione morale Gesù non dice nulla, ma utilizza l’avarizia dell’uomo come un esempio dello zelo con il quale il credente deve accaparrarsi il regno, a qualsiasi prezzo.
poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Abitualmente il tema della gioia la notiamo nel vangelo di Luca (cfr. Lc 1,47; 2,10; 24,52), qui anche Matteo la vuole evidenziare. È la gioia che scaturisce dalla scoperta che determina le azioni successive.
Il versetto ci riporta a Siracide: “Un amico fedele è una protezione potente, chi lo trova, trova un tesoro” (6,14). È una massima proverbiale di cui tutti i giorni ne facciamo uso. Ciò ci fa capire la necessità di essere disposti a rinunciare a tutti gli altri beni, a vendere tutto quello che si ha, per entrare in possesso (comprare) dell'unico vero tesoro, cioè il regno dei cieli.
vv. 45-46: Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
In questa seconda parabola si ripete quanto detto al v. 44 ma con lieve sfumature. Il contadino trova inaspettatamente e il mercante dopo una ricerca accurata. Nel primo caso si scopre una novità inattesa, nel secondo caso si trova l’oggetto del desiderio.
Due modi diversi per dire che nella nostra vita vi è un tesoro. Che nella nostra vita vi è una perla, una ricchezza, che si trova cercandola e anche senza cercarla.
Un altro particolare è quello della gioia che qui non appare anche se il significato finale è lo stesso: vendere per comprare, investire le proprie ricchezze per acquistare la vera ricchezza.
In realtà siamo stati comprati noi, e “a caro prezzo” (1Cor 6,20). Il prezzo di questo riscatto e di questo acquisto è stato il sangue di Cristo. “Abbiamo la redenzione mediante il suo sangue” (Ef 1,7). “Cristo Gesù ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1Tm 2,6). “Tu (Cristo) sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione” (Ap 5,9).
Il Regno di Dio è il tesoro che non ha prezzo. Se Esso non è presenza nella vita dell’essere umano e regna su di lui, impedisce proprio a Dio di regnare (cfr. Mt 6,24: “Non potete servire Dio e Mammona, l’idolo della ricchezza!”).
vv. 47-48: Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci.
La parabola della rete è molto simile alla parabola della zizzania, di cui adotta il modello apocalittico che comporta, nel futuro escatologico, il giudizio universale e la separazione dei buoni dei cattivi.
Qui si parla di una rete a strascico che viene trainata da due barche per un lungo tratto, oppure viene tirata da riva con una lunga corda in modo che si riempia di pesci.
Guardare questo ai nostri giorni possiamo uscire dall’ambiente del mare per andare verso l’informatica dove “essere in rete” significa che c’è di tutto, cose buone, religiose che aiutano e cose negative, pessime, che possono distruggere e rovinare. È buona o cattiva la rete? Raccoglie di tutto, è utile, raccoglie. La rete deve essere gettata in mare e raccoglie ogni genere di cose. Il discernimento permette anzitutto di sottolineare il fatto che nella rete si trova ogni genere di pesci di cui farne una distinzione.
Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi.
Secondo le norme alimentari degli ebrei i pesci buoni sono quelli puri, che hanno pinne e squame (Lv 11,1011). Quelli impuri sono quelli che non hanno pinne e squame e vengono considerati cattivi da mangiare. Questi ultimi non vengono rigettati in mare, ma vengono proprio buttati via.
Come il grano e la zizzania devono giungere a maturazione, così la rete deve essere riempita prima che possa avvenire la cernita. Vi sono pesci buoni e pesci cattivi, come nella comunità cristiana, composta di uomini e donne “pescati” attraverso l’annuncio del Vangelo (cfr. Mt 4,19) e riuniti in una comunità che non può essere soltanto di puri e giusti.
È la rete della Chiesa universale ove c’è di tutto: la nostra particolare esperienza di chiesa, nella diocesi, nella parrocchia, nella famiglia religiosa, in questa comunità, c’è di tutto.
Il “gettare fuori” i pesci cattivi non è solo il buttar “via”, è di più, è proprio l’allontanamento, del mandare all’esterno, distante da sé, dalla comunità, ciò che non è al posto giusto. Matteo infatti usa lo stesso termine «exóteron» per indicare il destino dell’invitato a nozze che non aveva l’abito nuziale: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti» (Mt 22,13).
vv. 49-50: Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni
Anche qui come nella parabola della zizzania il momento del giudizio è alla fine dei tempi e c'è un tempo dedicato alla penitenza.
La separazione, la distinzione netta non è di questo mondo, non è nelle nostre possibilità; quello che i pescatori fanno quando hanno tirato la rete a riva è ciò che avverrà alla fine del mondo, alla «synteléia» al “compimento” della storia; la rete deve essere piena, quando è piena la tirano a riva; quando la storia è piena si conclude. Questa sarà l’ora della separazione tra quelli che parteciperanno in pienezza al Regno e quelli che, avendo scelto la morte, la gusteranno.
e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Qui abbiamo l’immagine di una fornace ardente, il pianto e lo stridore di denti. La fornace ardente è il simbolo di quel rifiuto, quindi una nostra scelta. Il pianto evoca il pentimento, ormai inutile, di quanti si trovano per loro colpa ad essere esclusi dal regno dei cieli. Lo stridore di denti è il gesto tipico dei malvagi che meditano iniquità e tramano vendette. 
Cosa vuol dire tutto questo? Gesù vuole solamente darci un avvertimento: egli non destina nessuno alla morte eterna, ma mette in guardia, perché sa che il giudizio dovrà esserci. Sarà nella misericordia ma ci sarà, come confessiamo nel Credo: “Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo Regno non avrà fine”. Rifiutare il dono del Regno non può equivalere ad accoglierlo!
v. 51: Avete compreso tutte queste cose?". Gli risposero: "Sì".
Le parabole terminano. Più volte in questo capitolo Gesù ha detto: “chi ha orecchi per intendere, intenda!”. Chi ha inteso? Chi ha ascoltato? La comprensione delle parabole da parte dei discepoli è fondamentale. Essi devono comprendere "tutte queste cose", cioè i misteri del regno, i suoi umili inizi, le diverse reazioni, la straordinaria pienezza del regno nascosto ma rivelato in parabole e il giudizio che alla fine si avrà.
La loro risposta affermativa significa impegno e coerenza di vita a quanto hanno ascoltato e compreso.
v. 52: Ed egli disse loro: "Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche".
In questo versetto, sembra che vi sia un’allusione o autoritratto dell’evangelista Matteo grazie all'assonanza tra Matteo e mathéteutehis che significa “discepolo” o “che è stato addestrato”.
Matteo è lo scriba, l'uomo di cultura e di lettere, che è diventato discepolo del regno dei cieli. È lui che con le sue conoscenze della religione ebraica e con la sua frequentazione della predicazione di Cristo sa fare sintesi tra cose vecchie e cose nuove.
Chi ha inteso veramente è lo scriba divenuto discepolo di Gesù. Egli possiede un grande tesoro: il tesoro della sapienza (cfr. Sap 8,17-18; Pr 2,1-6), tesoro inestimabile e inesauribile (cfr. Sap 7,14). Se un discepolo è consapevole di questo tesoro, riconosce in lui il dono di Dio e può estrarre da esso cose nuove e cose antiche, perché riconosce in ogni parola dell’Antico e del Nuovo Testamento “Gesù Cristo, Sapienza di Dio” (1Cor 1,24). “In Cristo”, infatti, “sono nascosti tutti i tesori della sapienza di Dio” (Col 2,3).
Chi comprende la parola di Gesù è il vero discepolo tra la folla, rivelatore della realtà segreta del regno di Dio. Per questo può essere definito nuovo maestro della Legge: nuovo perché discepolo di Cristo e come tale partecipe della rivelazione ultima del Padre da lui fatta.

La Parola illumina la vita
Riconosco che sono stato comprato a caro prezzo?
Ho lasciato perdere la ricchezza terrena per guadagnare quella eterna?
Vivo nell’umiltà o mi sento migliore degli altri?
Attingo al grande tesoro, la Sapienza di Dio, giorno dopo giorno, senza stancarmi?
Con che dinamica vivo le tre parabole? Ho capito “tutte queste cose”?

Pregare  Rispondi a Dio con le sue stesse parole…
La mia parte è il Signore:
ho deciso di osservare le tue parole.
Bene per me è la legge della tua bocca,
più di mille pezzi d’oro e d’argento.

Il tuo amore sia la mia consolazione,
secondo la promessa fatta al tuo servo.
Venga a me la tua misericordia e io avrò vita,
perché la tua legge è la mia delizia.  

Perciò amo i tuoi comandi,
più dell’oro, dell’oro più fino.
Per questo io considero retti tutti i tuoi precetti
e odio ogni falso sentiero.

Meravigliosi sono i tuoi insegnamenti:
per questo li custodisco.
La rivelazione delle tue parole illumina,
dona intelligenza ai semplici. (Sal 118).

Contemplare-agire
Chi si accosta alla Parola di Dio senza desiderio, ne esce vuoto - e condannato. Prepariamo l'ascolto coltivando la fame della Parola, per poterne apprezzare tutto il valore (Ugo di S. Vittore).


sabato 22 luglio 2017

LECTIO: XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A)

 Lectio divina su Mt 13,24-43


Invocare
Ci sostenga sempre, o Padre, la forza e la pazienza del tuo amore; fruttifichi in noi la tua parola, seme e lievito della Chiesa, perché si ravvivi la speranza di veder crescere l’umanità nuova, che il Signore al suo ritorno farà splendere come il sole nel tuo regno. 
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
24 Espose loro un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. 25 Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. 26 Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. 27 Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: «Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?». 28 Ed egli rispose loro: «Un nemico ha fatto questo!». E i servi gli dissero: «Vuoi che andiamo a raccoglierla?». 29 «No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. 30 Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponételo nel mio granaio»». 31 Espose loro un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. 32 Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell'orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
33 Disse loro un'altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
34 Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, 35 perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo. 36 Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». 37 Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. 38 Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno 39 e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. 40 Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. 41 Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità 42 e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. 43 Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
La parabola del seminatore, che abbiamo meditato domenica scorsa, ha come un suo prolungamento nella parabola del buon seme e della zizzania, narrate da Matteo l’una di seguito all’altra nel cap. 13. Entrambe le parabole hanno ricevuto da Gesù stesso la spiegazione.
Tutte queste parabole sono introdotte da Gesù con l’espressione: «Il regno dei cieli è simile…», che potremmo anche tradurre: «Avviene al regno dei cieli quello che avviene a…». In queste parabole Gesù cerca di far capire ai discepoli la storia del regno di Dio, e per fare questo ricorre a immagini quotidiane, a ciò che è consueto, come fosse un evento particolare. Gesù non usa mai immagini statiche, non ricorre a discorsi astratti per illustrare il regno dei cieli, il regno di Dio, ma crea immagini di vita, perché il Regno è una realtà storica, viva, è un evento dinamico che si sviluppa con una forza autonoma.
Ci ritroviamo nuovamente col seminatore con la differenza che, mentre in quella parabola Gesù fa riflettere sul terreno nel quale viene buttato il seme buono, in questa parabola Gesù sposta l’attenzione su un nemico esterno, che viene a buttare nel campo appena seminato la zizzania: un seme cattivo, una graminacea che, se seminata con il frumento, lo corrompe e rende nociva la farina che viene prodotta. Non si tratta più di un terreno non adatto, ma di un veleno che corrompe il grano buono.
È un discorso per far capire ai “figli del Regno” (v. 38a) la necessaria pazienza nel sopportare la presenza e la convivenza dei “figli del male” (v. 38c), e allo stesso tempo, la fede nel giudizio finale di Dio che assegnerà a ciascuno la sorte che si sarà meritata.
La parabola è propria di Matteo: ad essa si avvicina in parecchi punti la parabola propria di Marco, del seme che cresce senza che il contadino sappia come (4,26-29); ma il suo insegnamento specifico è diverso.
Il problema della parabola della zizzania è un problema serio che agitava le comunità degli inizi come agita, in qualche modo, anche le comunità cristiane di oggi. Forse siamo, drammaticamente, più abituati alla presenza del male tra di noi. Il problema, infatti, è lo scandalo dei peccati dopo il battesimo, lo scandalo del male che può abitare anche la Chiesa, in ogni battezzato.

Meditare
vv. 24-25: Espose loro un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo.
La parabola (insieme alle altre) viene introdotta con questa formula indirizzata alle folle, mentre le altre tre del secondo gruppo (del tesoro, della perla e della rete), hanno per uditori i soli discepoli e sono prive di ogni formula introduttiva. 
L'evangelista sottolinea che essa riguarda il Regno dei cieli, espressione tipica di Matteo che vuol dire il Regno di Dio. È l'annuncio del Regno di Dio e Gesù annuncia se stesso. Questo annuncio è fatto a tutti, compresi i peccatori. Attraverso la sua azione, Dio stesso sparge il buon seme nel cuore degli uomini. Il regno di Dio stava attuandosi mediante la sua predicazione.
In questi due versetti, si accenna a due dimensioni di semina: la dimensione della consapevolezza e della responsabilità umana e la dimensione che sta oltre questo ambito (“mentre tutti dormivano”), e lì opera la responsabilità del nemico.
Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò.
Ecco quando agisce il nemico. In greco viene usato il plurale: «Seminò sopra zizzanie». «È curioso: il maligno va di notte a seminare la zizzania, nel buio, nella confusione; lui va dove non c’è luce per seminare la zizzania» (Papa Francesco, Angelus 20.07.15). Lui è il principe delle tenebre, quindi agisce di notte. L'uditorio, quindi, è in pieno sonno. Siamo nel pieno della pausa della giornata, nel sonno della fede ed è proprio in questo sonno, il nemico, viene e semina la sua zizzania. 
v. 26: Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania.
In questi versetti forse possiamo cogliere il terrore che spesso ci gira attorno: la presenza del male accanto al bene. L'evangelista inserisce qui la spiegazione di come ci possa essere del seme cattivo nello stesso campo e questo succede “mentre tutti gli uomini dormono”, cioè indipendentemente dalla loro volontà.
La zizzania è una graminacea tossica, un’erbaccia le cui radici, nella crescita, si intrecciano con quelle del frumento e quindi non può essere estirpata senza danneggiarlo.
Il termine ebraico è zùn e quello aramaico zuna, che i rabbini associavano alla radice znh («commettere fornicazione») alla quale attribuivano gli eccessi sessuali nel mondo vegetale prima del diluvio.
Il termine italiano più specifico è “loglio” e deriva dal latino, ma è stata la parola “zizzania” a vincere proprio sulla base dell'odierna parabola di Gesù. Infatti, da questa parabola nasce il nostro comune linguaggio per definire l'opera di chi genera discordia, mettendo ostilità gli uni contro gli altri.
Il male non appare subito. Anzi, all’inizio sembra buono, bello e desiderabile (cfr. Gn 3,6). Solo in un secondo momento si svela come menzogna. Il grano e la zizzania, cioè il bene e il male, crescono insieme in un intreccio che l’uomo non è in grado di districare. «Questo nemico è astuto: ha seminato il male in mezzo al bene, così che è impossibile a noi uomini separarli nettamente; ma Dio, alla fine, potrà farlo» (Papa Francesco, Angelus 20.07.15).