mercoledì 6 dicembre 2017

LECTIO: II DOMENICA D’AVVENTO (B)

Lectio divina su Mc 1,1-8


Invocare
O Dio, Padre di ogni consolazione, che agli uomini pellegrini nel tempo hai promesso terra e cieli nuovi, parla oggi al cuore del tuo popolo, perché in purezza di fede e santità di vita possa camminare verso il giorno in cui manifesterai pienamente la gloria del tuo nome.
Per il nostro Signore Gesù Cristo tuo figlio che è Dio e vive e regna con te nell'unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Leggere
1 Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. 2 Come sta scritto nel profeta Isaia: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:egli preparerà la tua via. 3 Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri, 4 vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. 5 Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. 6 Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. 7 E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. 8 Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo, cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
Un nuovo ciclo liturgico ci rimanda sempre al Precursore di Cristo. Il brano in questione è di Marco che costituisce l’inizio del suo vangelo. Dalla forma possiamo capire il suo stile arcaico. Con la sua vivacità, l’evangelista Marco tratteggia Gesù rivolgendosi in modo particolare a chi si è appena avvicinato al mondo cristiano.
Nel brano Marco presenta la necessità di un precursore perché si compia la venuta del Signore. Il Salvatore chiaramente è Gesù Cristo, ma c’è bisogno di Giovanni. Gesù è il più forte, ma deve essere preceduto da un altro meno forte di Gesù. “Gesù battezzerà in Spirito Santo” con la forza di Dio (Mc 1,8b), ma prima deve essere amministrato un battesimo di acqua (Mc 1,8a).
Il messaggio del Vangelo è chiarissimo: l’azione di Dio si inserisce pienamente nella trama quotidiana della storia; e quindi ha bisogno, come tutti gli avvenimenti umani, di essere collegata con quello che precede. Giovanni deve precedere Gesù, deve preparare la sua venuta, deve predicare un battesimo di conversione per la remissione dei peccati; e deve fare tutto questo ben sapendo di essere solo una premessa all’evento della salvezza effettiva.

Meditare
v. 1: Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.  
L’evangelista Marco comincia il suo vangelo con un termine greco caro al mondo biblico: “arché”. La sua traduzione può assumere diverse sfaccettature: origine, inizio, principio, fondamento, nucleo, punto nodale. Il termine “arché” risuona nell’incipit solenne nel prologo giovanneo: “In principio era il Verbo” (Gv 1,1), e all’inizio della Sacra Scrittura: “In principio Dio creò” (Gn 1,1). È evidente il richiamo a Dio creatore, principio di tutto e che sostiene tutta la creazione fino a inviare il Figlio perché si faccia carne, nuovo Adamo e inizio della creazione nuova.
Un altro termine risuona nel versetto: “euanghèlion” che non è da intendere un genere letterario per raccontare la vicenda di Gesù, ma soprattutto un “annuncio”. Infatti, Gesù è l’annunciante e l’annunciato al tempo stesso. Di conseguenza l'evangelista Marco sottolinea nel presentare Gesù Cristo, Figlio di Dio, espressione che tornerà più volte durante la stesura del Vangelo. Al termine del Vangelo, nel momento della morte di Gesù, un soldato romano esclama: Veramente, quest'uomo era Figlio di Dio (Mc 15,39).
All'inizio ed alla fine, c'è questo titolo Figlio di Dio. Tra l'inizio e la fine, lungo le pagine del suo vangelo, Marco chiarisce come deve essere intesa ed annunciata questa verità centrale della nostra fede: Gesù, il Cristo, è il Figlio di Dio.
vv. 2-3: Come sta scritto nel profeta Isaia: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:egli preparerà la tua via.
Con questi versetti l’evangelista non fa altro che una sintesi di alcuni testi biblici: Es 23,20; Mal 3,1; Is 40,3, parole piene di speranza per il popolo.
Queste citazioni Marco le attribuisce a Isaia componendo così un’unica citazione, per presentarci Giovanni sia come “angelo”, il messaggero che precede la venuta del Signore per il giudizio (Ml 3,1 ss.), sia come voce che annuncia la libertà dalla prigionia e dall’esilio (Is 40,3): giudizio e liberazione sono riuniti per descrivere la predicazione del battesimo di conversione per il perdono dei peccati operata dal Battista nel deserto.
Riprendendo quanto è stato detto al v. 1, per Marco tutto inizia qui, dall’attività del Battista, inizia con la chiamata di Gesù a immergersi nel Giordano.
Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri Marco colloca l’attività del Battista nel deserto, seguendo la tradizione biblica che vede nel deserto il luogo in cui Dio e il Messia si rivelano. Il deserto è quel luogo di prova e di verifica della vita in se per recuperare autenticità.
Marco non dice tanto del Battista lo presenta come “voce di Dio” nel frammento della storia umana. Egli è la voce che grida e rompe il silenzio del deserto. Il suo grido è la forza della contrizione che comincia a lacerare i cuori degli ascoltatori, la seduzione del mondo che inclina al male viene smascherata in tutta la sua falsità e l’uomo ritrova il gusto dell’obbedienza a Dio.
v. 4: vi fu Giovanni
Giovanni Battista è un predicatore di penitenza; non semplicemente un “moralista” che esorta l’uomo peccatore a cambiare vita. Egli ha ricevuto un mandato (cfr. v. 2), è un profeta che proclama la Parola di Dio e dove la Parola di Dio chiede all’uomo qualcosa, nello stesso tempo produce essa stessa nell’uomo quello che chiede.
Nella missione del Battista due gli elementi che si rispondono a vicenda: la conversione dell’uomo e il perdono di Dio; l’uomo che torna verso Dio e Dio che si rivolge di nuovo all’uomo.
Questo significato della predicazione del Battista è confermato attraverso la citazione del profeta Isaia; vi leggiamo una promessa (mando il mio messaggero davanti a te) e un invito (preparate la strada del Signore). Ed è importante notare che prima c’è l’intervento di Dio (mando il mio messaggero) e poi, all’azione di Dio, segue l’azione dell’uomo (preparare la strada).
che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione
Segno esterno e visibile della conversione avvenuta in coloro che ascoltavano la predicazione del Battista e anche il segno della disponibilità a fare penitenza è il Battesimo (bapto, “immergere”).
Il Battesimo è un gesto insieme di immersione ed emersione dall’acqua. Questi due movimenti indicano rispettivamente morte e rinascita. Quanto fa il Battista è un rito che visibilizza all’esterno le disposizioni interiori di conversione. Questa parola, in ebraico, richiama a un cambiare direzione mentre in greco a un cambiare modo di pensare. Giovanni Battezza perché si possa riorientare la propria vita indirizzandola su Dio e la sua promessa.
per il perdono dei peccati
Dio precede sempre alla nostra conversione il suo perdono. Perdonare fa parte dell’opera di Dio. L’uomo che pecca è l’uomo che manca il bersaglio (dal significato ebraico di peccare). Quindi il peccatore è colui che non raggiunge il suo bersaglio, che non raggiunge Dio in quanto incapace di amare.
v. 5: Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme.
La “voce” giunge fino al deserto della Giudea e a Gerusalemme, la città rimpianta amaramente dal popolo in esilio, la città che uccide i profeti e che lapida i messaggeri di Dio, la città che costruisce sepolcri imbiancati, la città metà di ogni pellegrinaggio, la città sulla quale Gesù verserà lacrime e sangue.
Questa folla esce dalla propria città e accorre alle acque del Giordano. Ciò vuole indicare sia l’universalità della recezione del messaggio e della pratica del battesimo proposto da Giovanni al Giordano, ma anche un’evocazione proveniente ancora dal libro della Genesi (Gn 2,8-15), ove si menziona la grande fertilità del giardino dell’Eden posto ad oriente ed irrigato da un fiume che formava quattro corsi d’acqua.
E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Uscire è sinonimo di un battesimo. Immergersi in quelle acque, riconoscendo il proprio peccato, significa riemergerne come creature nuove per ritornare ad essere in comunione con Dio; significa tornare ad abitare il giardino nel quale l’uomo passeggiava al fianco di Dio. Anche in questo bagnarsi risuona l’“arché”, perché invitati ad iniziare con Gesù (anche lui si immergerà in quelle acque) il viaggio partendo dal proprio luogo di fede: un percorso di fede e di discepolato che Marco affida all’uomo di ogni tempo.
v. 6: Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico
Oltre a descrivere una condizione di vita, il vestirsi di peli di cammello ricorda l'abito del profeta Elia (2Re 1,7; 2,8), di colui che doveva far ritorno. Il cammello è l’animale che porta i pesi altri e che cammina per il deserto, che può sopportare le grandi difficoltà presenti in un luogo senza acqua e senza ombra, senza riparo e senza riposo. È l’immagine di Gesù di cui Giovanni ne assume le sembianze (cfr. Rm 13,14). Mentre la cintura di pelle attorno ai fianchi appartiene sia al profeta che al pellegrino e simboleggia la continenza e la sobrietà (Lc 12,35). Con i fianchi cinti sono partiti dall’Egitto gli ebrei dell’esodo a simboleggiare la prontezza e la disponibilità al cammino pasquale. Le cavallette ricordano le piaghe d’Egitto e il miele selvatico rievoca quello che scorreva insieme al latte nella terra promessa da Dio ad Abramo e alla sua discendenza. Inoltre, le cavallette erano il cibo degli asceti perché era possibile averlo anche nel deserto (Lv 11,22) come il miele selvatico. Insieme, cavallette e miele, sono la Parola di Dio nutrimento per l’uomo (Dt 8,3; Sal 19,11; 119,103; Ez 3,3)
Il versetto sintetizza l’essenziale per una vita il cui cuore da senso e spazio a Dio. Giovanni quindi fa della Parola di Dio il suo cibo, che gli permette di vincere il male e gustare il bene.
vv. 7-8: E proclamava: Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali.
Gesù è il Messia designato il «Veniente» di Is 40,10 (cfr. Is 49,24-26). Al venire dalla parte sua deve corrispondere l’attesa dalla parte nostra. Giovanni è il discepolo che “viene dietro” (8,34).
Dal cuore del Battista notiamo una accoglienza trepidante del più “Forte”. Chi è questo “Forte”? È un’espressione che qualifica Gesù come il “più forte”, il “Potente di Giacobbe”. È forte colui di cui “nessuno è più grande fra i nati di donna”, ma è più forte colui che “si è abbassato al di sotto degli angeli”, ma sotto i cui piedi sono assoggettate tutte le cose.
Il sciogliere o legare i lacci erano alcuni servizi che i discepoli avevano il dovere di prestare al maestro e gli schiavi al padrone.
Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo.
Qui sta la grandezza del Battista: la sua piccolezza e umiltà che lo pone dietro al Maestro e ricevere il battesimo che solo Gesù può dare: quello in Spirito Santo. La piccolezza e l'umiltà sono di esempio anche per noi. Nel Battista sono il suo punto di forza per continuare a essere il dito che indica Colui che deve venire in potenza.
Gesù è davvero il Signore in persona e perciò non battezzerà solo con l’acqua, come fa Giovanni, ma «con lo Spirito santo» che è, per definizione, lo Spirito del Signore. Infatti, “Battezza con lo Spirito Santo solo colui che ci elargisce lo Spirito per rendere attive in noi le virtù: carità, gioia, pace e pazienza, bontà, fede e mansuetudine e gli altri frutti insigni dello Spirito” (Ven. Beda, Omelie sul Vangelo, I,1). Questo battesimo che era atteso dagli ebrei (Gl 3,1), dice Giovanni, è un immergerci nella vita di Dio ed è il dono di Gesù: affogarci nella nostra morte per darci la sua vita.

La Parola illumina la vita e la interpella
Lungo la storia della mia vita, chi mi ha indicato il cammino verso Gesù?
Esco dalla mia città, dal mio deserto per ricominciare?
Mi accosto alla Parola di Dio per scoprirne la forza vitale per la mia storia di tutti i giorni?
Ho aiutato qualcuno a scoprire la Buona Notizia di Dio nella sua vita?
Quale cammino di conversione per andare incontro al Signore che viene?
Come il Battista accolgo “il più Forte” nella mia vita di tutti i giorni?

Pregare Rispondi a Dio con le sue stesse parole
Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annuncia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra. 

Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra
e giustizia si affaccerà dal cielo.           

Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui:
i suoi passi tracceranno il cammino. (Sal 84)

Contemplare-agire  L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità…

Ripeti spesso e vivi oggi la Parola: “Fammi conoscere Signore le tue vie, insegnami i tuoi sentieri” (Sal 24,4).

mercoledì 29 novembre 2017

LECTIO: I DOMENICA D’AVVENTO (B)

Lectio divina su Mc 13,33-37


Invocare
O Dio, nostro Padre, nella tua fedeltà che mai vien meno ricordati di noi, opera delle tue mani, e donaci l’aiuto della tua grazia, perché attendiamo vigilanti con amore irreprensibile la gloriosa venuta del nostro redentore, Gesù Cristo tuo Figlio. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Leggere
33Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. 34È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. 35Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; 36fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. 37Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo, cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
Iniziamo con il tempo di Avvento un nuovo anno liturgico – anno B - in cui ci accompagnerà a percorrere i fatti fondamentali della storia della salvezza e dell’esperienza di Gesù il vangelo di Marco.
Il piccolo brano di Marco che è la conclusione del cap. 13, la piccola apocalisse di Marco, predomina il termine vegliare. Questo termine, posto all’inizio dell’anno liturgico, si trova immediatamente prima del racconto della passione, alla quale sembra già accennare l’immagine del padrone che torna a chiedere i conti “al canto del gallo”, immagine che non può non evocare il tradimento di Pietro. Non è neanche da trascurare il fatto che l’ordine di vegliare sia ripetuto ben tre volte nel breve spazio di cinque versetti.
Star svegli è necessario. Non è una questione di date o scadenze che tanti in mezzo a noi attendono con agitazione.
Il Signore Gesù ci ha dato un “potere”. Ci sta una responsabilità di fare e dire quanto Lui ha fatto e detto: mettere a servizio dei fratelli il suo dono nello Spirito.

Meditare
v. 33: Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento.
Il verbo “vegliare” che troviamo in questo versetto, è in coppia con l'altro verbo tipico di questo capitolo, “fate attenzione” (blepete), o “state attenti”, che pure ricorre diverse volte (vedi vv. 5.9.23). Già al v. 32 l'evangelista mise sulla bocca di Gesù la sorprendente affermazione “quanto a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre”, se ne capisce l'importanza: il modo migliore per vivere il presente, per un credente, è la vigilanza. Ciò vuole spiegare meglio che il “fare attenzione” ai segni dei tempi, è una delle costanti che emergono dall’Avvento, è in primo luogo “fare” e “dare” attenzione a Gesù, non stancarsi di Lui e delle sue parole e capire chi è Colui che sta alla porta e bussa (cfr. Ap 3,20), per aprirsi totalmente a Lui.
Il verbo “vegliate” in greco agrypnèite indica lo sforzo e l’impegno di chi fa di tutto per “scacciare” il sonno, in particolare quando sembra ormai vincere ogni resistenza. Il termine lo riscontriamo nuovamente alla fine del brano.
Questo verbo lo ritroviamo anche nell’Orto del Getsemani, quando Gesù dice ai suoi discepoli: “Vegliate e pregate per non entrare in tentazione”. Esso richiama a una preghiera vigilante; la preghiera è necessaria perché voi non vi addormentiate nella vita. È un uscire da una certa situazione di morte, di staticità (cfr. Es 12,41-42).
Nel Vangelo secondo Marco nel “vegliare” c’è innanzitutto un atteggiamento di fondo che è l’atteggiamento della fede. Vegliare per Marco vuole dire ricordarsi costantemente di Gesù Cristo, che veniamo da Gesù Cristo, e che viviamo davanti a lui, al suo cospetto, sotto il suo sguardo. Ciò ci porta a resistere allo spirito dominante e conservare la capacità di critica, per non piegarci al “così fan tutti!”.
La vigilanza deve essere costante “perché non sapete quando è il momento” della sua ultima venuta. Ogni istante è il momento opportuno in cui vivere l’incontro con Lui, in attesa di quello definitivo.
v. 34: È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Il versetto si presenta come una “piccola parabola” (in coppia con quella del fico che occupa i vv. 28-29 dove l'attenzione è posta sui segni dei tempi) che possiamo confrontare con la parabola dei talenti di Matteo (Mt 25,14-15) o delle monete d'oro in Luca (Lc 19,12-13). La caratteristica è sempre la stessa: la veglia.
La piccola parabola presenta un uomo che è partito per un viaggio. Questo viaggio non è altro che un esodo, un uscire dal proprio popolo, andare lontano (cfr. 12,1). Quest'uomo prima di andare via lascia la propria casa, dà il potere ai servi e a ciascuno il suo compito: una responsabilità dunque condivisa “per l'utilità comune” (1Cor 12,7).
In questa consegna, ci sono tutti i tratti di una chiesa “in uscita” per vivere una spiritualità di comunione, una chiesa cioè che vive di una responsabilità di cui il Signore le ha fatto dono. Una chiesa nella quale ciascuno ha il suo compito, nella quale ciascuno ha ricevuto un carisma da potere esercitare. Queste sono le condizioni per attendere, per vegliare, per vigilare.
L'accenno al portiere richiama il v. 29 dove si parla del giudice che è alle porte (cfr. Gc 5,8-9). Il portiere ha una responsabilità particolare circa la vigilanza. Egli deve richiamare tutti, perché chi non veglia, non attende, e chi non attende, non accoglie il Veniente.
v. 35: Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino
Il vegliare non appartiene solo al portiere ma a tutti, perché tutti chiamati ad essere “sentinella” (cfr. Ez 3,16; cfr. anche Rm 13,11-14). Il tempo di veglia è anche tempo di attesa.
La realtà che viviamo, e che vivono soprattutto i giovani, è la realtà di chi non aspetta più niente e di chi non ha un motivo per vegliare. Per cui ci creiamo dei falsi motivi per vegliare uccidendo la speranza. C’è ancora Qualcuno da attendere. Questo è il significato dell’invito che Gesù rivolge a tutti.
Questo qualcuno (che l’evangelista potrebbe identificarlo con il Figlio dell’uomo) può venire alla sera, quando uno dei dodici, Giuda, lo consegna e tutti dormono invece di vegliare con lui (14,10-11.32-45); a mezzanotte, quando il Figlio dell’uomo è interrogato dal sommo sacerdote e annuncia che “lo vedranno venire sulle nubi del cielo” (14,53-62); al canto del gallo, quando Pietro lo rinnega (14,66-72), o al mattino, quando Israele, nei suoi capi, lo consegna ai pagani (15,1-5).
Questo tipo di suddivisione della notte in quattro tempi è dovuta ai romani e corrispondeva ai turni di guardia. Gli Ebrei dividevano la notte in tre vigilie (cfr. Lc 12,38). Le quattro ore in cui vegliare corrispondono ai quattro sonni del discepolo.
Ora, in queste ore che trascorrono, noi troviamo anche lo scandire delle ore della preghiera. L’altro aspetto nel quale vigilare, oltre alla comunione, è proprio la preghiera. Non può giungere all’improvviso il Signore per una chiesa che prega. È indicativo che la vigilanza sia scandita dalle ore della preghiera  e non da altre cose. Questo dovrebbe portarci a far sì che la preghiera sia vissuta come attesa, come vigilanza, come incontro. Il Signore riconosce coloro che troverà così.
v. 36: fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati.
L'affermazione finale “non vi trovi addormentati” ha un significativo rimando al racconto della passione (Mc 14,37.40.41) dove i discepoli si addormentano.
Proprio quando i discepoli vengono meno nella fedeltà al loro maestro, nell’ora della tenebra, questi incoraggia ed esorta sapendo che il suo insegnamento, cioè che il Figlio dell’uomo deve morire per risuscitare il terzo giorno, è difficile da accettare e da vivere. Il racconto di passione subito dopo metterà in primo piano proprio la non-vigilanza.
Tutti questi momenti coglieranno i discepoli nel sonno, all'improvviso. La carne è debole, non è ancora rivestita dalla forza dello Spirito
Il Signore che viene di notte non è colui che si diverte a non farci dormire, anzi è colui che ci mantiene in vita nell’ora della tenebra e della morte, nel momento in cui più siamo in difficoltà e abbiamo maggiormente bisogno di lui. Ma la sua venuta è anche quella del ladro (1Ts 5,2) per chi ha posto il suo tesoro altrove.
v. 37: Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».
Qui, riprendendo il discorso del v. 3 che era rivolto a Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea, viene esplicitata la portata universale: “lo dico a tutti”. Attraverso loro, il discorso è esteso a tutti e alla Chiesa di ogni tempo. I discepoli e quindi la Chiesa devono essere consapevoli che vegliano, ma non vegliano solo per se stessi, ma per tutti.
“Vegliate”. È l'ultima parola di Gesù prima che inizi la sua passione. Il cristiano deve dunque vegliare. Questo è il consiglio operativo e imperativo per il credente perché proprio questo atteggiamento lo distingue dal mondo che non attende il ritorno del Signore. Al v. 28 Gesù dice: “Dalla pianta di fico imparate questa parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina”.
Vegliare significa conservare quella condizione fondamentale per riconoscerlo al suo apparire. Chi non sa vegliare non sa neanche pregare. Perciò “svègliati, o tu che dormi, dèstati dai morti, e Cristo ti illuminerà” (Ef 5, 14. Cfr. anche 1Cor 15,34; Rm 13,11).

La Parola illumina la vita
Gesù, mi chiama a trascendere le forme e di attaccarmi a lui. Quali cose, forme, segni, credo che il Signore mi chiede di trascendere per attaccarmi di più a lui?
Sono consapevole che, tante volte, anch’io sto dormendo, vagando “lontano dalle vie del Signore”?
Sono vigilante, attento, secondo l’invito che mi viene dal Vangelo, oppure il mio cuore, la mia attenzione è rivolta a tutt’altra cosa che nulla ha a che fare con il Cristo?
Vivo la mia vita in una continua attesa del Signore che viene? Oppure aspetto il ciclo liturgico dell’Avvento come occasione per ricordarti l’elemento di attesa nella vita cristiana?

Pregare Rispondi a Dio con le sue stesse parole
Tu, pastore d’Israele, ascolta,
seduto sui cherubini, risplendi.
Risveglia la tua potenza
e vieni a salvarci.               

Dio degli eserciti, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi
e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.  

Sia la tua mano sull’uomo della tua destra,
sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Da te mai più ci allontaneremo,
facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome. (Sal 79)

Contemplare-agire L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità…

Vivo in pienezza il presente, senza assolutizzare nulla, cogliendo il valore e il limite di ogni cosa, senza rimandare a domani il bene che si può fare e si deve fare oggi.


giovedì 23 novembre 2017

LECTIO: XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A) CRISTO RE DELL'UNIVERSO

Lectio divina su Mt 25,31-46


Invocare
O Padre, che hai posto il tuo Figlio come unico re e pastore di tutti gli uomini, per costruire nelle tormentate vicende della storia il tuo regno d’amore, alimenta in noi la certezza di fede, che un giorno, annientato anche l’ultimo nemico, la morte, egli ti consegnerà l’opera della sua redenzione, perché tu sia tutto in tutti. Egli è Dio, e vive e regna con te nel'unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Leggere
31Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. 32Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 34Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, 35perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, 36nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». 37Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». 40E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». 41Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, 42perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, 43ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». 44Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». 45Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me». 46E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo, cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
Il nostro testo fa parte di un lungo discorso escatologico (24,1-25,46) pronunciato da Gesù sul monte degli Ulivi ai suoi discepoli in disparte. Il discorso parte dall’annunzio della distruzione di Gerusalemme per parlare della fine del mondo e trova il suo culmine letterario e teologico nel nostro testo che, riallacciandosi a 24,30-31, torna a parlare della venuta del Figlio dell’uomo accompagnato dagli angeli. Il raduno degli eletti prende qui la forma di un giudizio finale. Questo discorso escatologico chiude il ministero di Gesù, cioè l’attività pubblica in cui Gesù ha predicato e operato segni, miracoli. Dopo c’è il racconto della passione. Fondamentalmente, il significato di questo discorso è un’esortazione a sintonizzare la nostra vita sul futuro che ci viene svelato davanti; il Signore ci dice quale sia il futuro della storia e ce lo dice perché impariamo a vivere il presente orientandolo verso quel futuro, perché ci possiamo preparare vegliando, rimanendo svegli, senza lasciarci addormentare o anestetizzare da tutte le diverse esperienze della vita quotidiana.
Quindi, al centro di quel discorso c’è l’invito a vegliare.

Meditare
v. 31: Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria.
Figlio dell’uomo è una espressione semitica che significa semplicemente un essere umano (cfr. il parallelismo tra “uomo” e “figlio dell’uomo” in Sal 8,5). Così la usa frequentemente il libro di Ezechiele dove Dio indirizza il profeta come “figlio dell’uomo” (Ez 2,1.3.6.8; 3,1.2.4.10.16) per risaltare la distanza tra Dio che è trascendente e il profeta che è un semplice uomo. Però in Daniele 7, 13-14 l’espressione acquista un significato particolare. Il profeta vede “apparire sulle nubi del cielo uno simile ad un figlio di uomo” che riceve da Dio “potere, gloria e regno”. Si tratta pur sempre di un essere umano, che però viene introdotto nella sfera di Dio. Il testo è stato interpretato sia in senso personale che collettivo, ma sempre in senso messianico. Quindi, sia che si tratti di una sola persona sia che si tratti del Popolo di Dio nel suo insieme, il Figlio dell’uomo è il Messia che inaugura il Regno di Dio, un regno eterno e universale.
Il Figlio dell’uomo è Gesù Cristo, di cui viene richiamata la figura umana umile e sofferente, perché il termine “Figlio dell’uomo” richiama questa debolezza della condizione umana di Gesù. Ma quel Gesù che è passato in mezzo a noi conoscendo la sofferenza, ora è presentato davanti a noi come giudice, lui è il giudice della storia. Dunque, il giudizio ha una misura umana, è misurato su un uomo, e su quell’uomo concreto che è Gesù. L’uomo autentico, l’uomo compiuto è Lui, per questo l’umanità è misurata a partire da Lui. Gesù viene presentato come un re. E qualche versetto dopo verrà proprio detto che è un Re che si insedia su quel posto di potere che gli spetta.
In questo versetto ci sta un “coestendersi”di Cristo nella storia, quella di ieri, quella di oggi e quella di domani, proprio perché tutto diventi “suo regno”: “Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi” (1Cor 15,25).
vv. 32-33: Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli.
Anche se non vien detto la modalità del raduno (cfr. 24,31), il verbo passivo richiama che colui che raduna è Dio; la fine della storia, intesa come una ricomposizione dell’umanità frammentata, è dunque dovuta alla sua azione potente, perché la storia non è proiettata verso il nulla o il caos, ma è nelle mani di Dio che raduna alla fine il suo gregge disperso.
In questa espressione riecheggiano passi significativi dell’AT come quello di Gioele: “Riunirò tutte le nazioni … e verrò a giudizio con loro” (Gl 4,2) oppure di Isaia: “Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria” (Is 66,18).
Con la parola “genti” (panta ta ethnê) in genere la tradizione biblica intende i pagani, i goym; questo è confermato da Matteo, infatti è alle genti che deve essere annunziato il vangelo prima che venga la fine: “questo vangelo del regno sarà annunciato in tutta la terra abitata a testimonianza per tutte le genti”. Alla fine della sua narrazione Matteo trasmette l’invito del Risorto ad “ammaestrare tutte le genti” (28,19). Si può dire allora che la locuzione tutte le genti va riferita anzitutto ai popoli pagani, che sono stati messi a confronto con il messaggio di Gesù dall’annuncio degli apostoli, dei discepoli e dei credenti in genere.
L’evangelista non fa altro che presentarci il giudizio di coloro ai quali sono inviati gli apostoli. Stando al testo l’Israele biblico sembra già essere stato giudicato: “perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un altro popolo che lo farà fruttificare” (21,43).
Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
La prima azione del raduno è un atto discriminatorio. Al Figlio dell’uomo è stata già riconosciuta la funzione regale, con il lessico del trono, della gloria, del giudizio, al v. 34 gli si attribuirà esplicitamente il titolo di Re; in questo versetto invece viene presentato come “pastore” e “giudice” che sa ben distinguere.
Questi due titoli non risultano in conflitto tra loro, ma sono l’espressione di una cura, della premura e responsabilità di colui che ha alla fine il ruolo di giudice della storia.
La separazione delle pecore (nome femminile) dai capri (nome maschile) non vuole indicare una giustizia che distingue i maschi dalle femmine, si rifà piuttosto all’uso dei pastori palestinesi che alla sera separano le due componenti del gregge, perché i secondi sono più sensibili al freddo rispetto alle pecore che meglio resistono al clima rigido. Stando al paragone la separazione sembra guidata dall’attenzione e dalla cura e non dall’atteggiamento condannatorio; se poi pensiamo che sullo sfondo del brano si intravede Ez 34, questo tratto di premura e responsabilità viene ulteriormente accentuato.
v. 34: Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio,
Matteo ama molto la locuzione Padre mio, la usa infatti 16 volte per esprimere la relazione unica del Figlio col Padre; in questo testo fa comprendere che dalla sua relazione unica col Figlio scaturisce la benedizione di Dio verso gli uomini, questa sovrabbondanza di amore che si riversa sugli uomini che sono così benedetti, cioè amati, gratificati di ogni benevolenza divina.
ricevete in eredità il regno
È la presentazione dell’entrata in possesso del bene immenso del regno, possesso che non nasce da un diritto, ma da una gratuità che vive e cresce nella relazione Padre-figli. Quindi il dono non scaturisce dai meriti, ma dalla gratuità della paternità divina e dall’accoglienza da parte degli uomini del Figlio: è Lui che conduce al “Padre” e quindi alla relazione filiale che dona benevolenza e beatitudine. Cristo, pastore e giudice, orienta verso il Padre i suoi (cfr. Gv 14,6).
preparato per voi fin dalla creazione del mondo,
L’amore del Padre non è estemporaneo, né emotivo, ma innestato nella sua identità generativa e creatrice (cfr. Pr 8,22-31); per questo è un amore nei riguardi di noi figli previdente e pensato da sempre. La “riserva” ci ricorda una cosa preziosa da gustare nei momenti particolari, e qui non si tratta di vini o cibi speciali, ma del dono della familiarità divina.
vv. 35-36: perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi».
Inizia qui la descrizione del criterio per poter far parte del “regno”: le opere di misericordia, che chiamiamo “corporali”. La ragione dell’essere benedetti con l’eredità, cioè col divenire familiari di Dio, è aver dato da mangiare a chi ha fame, da bere a chi ha sete, ospitato i forestieri, rivestiti i nudi, visitato gli ammalati ed essere andati a trovare i carcerati. L’esercizio delle opere di misericordia determinano il premio di coloro che le compiono o in caso contrario la condanna.
Questa motivazione sembra richiamare la quinta beatitudine: “beati i misericordiosi perché troveranno misericordia” (5,7); ereditare il regno è infatti frutto della gratuità di Dio, in altri termini della sua misericordia, ma non può trovare misericordia chi non ha misericordia (cfr. 18,23-35).
Significativo che Gesù nella sinagoga di Nazareth ricorda come Dio stesso sia coinvolto nell’amore verso questi bisognosi; la prigionia e le necessità dalla quali è venuto a liberare Cristo (Lc 4,18-19) racchiudono tutte le dimensioni dell'uomo, verso le quali veramente da parte di Dio si opera una gheulà (la Redenzione, un mondo che splenda della luce divina), il riscatto, la riacquisizione della dignità e della proprietà; positivamente l’uomo diventa oggetto della eudokia (buona accoglienza) di Dio, della sua benevolenza, della sua misericordia.
Entrare nel regno non è una questione di fede ma di carità. La fede è grande, ma la carità ancora più grande (cfr. 1Cor 13,13).
vv. 37-40: Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?».
Qui i giusti fanno una richiesta di chiarimento. Riconoscono il Signore ma solo nell’aspetto estetico. Viene usato per tre volte l’avverbio a testimonianza. Ma ci sta una cecità: non vedono che ci sta una giustizia che non è fatta di norme o prescrizioni da osservare o di semplice fede. La giustizia di cui si parla riguarda l’accoglienza del bisognoso di cui qui si esclude chi fosse o il momento in cui l’hanno fatto.
E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me».
L’AT conosceva prescrizioni di misericordia (cfr. Is 58,7; Prv 19,17), ma Gesù evidenzia la necessità di passare dal riconoscimento della validità di una norma astratta alla sua attuazione nell’amore che dilata i confini del “regno”. Infatti, pronta è la risposta alla cecità ove il re da una propria risposta una prospettiva diversa, un modo di relazionarci con Lui e i fratelli: i piccoli. Chi sono questi “miei fratelli più piccoli”? In altri passi del Vangelo di Matteo, le espressioni “miei fratelli” e “più piccoli” indicano i discepoli (10,42; 12,48-50; 18,6.10.14; 28,10). Indicano anche i membri più abbandonati della comunità, i disprezzati che non hanno posto e non sono ben ricevuti (10,40).
Gesù si identifica con loro e in particolare, nel contesto più ampio della parabola finale, l'espressione “miei fratelli più piccoli” si allarga ed include tutti coloro che non hanno posto nella società. Indica tutti i poveri.
Matteo ripete in forma diversa la regola d’oro, proclamata nel discorso della montagna; 7,12: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (22,34-40); per cui ogni gesto d’amore in realtà è diretto a Gesù.
 vv. 41-45: Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?».
Qui abbiamo lo stesso procedimento stilistico che ricorre in 7,24-27. La risposta è identica alla precedente. Ma in senso negativo.
Con chiarezza il Signore ci mette davanti l’unica via, che è quella della vita. Non sceglierla, o prenderne altre, è realizzare la propria morte. Quest’indicazione l’abbiamo con una espressione tremenda:  “maledetti”
È l’esperienza della morte, è il dominio della morte sulla vita dell’uomo. La prima volta che nella Bibbia si esprime una maledizione rivolta all’uomo è nel caso di Caino: l’uomo è maledetto, proprio perché ha ucciso. Ed è questa la maledizione, non è altro che questa. Non c’è da aggiungere una maledizione che venga da lontano. La maledizione sta dentro al comportamento dell’uomo che chiama la morte contro il suo fratello, ma che in realtà la prende sopra di sé; ha fatto un patto con la morte.
Non si dice che il “fuoco eterno” sia stato preparato prima della creazione del mondo, come si diceva invece del Regno. Il Regno è stato preparato da prima della creazione del mondo, mentre del fuoco eterno non si dice. Del “Regno” si dice: “è stato preparato per voi”. Del “fuoco eterno” si dice: “è stato preparato per il diavolo”. È significativo: quello che “Dio ha preparato per voi” è solo il Regno, è solo la Beatitudine. Dio ha creato l’uomo per la vita.
Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me».
Qui si ripete l’identificazione di Cristo Gesù: tra i più piccoli. Dio si identifica con ogni uomo che quotidianamente incontriamo sulla nostra strada. Ricordiamo Sant’Ireneo che ricorda che “la gloria di Dio è l’uomo vivente”, quindi saremo giudicati dalla nostra capacità di riconoscere il Suo volto nel povero, nel debole, nel sofferente. San Giovanni della Croce ci ricorda che “alla sera della vita saremo giudicati sull’amore”.
Anche i cristiani saranno giudicati nell’ultimo giorno, ma non sembra siano compresi in questo brano; infatti sempre all’interno del discorso escatologico, ma immediatamente prima del giudizio delle genti, i credenti in Cristo saranno misurati in base alla vigilanza, alla docilità nel compiere la volontà del Padre celeste, alla messa a frutto dei doni di Dio (cfr. Mt 24,36-25,31).
v. 46: E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».
 Il giudizio di condanna significa entrare nella logica diabolica. Allora, ciò che è stato preparato per il diavolo diventa la punizione, e che l’uomo prende sopra di sé. E il motivo è evidentemente quello che abbiamo già visto: non hanno usato misericordia verso il Figlio dell’uomo, non usandola verso i fratelli.
Giudizio vuole dire: separazione, divisione; e la conclusione del brano è proprio questa. Per fortuna l’ultima parola, l’ultima immagine, è quella dei giusti e della vita. Perché questo è il disegno di Dio, e solo questo. La Beatitudine è preparata da Dio per noi. La punizione è costruita da noi per noi stessi, non da Dio, non l’ha preparata lui; è una realtà di allontanamento della nostra libertà da Dio.

La Parola illumina la vita
Dinanzi a questa pagina del Vangelo: quale opera di misericordia è più facile? Quale più difficile? Quali mi mettono più paura? Quali di queste Dio ha compiuto per me?
Quale di queste opere Dio ha compiuto per me? Quando? Come? Ora cosa chiede a me?

Pregare Rispondi a Dio con le sue stesse parole
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare.
Ad acque tranquille mi conduce.

Rinfranca l’anima mia,
mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni. (Sal 22)


Contemplare-agire
Portare la mente nel cuore a immedesimarsi nel mistero dell’incarnazione come solidarietà con i poveri, gli ultimi, gli affamati, come solidarietà con ciascuno di noi nella propria singolarità.

mercoledì 15 novembre 2017

LECTIO: XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (A)

 Lectio divina su Mt 25,14-30


Invocare
O Dio, che affidi alle mani dell'uomo tutti i beni della creazione e della grazia, fa' che la nostra buona volontà moltiplichi i frutti della tua provvidenza. Aiutaci ad ascoltare la tua voce per essere sempre operosi e vigilanti in attesa del tuo ritorno, nella speranza di sentirci servi buoni e fedeli, ed entrare nella gioia del tuo regno.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
14Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi parti. Subito 16colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. 17Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. 20Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: "Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque". 21"Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone". 22Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: "Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due". 23"Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone". 24Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: "Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e racco­gli dove non hai sparso. 25Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo". 26Il padrone gli rispose: "Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. 28Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. 30E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti".

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo, cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
La “Parabola dei Talenti” fa parte del 5º Sermone della Nuova Legge (24,1 a 25,46) e si colloca tra la parabola delle dieci vergini (25,1-13) e la parabola del giudizio finale (25,31-46).
Queste tre parabole chiariscono il concetto relativo al tempo dell'avvento del Regno. La parabola delle dieci vergini insiste sulla vigilanza: il Regno di Dio può giungere da un momento all'altro.
La parabola dei talenti orienta sulla crescita del Regno: il Regno cresce quando usiamo i doni ricevuti per servire. La parabola del giudizio finale insegna come prendere possesso del Regno: il Regno è accolto, quando accogliamo i piccoli. La parabola delle vergini si conclude con un invito a vegliare. Il versetto seguente (inizio del vangelo di oggi), riprende: “Come infatti”. Ci deve essere un nesso tra le due cose, tra l’invito a vegliare e la parabola così introdotta. Che cosa significa “vegliare”? La parabola precedente conteneva già una risposta: sapersi equipaggiare per un tempo lungo. Ma da essa appariva già chiaro che “vegliare” non è solo stare svegli durante la notte: tutte quelle vergini si sono addormentate e questo non è un fatto che venga censurato. “Come infatti” allora vegliare? Matteo continua a porsi lo stesso problema anche nella parabola dei talenti, e la sua risposta è questa volta che la vigilanza deve ispirare le nostre occupazioni quotidiane.
Il talento originariamente era una misura ovvero, il suo significato era attribuito alla bilancia e a un peso. Successivamente passò ad indicare la moneta. Oggi rimanendo solo il nome, vuole indicare la capacità, le doti migliori. A sviluppare le doti naturali ci spinge già la natura, l'ambizione, la sete di guadagno. A volte, anzi, è necessario tenere a freno questa tendenza a far valere i propri talenti perché essa può diventare facilmente carrierismo, smania di imporsi sugli altri.
Gesù parlandone non intendeva parlare di un obbligo per sviluppare le proprie doti naturali, ma di far fruttare i doni spirituali da lui recati. I talenti di cui parla Gesù sono la parola di Dio, la fede, in una parola il regno da lui annunciato. In questo senso la parabola dei talenti si affianca a quella del seminatore.

Meditare
v. 14: Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio
Ciò che giustifica la consegna dei beni è la partenza per un viaggio. Ci è dato di vivere la ricchezza della misericordia di Dio nella consapevolezza che tutto ciò che ci è dato nasce da quella condizione per cui un uomo è partito per un viaggio.
Nella storia della salvezza ritroviamo alcuni riferimenti a dei viaggi: il viaggio di Abramo (cfr. Gen 11,23-25,10), il viaggio di Mosè (cfr. Es 2-20) con il suo popolo, il viaggio di Gesù a Gerusalemme (cfr. Lc 9,51-18,14). Tutto ciò che siamo non ci deve fare dimenticare che se abbiamo dei doni li abbiamo in virtù di quei viaggi che nella Scrittura sono viaggi soteriologici. In tutto questo ci sta un senso di responsabilità dei cristiani. Il viaggio, deve servire per un maggiore impegno a servire con fedeltà il Signore.
chiamò i suoi servi
Il viaggio del padrone è legato alla chiamata. Sembra rivivere il riposo di Dio al termine della creazione dell’uomo. Egli riposa perché lo ha creato a sua immagine e somiglianza; l’uomo è l’unico a cui può affidare la terra in cui l’ha posto. L’uomo, quindi, è l’amministratore che gode della fiducia di Dio e Dio, ora, può riposarsi.
È nel riposo di Dio che nasce la chiamata e il servizio. In esso esprimiamo in modo sommo ciò che Cristo ha compiuto nel suo viaggio verso Gerusalemme. In fondo, rispetto al viaggio che Gesù ha compiuto, la nostra fedeltà per la nostra condizione di servi è ben poca cosa. Ma è una realtà alla quale il Signore affida un valore immenso se vissuto nella consapevolezza che tutto dovrà essere a lui reso.
e consegnò loro i suoi beni.
L’inizio della vita è la consegna di un patrimonio da parte di Dio a noi. Quel patrimonio non ce lo siamo del tutto meritato ed in fondo non appartiene del tutto a noi, perché della vita non possiamo fare ciò che vogliamo; essa appartiene al Signore ed è un dono che il Signore ci fa.
Il patrimonio qui è descritto in talenti. Un talento corrispondeva a seimila denari ed il denaro che era la retribuzione di un giorno di lavoro.
Un talento erano seimila giornate lavorative.
Gesù usa questa unità di misura per illustrare qualcosa circa la ricchezza che Dio riversa negli uomini.
v. 15: A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi parti.
In questo versetto si nota con chiarezza che la distribuzione non è uguale per tutti. Tuttavia nel Vangelo il Signore non si sofferma su quanti talenti posseggo.
Quei talenti rappresentano una varietà di doni e l’evangelista ne sottolinea le qualità umane legate alla persona: le specifiche capacità che poi saranno sviluppate nel tempo e che si trasformeranno anche in abilità particolari.
Per chi vede la creazione dell’uomo come opera di Dio, non fa la distinzione tra talento e non talento: tutto è un talento.
Non è neppure importante la quantificazione che ci presenta il racconto evangelico; non è questo lo scopo delle parole del vangelo. La questione fondamentale riguarda l’uso dei talenti. Questo è importante. Infatti il modo di usarli è strettamente collegato col modo di intenderli, di concepirli. Il significato che io do ai talenti che posseggo determina l’uso che ne faccio.
Dio ha dotato l’uomo dei Suoi doni, perché dominasse (= amministrasse e facesse ben crescere) il creato (cfr. Gen 1,28), non per dominare (= spadroneggiare) gli altri esseri umani.
Il talento non è dato per prevaricare sul nostro simile; pertanto, dalla quantità di talenti non è lecito sviluppare un senso di superiorità verso il prossimo.
Ciascuno ha una propria dotazione personale datagli direttamente dal creatore. Come cristiani, alla luce di questa parabola ci troviamo davanti ad una vera e propria sfida, la quale, se ci riflettiamo bene, ci impegna più di quanto non pensiamo: quali sono i talenti miei e dell’altro?
secondo le capacità di ciascuno.
Il termine usato è dynamin: che significa: “a ciascuno secondo quanto può fare”. È il talento che mette in condizione le persone di essere valorizzate. Il carisma non si sostituisce alla persona, ma si incarna. In fondo, è il dono di essere figlio che dà al figlio di essere figlio, se così si può dire, applicandolo a Gesù. Il termine dynamis è il termine usato a proposito dell’azione dello Spirito nella Chiesa, la sua potenza. Il dono non si sostituisce alla persona.
La capacità è legata al dono dello Spirito. Ecco allora l’importanza del discernimento dei doni dello Spirito.
vv. 16-17: Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque.
La parola «subito», atteggiamento che assume il primo servo, è molto importante ed ha un valore temporale (indica immediatezza, puntualità), e un valore modale (manifesta l’energia, la decisione, la scioltezza con le quali il servo agisce): ha risposto con prontezza alle attese del padrone. Inoltre, la parola «subito» indica che questo servo agisce coi talenti come avrebbe agito con i propri averi. Non agisce come un servo che si accontenta di eseguire ordini, ma come un servo intelligente che pensa a cosa fare in ogni circostanza per far fruttare i beni del padrone, sapendo che la propria situazione migliorerà se migliora quella del padrone. Più che come un servo, si comporta come un socio, come uno stretto collaboratore del padrone. Questo servo è quasi un alter ego del padrone, però non ne approfitta per arricchirsi alle spalle del padrone. L’iniziativa del servo rende fruttuoso il capitale che gli è stato consegnato e lo raddoppia. Il racconto non specifica come abbia raggiunto questo obiettivo, perché si tratta di un particolare secondario alla dinamica del brano. Basta sapere che ha messo a frutto intelligenza e buona volontà, dinamismo e intraprendenza, partecipando in modo personale al raggiungimento del nuovo capitale.
Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due.
Allo stesso modo anche il secondo servo: ha ricevuto di meno, ma anche lui si mobilita immediatamente e riesce a raddoppiare il capitale iniziale, raggiungendo lo stesso obiettivo del primo. Il testo non indica nemmeno per questo servo come ha fatto fruttare i talenti e ha conseguito il guadagno.
v. 18: Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Ben diversa è la posizione presa dal terzo servo che costituisce la variante del racconto: con lui il meccanismo si inceppa e non riesce a raddoppiare il capitale semplicemente perché non ci ha nemmeno provato. Ha seguito una strada che può sembrare apparentemente logica: quella di conservare il denaro. Ma così ha espresso un impegno minimale o addirittura un disimpegno.
A sua discolpa ci sarebbe un detto rabbinico: «Il denaro non può essere custodito con sicurezza se non sotto terra». Ma il confronto con gli altri due servi blocca ogni tentativo di giustificazione del terzo. Rappresenta l’uomo ingessato, statico, in opposizione al dinamismo dei primi due. Sono in contrasto due atteggiamenti: il fare e il non fare.
Possiamo osservare che il servo non ha preso il talento come un dono, come un atto di fiducia del padrone; ha considerato quel talento come un peso che il padrone gli metteva sulle spalle, una responsabilità pesante da portare e che non avrebbe prodotto per lui nessun vantaggio, perché quel talento era del padrone e se lo moltiplicava, lo moltiplicava per lui. Che interesse ha a fare questo? Nessuno. Allora questo servo diventa fannullone e non si impegna perché non gli interessa fare piacere al padrone; è convinto che il Signore, il padrone, quel talento non glielo ha dato per amore, glielo ha dato per interesse. E si può vedere la vita anche così. Si può vedere la vita come un atto di fiducia nei nostri confronti, ma si può vedere anche solo come un peso che ci è stato messo sulle spalle e nel quale non c’è niente da guadagnare; semplicemente siamo costretti a sopportare una sofferenza che non ci piace e che non ha risultati.
v. 19: Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
È il momento della verifica finale, un momento inevitabile. Il regolamento avviene con Colui che ha donato. Ci si deve aspettare il ritorno di Colui che ha donato. L’incontro è con Chi ama. Bisogna trovarsi in comunione con Chi ha donato, con Colui che ama.
L’uomo in ogni istante si trova sempre al cospetto di Dio anche se in noi la “percezione” di questa presenza non è sempre viva. Il confronto però arriva e saremo faccia a faccia. Ciascuno, quindi, prende piena coscienza di cosa è, di come ha vissuto, delle motivazioni più profonde, di come ha sfruttato le possibilità della vita, delle sue azioni, insomma di come ha trafficato i suoi talenti.
vv. 20-23: Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: "Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque". "Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone". Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: "Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due". "Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone".
In questi versetti inizia un dialogo particolare con i servi. Viene messo in luce quanto è stato fatto e le motivazioni che hanno spinto i servi (i primi due) ad agire. Entrambi dicono la stessa cosa, a parte le cifre dei talenti ricevuti in consegna e di quelli guadagnati. Viviamo del dono di Dio e della fiducia di Dio; siamo chiamati a rispondere a Dio con la dedizione fedele. Non basta non fare il male per compiere il senso della nostra esistenza: bisogna piuttosto trasformare quello che abbiamo ricevuto secondo i progetti di Dio.
Questi due servi si rivolgono al padrone, lo chiamano «Signore», riconoscono in lui una signoria. Usano i verbi «mi hai consegnato» e «ho guadagnato»: il primo verbo esprime la fiducia del padrone e il secondo verbo esprime la loro risposta fedele e laboriosa. Il rischio e la fiducia del padrone hanno avuto esito positivo. Per entrambi risuona lo stesso compiacimento del padrone che si trasforma in premio.
La risposta che il padrone da’ è gratificante e qualificante: «Bene, servo buono e fedele»; poi una ricompensa materiale: «sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto»; infine una ricompensa morale o spirituale: «prendi parte alla gioia del tuo padrone».
La differenza tra i due e i cinque talenti non incide minimamente sul premio. È l’amore e la fedeltà che ha mosso i due servi. Questi si sono impegnati, perché non hanno avuto paura, hanno saputo amare ed hanno avuto il gusto di poter dare al Signore il patrimonio che avevano ricevuto arricchito con un di più messo dal loro impegno. Se uno vuole trasformare la propria vita, deve partire non con un atteggiamento di paura verso Dio, ma con un atteggiamento di fiducia, deve essere convinto che il Signore lo ami, deve restituire amore per amore. È l’amore che ci porterà a fare ciò che piace a Dio, che ci spingerà a trasformare la nostra vita secondo una forma che sia corrispondente al progetto di Dio.
vv. 24-25: Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: "Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso.
Anche colui che riceve poco si presenta al cospetto del padrone. Qui egli confida la sua paura: paura della durezza e della severità del suo padrone. È sempre la natura del rapporto con il Signore che determina il comportamento quotidiano.
Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo".
Quest’uomo non ha sentito suo il dono di Dio, forse ha provato solo un favore da parte di Dio… pura grazia. Nelle sue parole si nasconde un imperativo: “riprenditelo!”. Un dono restituito, non è semplicemente rifiuto di un dono, ma rifiuto del donatore. Presa di distanza dal donatore.
Quest’uomo è come se avesse rotto e rifiutato, in certo modo, la relazione di comunione con il Padre Celeste e la Sua logica che tutto è dono. È come se avesse voluto innalzare delle barriere; mettere dei paletti ben piantati in terra per segnare dei confini, come per difendersi da qualcuno che è considerato troppo invadente.
vv. 26-27: Il padrone gli rispose: "Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse.
È la risposta del padrone a tale comportamento, la reazione di Dio alle parole di questo suo servo. La malvagità è legata alla pigrizia. Il padrone non dice: “sapevi che io sono un uomo severo”, ma dice: “sapevi che io mieto dove non ho seminato, raccolgo dove non ho sparso”. In queste parole ci sta la logica del dono: mietere e raccogliere dove non si è seminato. Ma non a tutti e dato di comprenderlo. Questa non è severità ma benevolenza da parte di Dio. È l’atteggiamento di colui che ha donato, di colui che ci ha resi capaci della dynamis, della potenza dello Spirito. Il rapporto con i popoli dell’Islam dovrebbe essere vissuto proprio in questo senso.
La parabola ci ricorda che Dio interagisce con la vita degli esseri umani, e gli risponde: “avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse”. Tuttavia non dobbiamo lasciarci ingannare dalle apparenze, ossia dalla modalità della risposta.
Il Padre celeste non è un commerciante, né un affarista e non calcola la nostra corrispondenza in termini di dare ed avere, altrimenti saremmo sempre in svantaggio. Sant’Agostino nelle sue Confessioni (Libro I, 4) ci illumina così: “Non manchi mai di nulla eppure gioisci nell’acquistare; mai avaro eppure esigi gli interessati si presta qualcosa al fine di averti come debitore…per quanto, chi mai possiede qualcosa che non sia già tuo?”
vv.28-30: Toglietegli dunque il talento e datelo a chi ha i dieci talenti.
Inizia la punizione: la privazione di quel bene che il servo non ha saputo mettere a frutto. Il tempo della verifica del suo amore verso il padrone è finito. Il tempo delle opportunità è scaduto ed è giunto il momento del rendiconto: gli viene tolto ciò che in realtà non ha mai accolto nella propria vita.
Il terzo servo è stato trovato dal padrone incapace di relazione, quindi viene privato di quel bene che era il segno e nello stesso tempo il banco di prova di quella relazione che in realtà sono l’amore, il servizio, la condivisione. Tutto quello che fa crescere la comunità e rivela la presenza di Dio.
L’ordine di consegnare il talento a chi ne ha dieci risulta un po’ strano. Un talento in più non cambia la situazione di chi aveva ricevuto la promessa del «molto» e della condivisione della gioia stessa del padrone. Il testo probabilmente vuole indicare che esistono solo due possibilità: avere o non avere. E chi ha, ha molto. Ora il molto che il lettore conosce come quantità espressa dalla parabola è il numero dieci.
Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha.
Il v. 29 riprende quanto viene espresso in 13,12 ed è contraddistinto dall’uso del passivo divino o teologico: «A chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha». Questa massima probabilmente era a se stante, perché ricorre in altri passi del vangelo (13,12), ma è messa qui per sottolineare la logica responsabilizzante con la quale opera il padrone e per sottolineare la prospettiva religiosa del narratore.
Con questo versetto il racconto mette in scena il protagonista, cioè Dio, ma senza nominarlo esplicitamente: è con lui che devono confrontarsi tutti i servi. A chi ha ricevuto i suoi doni e li ha accolti, perché attraverso essi crede nel donatore, sarà dato: per queste persone il dono si moltiplica. A chi ha ricevuto i suoi doni, ma non li ha accolti, perché non crede nella fiducia del donatore, sarà tolto anche quello che ha: non ha fatto proprio il dono, ma lo ha messo sotto terra; non ha fatto proprie le sue capacità: quindi nei confronti di questi doni non resta da fare altro che toglierglieli, confermando così la scelta e il comportamento di questo servo.
E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.
Alla fine giunge la punizione morale, quella più importante: la privazione della comunione con il padrone come per le vergini stolte (vedi 25,13). Alla gioia condivisa dai primi dei servi con il padrone fa da contrappunto l’isolamento del terzo servo, gettato fuori, lontano dalla intimità. Con una espressione cara a Matteo si usa il linguaggio della sofferenza per indicare la condanna eterna: «nelle tenebre: là sarà pianto e stridore di denti» (8,12).
La perdizione del terzo servo è descritta coi termini popolari del tempo (tenebre, pianto e stridore di denti): non è il caso di trarre da questo testo informazioni su come è fatto l’inferno, ma piuttosto di trarre lezioni di vita per il presente. È drammatico che questo servo è punito non tanto per quello che ha fatto, ma per quello che non ha fatto, pensando in modo sbagliato del suo padrone. Si ripete quanto era stato detto nella parabola delle dieci vergini, che possono entrare alle nozze solo in un determinato tempo. Chi è trovato senza olio perché non pensava che lo sposo potesse tardare, o chi arriva tardi, ne resta escluso.
Quando ci si chiude in se stessi per paura di perdere il poco che si ha si perde perfino quel poco che si ha, perché l'amore muore, la giustizia si indebolisce, la condivisione sparisce. Invece la persona che non pensa a sé e si dona agli altri, cresce e riceve sorprendentemente tutto ciò che ha dato e molto di più. “Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (10,39).

La Parola illumina la vita
Riconosco di avere da Dio un talento? Come lo impiego?
Riconosco che anche l’altro ha un talento? Lo aiuto a conoscere e valorizzare?
Quei cinque o due o un talento che tu hai ricevuto, hai saputo amare il padrone e quindi usare i talenti per lui rispondendo alla sua fiducia e alla sua speranza?
Rimetto in Dio fiducia o rimango indifferente, sotto terra, nel peccato?
Cosa dice alla mia vita questa frase: “Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha?”

Pregare Rispondi a Dio con le sue stesse parole
Beato chi teme il Signore
e cammina nelle sue vie.
Della fatica delle tue mani ti nutrirai,
sarai felice e avrai ogni bene.        

La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo
intorno alla tua mensa.     

Ecco com’è benedetto
l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme
tutti i giorni della tua vita! (Sal 127)


Contemplare-agire
Far fruttificare i talenti come a lui piace è il dono che io faccio a Lui in un continuo rendimento di grazie vivente.