venerdì 16 giugno 2017

LECTIO: SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (A)

Lectio divina su Gv 6,51-58 


Invocare
Padre, fedele e misericordioso, che ci hai rivelato il mistero della tua vita donandoci il Figlio unigenito e lo Spirito di amore, sostieni la nostra fede e ispiraci sentimenti di pace e di speranza, perché riuniti nella comunione della tua Chiesa benediciamo il tuo nome glorioso e santo.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
Il vangelo di Giovanni non ha l’istituzione dell’Eucaristia nel contesto dell’ultima cena; al posto dell’istituzione dell’Eucaristia Giovanni ha la lavanda dei piedi, mentre fa il discorso sull’Eucaristia qui, al cap. 6, immediatamente dopo la condivisione dei pani. L’intento dell’autore è chiaro: Giovanni, essendo l’ultimo degli evangelisti, in ordine cronologico, aveva già intuito che nelle liturgie vi poteva essere una sorta di ritualismo o la tentazione di considerare le liturgie come un’azione magica. Giovanni vuole chiaramente opporsi alla ‘spiritualizzazione’ dell’Eucaristia.
Il Libro dei Proverbi (Pr 9,1-6 ), dice che “la Sapienza ha imbandito un banchetto” a cui sono invitati tutti gli inesperti. È la Sapienza qui personificata a chiamare gli uomini a nutrirsi e ad abbeverarsi alle sorgenti della saggezza. È una evidente prefigurazione del banchetto eucaristico. La Sapienza ha costruito una casa e ha preparato un banchetto. La Sapienza, cioè la manifestazione vitale di Dio, non consiste prima di tutto in un insegnamento, in una parola che si indirizza all’intelligenza. La Sapienza è un incontro: Dio si manifesta a noi perchè ci incontra, perchè cammina con noi, perché non è mai al di fuori della nostra vita. La Sapienza è dunque avvicinata all’immagine della casa e del banchetto.

Meditare
v. 51: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.
Gesù ha già affermato che è il pane e lo ricordiamo: 48 Io Sono il pane della vita. 49 I vostri padri nel deserto mangiarono la manna e morirono. 50 Questo è il pane che scende dal cielo affinché chi ne mangia non muoia. Con quel “Io Sono” che richiama il Nome di Dio liberatore dell’Esodo. Egli è il pane della liberazione dell’uomo dalla schiavitù e poi è pane. Cioè, comunica la vita, fa vivere, mantiene la vita.
Nel deserto i padri si nutrirono di manna (cfr. anche Sal 78,24). Ma la manna è il segno del vero cibo, che ora scende dal cielo. Ma ci sta qualcosa di più:
Se uno mangia. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno
Gesù aveva già detto in 5,24: «Chi ascolta la mia parola è passato dalla morte alla vita». Ora dice che chi mangia di questo pane vivo, non muore in eterno. Qui il tema fondamentale dell’Eucarestia: chi mangia il pane che il Signore ci dà che è lui stesso, non muore in eterno, vuol dire che ha la vita eterna.
Cosa ha di speciale questo pane? Il suo richiamo è alla passione di Gesù, a quel giorno particolare in quell’ultima cena. Infatti, Gesù aggiunge:
e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo
In queste parole abbiamo un richiamo all’offerta sacrificale di Gesù sulla croce e quindi, poi, l’Eucaristia. Gesù è potuto diventare pane che dà la vita al mondo, agli uomini perché si è immolato sulla croce. Il pane è Gesù, ma il pane, qui, è Gesù sacrificato, glorificato e risorto. Gesù sottolinea una comunione con la sua morte salvifica per poter avere la vita eterna.
L'evangelista Giovanni insiste sul termine “carne” in contrapposizione al termine “corpo”, perché vuole dare rilievo nell’aggancio fra eucaristia e incarnazione. Infatti questa sua insistenza ci conduce ad una esperienza che va al di la di un pensiero dottrinale. Attraverso l’esperienza ecclesiale eucaristica l’incarnazione continua nel tempo; la carne sacrificata del Verbo si fa pane nutriente e comunica la vita del Cristo glorificato.
v. 52: Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Per gli ebrei la celebrazione della Pasqua non era soltanto il ricordo di un evento passato, ma anche una sua riattualizzazione, nel senso che Dio era disposto ad offrire di nuovo al suo popolo la salvezza di cui, nelle mutate circostanze storiche, aveva bisogno. In questa maniera il passato faceva irruzione nel presente, lievitando della sua forza salvifica. Allo stesso modo il sacrificio eucaristico "potrà" dare nei secoli "carne da mangiare".
L’obiezione quindi sta anche nel fatto di pensare a un Dio che, anziché pretendere lui i doni dagli uomini, si dona all’uomo fino ad arrivare a fondersi con lui, si fa alimento per lui. Questo è inaccettabile per le autorità religiose che basano tutto il loro potere sulla separazione tra Dio e gli uomini.
In questa obiezione, Gesù ha l’occasione di rivelarsi. Qui l’obiezione, per i Giudei, riguarda il come; per Gesù la prospettiva non è quella del come, ma è quella della assimilazione della condizione di Lui in quanto figlio dell’uomo. Ora, noi sappiamo che  “Mangiare e bere” sono due azioni in movimento che esprimono e realizzano l’accoglienza, realizzano l’assimilazione. “Mangio e bevo”, vuole dire: accolgo dentro di me un nutrimento e una bevanda, e li assimilo, e diventano parte di me. Allo stesso modo, “la carne e il sangue di Gesù” contengono la vita, perché sono “sangue e carne per”, perché sono state trasformate da un amore oblativo.
Facendo questo, accolgo dentro di me quella vita trasformata in amore, che è la vita del Signore; accolgo la forma del Signore dentro di me; assimilo la vita del Signore trasformata in amore; accolgo, mi lascio formare dentro secondo la forma della vita di Gesù. Per cui se la vita di Gesù è “una vita per”, e io l’accolgo e l’assimilo, il senso è che la mia vita diventi “una vita per”. «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Lui ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3, 16). Ed è l’unico senso che si può dare alla parola “assimilare”, non posso assimilare una vita come quella di Cristo senza che la mia vita prenda quella forma, senza che la mia vita assuma la logica della vita del Signore.
v. 53: Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita.
Gesù coinvolge pienamente i suoi uditori: bisogna che mangino la sua carne e bevano il suo sangue. La stessa cosa avvenne durante la notte dell’Esodo. Mosè comandò di mangiare la carne dell’agnello perché avrebbe dato loro la forza di iniziare il cammino verso la liberazione e di aspergere il sangue sugli stipiti delle porte perché li avrebbe separati dall’azione dell’angelo della morte.
Ora, mangiare la carne e bere il sangue non si sta parlando delle specie del pane e del vino, ma direttamente ciò che in esse è significato: carne da mangiare perché Cristo è presenza che nutre la vita e sangue da bere – azione sacrilega per i giudei - perché Cristo è agnello immolato. È evidente qui il carattere liturgico sacramentale: Gesù insiste sulla realtà della carne e del sangue riferendosi alla sua morte, perché nell'immolazione delle vittime sacrificali la carne veniva separata dal sangue (cfr. Lv 7,14s; Dt 12,27). C'è un riferimento alla morte di Gesù come superamento dei sacrifici che si facevano nel Tempio.
L’Eucaristia dice la verità dell’incarnazione e dice il mistero stesso di Dio. Dio si comunica tutto nel mistero dell’Eucaristia. La sua definitiva comunione con noi avviene lì. Infatti, le espressioni «la carne e il sangue» solitamente indicano la fragilità della condizione umana, nella sua dimensione terrestre (Mt 16,17; Eb 2,14), è la condizione mortale che il Logos ha fatto propria nell'Incarnazione. È, dunque, alla Sua persona, alla Sua “fine” e al Suo “compimento” – “Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: “È compiuto!” (Gv 19,30) - che i fedeli comunicano nel banchetto eucaristico.
vv. 54-55: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
In questi versetti vengono utilizzate “parole nuove”. Gesù rivela una nuova Pasqua da vivere: la sua risurrezione (Gv 19,31-37), che trova nell'eucaristia il nuovo memoriale, simbolo di un Pane di vita che sostiene nel cammino del deserto della vita, sacrificio e presenza che sostiene il nuovo popolo di Dio, la Chiesa, che non si stancherà di fare memoria come Lui ha detto (Lc 22,19; 1Cor 11,24), offrendo l'eucaristia della propria corporeità: sacrificio vivente, santo e gradito in un culto spirituale (Rm 12,1) che si addice al popolo di sua conquista, stirpe eletta, sacerdozio regale (cfr. 1Pt 2,9).
Con la comunione al corpo e al sangue di Cristo è seminato in noi il germe della risurrezione che porterà il suo frutto più maturo nell'ultimo giorno. L'alimento della carne e del sangue di Cristo nutre veramente e in modo perfetto e definitivo, perché è fonte di risurrezione e di vita eterna.
v. 56: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.
Gesù spiega cosa succede quando uno mangia e beve il suo corpo e il suo sangue: c’è una “inabitazione” reciproca, c’è una vita comune, un’esistenza comune. C’è un’unica vita tra tutte e due. Queste sono realtà. Non sono però realtà che possono cadere sotto i nostri sensi, quindi non possiamo spiegarle come spieghiamo le cose del mondo. È una dimora reciproca: implica una stessa vita che scorre nell’esistenza di noi e di Lui, Se beviamo e mangiamo, abbiamo la stessa vita.
Mediante il sacramento noi comunichiamo alla morte e alla risurrezione di Gesù. Quindi il masticare e il bere hanno, per volontà esplicita del Signore e per l’autorità che Gesù ha conferito a loro, la forza per darci la sua vita, per comunicarci la sua vita.
Quello che l’Antico Testamento esprime con la formula dell’alleanza, Giovanni lo esprime nelle parole del mangiare e bere per dimorare con una formula di immanenza: “io in voi, voi in me”; “chi mangia la mia carne rimane in me e io in lui”. È una formula che ha qualche cosa di profondamente legato all’alleanza, ma che va più in profondità: non solo uno per l’altro, ma uno nell’altro.
E se vogliamo allargare la meditazione dobbiamo andare all’inizio del cap. 15°, dove si parla della “vite e dei tralci”, e dove viene ripetuto con insistenza quel verbo tipico giovanneo, “rimanere”. Quindi il riferimento va nella direzione della comunione.
v. 57: Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Gesù spende la vita in obbedienza al Padre, la sua vita è missione, è obbedienza. Per Gesù vivere significa vivere per il Padre. Così deve essere per il cristiano. Vivere per il Padre va inteso “vivo in grazia del Padre, in virtù del Padre”; così “colui che mangia di me, vivrà per me”, cioè vivrà in virtù di me. Il discepolo è colui che vive del dono che Cristo ha fatto della sua vita, ha ricevuto la vita da questo. Quindi il discepolo non può vivere se non orientando la sua vita a Cristo, nell’obbedienza a Cristo; attraverso l’amore per gli altri non fa altro che dilatare all’infinito la medesima logica. E tutto va nella direzione dell'amore: amare è vivere nell'altro e attraverso l'altro. Amare è non avere una vita propria (si capisca bene), avere solo la vita che fluisce a me attraverso l'altro. E' fortissimo questo, non per nulla il modello è la Trinità: il Figlio non ha niente di proprio, riceve la sua vita tutta dal Padre. Dunque: chi mangia questo pane avrà in sé la mia stessa vita, che non è altro che la stessa vita del Padre. Dal Padre la vita passa in Gesù, e da lui fluisce in chi mangia di lui nel pane eucaristico. È un'unica vita che tutti lega e circola in tutti.
Il Signore sembra non chiederci altro se non di rispondere al suo invito e gustare la dolcezza e la forza di questo pane che egli gratuitamente e abbondantemente continua a donarci. Per questo il pane che dà contiene la sua propria donazione, è il segno che l’esprime. Questo è pure quello che chiede al discepolo: deve considerare se stesso come pane che va distribuito e deve distribuire il pane come se distribuisse se stesso.
v. 58: Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono.
Gesù, ricordando la manna dell’Esodo, mette il dito nella piaga del fallimento presentando il nuovo dono di Dio. Lo scopo di questo nuovo dono di Dio è che l’uomo non muoia. Dio fa questo dono perché l’uomo ne mangi per non morire. Dovremmo chiederci se noi mangiamo l’Eucaristia per non morire, o, anche, se nel nostro spirito è chiaro, con l’atto della fede, che io mangio per non morire, per avere la vita eterna. Perché è decisivo, per la vita eterna, che io mangi con fede.
Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Viene ripreso nuovamente questo verbo. Ma se prima l'avevamo in senso figurativo-spirituale, adesso lo vediamo nel suo senso letterale che significa: "stritolare", "lacerare"... "masticare". Allora è chiaro: Gesù vuole che lo si "mastichi", che lo si consumi nel senso più "crudo" della parola! E' evidente che il "luogo" in cui possiamo trarre un tale nutrimento è il Sacramento dell'Eucarestia, istituito da Gesù stesso durante l'Ultima Cena e perpetuato nel tempo dai successori degli apostoli (i vescovi) e dai presbiteri tutte le volte che celebrano sull'altare tale Sacramento.
Gesù garantisce che chi si avvale del nutrimento eucaristico avrà in sé la vita e la salvezza per tutta la vita terrena e un pegno glorioso di eternità. Nell' Eucaristia Cristo, il Verbo fatto carne che aveva creato il mondo assieme al Padre e allo Spirito (Gv 1, 1-20; Gen 1) realizza la propria comunione con noi, e con essa ci sostiene nelle vicende della vita. Comunicando alla persona di Gesù tutti comunichiamo anche al Mistero del Padre, per il quale e nel quale Gesù vive e si offre:  “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me (6,57).
Ecco perché l’'Eucarestia è comunione con Dio e con il prossimo ed è per noi il Sacramento per eccellenza che sprona e motiva tutte le nostre attività e il nostro agire offrendo rinnovato vigore e slancio vitale incondizionato.

La Parola illumina la vita
Quante volte abbiamo cercato di costruire sulla nostra sapienza, come sono finite queste prove, questi tentativi? Che cosa abbiamo costruito?
Obietto come i Giudei o cerco di assimilare Cristo Gesù nella mia vita?
Quanto è importante l'Eucarestia per me? La mia vita è eucaristica?
L’Eucarestia mi spinge a divenire pane per l'altro senza nessuna distinzione?

Pregare  Rispondi a Dio con le sue stesse parole…
Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.   

Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce.        

Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi. (Sal 147).

Contemplare-agire
Testimoniamo con la nostra vita la gioia e l'entusiasmo che Cristo ha comunicato di se stesso a noi; giacché il "pane eucaristico" non va' solo consumato ma "comunicato" agli altri, con tutti, attraverso una vita esemplare e gioiosa per la quale anche chi non crede possa restare affascinato.


giovedì 8 giugno 2017

LECTIO: DOMENICA DELLA SANTISSIMA TRINITA' (A)

Lectio divina su Gv 3,16-18


Invocare
Padre, fedele e misericordioso, che ci hai rivelato il mistero della tua vita donandoci il Figlio unigenito e lo Spirito di amore, sostieni la nostra fede e ispiraci sentimenti di pace e di speranza, perché riuniti nella comunione della tua Chiesa benediciamo il tuo nome glorioso e santo.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.  

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
Celebriamo la solennità della Santissima Trinità. Essa propone uno sguardo alla realtà di Dio amore e al mistero della salvezza realizzato dal Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo e va compresa come continuazione della solennità di Pentecoste.
Siamo al cap. 3 del Vangelo giovanneo e, precisamente, nel dialogo tra Gesù e Nicodemo. Gesù aveva parlato a Nicodemo della nuova nascita nello Spirito Santo e del mistero del Figlio dell'uomo. Poi, parlando di se stesso (v. 14), gli aveva detto che avrebbe dovuto essere elevato da terra, cioè messo in croce, perché chiunque creda abbia per mezzo di lui la vita eterna.
Nicodemo è chiuso nei propri schemi logici e teologici non sufficienti ad accogliere Gesù che è ben di più di un maestro. L’unica possibilità di conoscere l’identità di Gesù e di dare ad essa un significato esistenziale, è lasciarsi guidare completamente da Lui ed accettare di essere discepoli e non maestri.
Questi tre versetti portano il dialogo oltre. All’origine di tutto ciò c’è un disegno di salvezza. C’è Dio Padre. Questo disegno di salvezza è un grande progetto d’amore ideato “all’interno” della Santissima Trinità, il quale si è realizzato attraverso l'invio del Figlio nel mondo.
Il vangelo di questa domenica ci racconta, in tre versetti, di questo progetto e dei suoi obiettivi. Non ha bisogno di grandi spiegazioni per capire, ma se prestiamo attenzione ci parlerà dentro per cogliere il nulla e in particolare capire, in questo grande mistero, chi sono io e chi è Lui.

Meditare
v. 16: Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Il versetto ha lasciato dietro la necessità dell’innalzamento sulla croce. Qui motiva questa necessità: Dio ha tanto amato il mondo. Così inizia il brano ed è una realtà fondante e assoluta. Anzi, aggiungiamo, che questo versetto è considerato il cuore della Bibbia, il testo che contiene il suo messaggio principale, il versetto che riassume l’intero insegnamento della Sacra Scrittura.
Che cos’è il “mondo” di cui parla l’evangelista? Il termine indica l’uomo, gli uomini e le cose create. In particolare indica ciò che è di negativo nelle relazioni o che si oppongono alla luce divina.
L’amore del Padre celeste per il mondo, chiuso nel peccato e nella tenebra, rappresenta la ragione suprema e ultima dell’invio del Figlio all’umanità: Egli la vuole portare al conseguimento della vita e della salvezza.
L’amore è al centro e precede tutto. L’amore è ciò che è quotidianità. Senza amore tutto è morto, compreso il cibo che compriamo e cuciniamo.
In questo amore abbiamo un dono dal Padre: il Figlio. L’evangelista in merito ci ricorda che altri doni ha fatto il Padre: il dono dello Spirito santo (3,14; 14,16), il dono della vita (5,26; 6,33), il dono della figliolanza (1,12s), il dono
della parola (1,17; 4,10), il dono del pane di vita (6,27.31), il dono della gloria (17,22.24). Ora sottolinea il dono dei doni, il più straordinario, che manifesta la “follia” dell’amore di Dio, il dono del Figlio.
Il verbo donare è accompagnato dall’articolo “il” (ton). Nel suo contesto mette in risalto la straordinarietà dell’amore folle di Dio. Esso, infatti, assume quel carattere di oblazione sacrificale ed evoca il sacrificio di Isacco (cfr. il figlio unico e amato di Gen 22,2.12); Dio Padre offre realmente, fino in fondo la sua vita, suo Figlio, quale unica speranza di salvezza per l’umanità. L’offerta che Dio fa del suo amore è la più alta che si possa immaginare e giustifica il carattere definito e finale della scelta che deve rispondere ad essa.
Qui sta il concetto della fede cristiana: credere nell’amore incredibile che Dio ha per l’uomo, alla passione di Dio per l’uomo. Questo amore è comprensibile solo guardando l’uomo della Croce, guadando la Croce. Giovanni questo lo sa, perché egli ha e vive la passione per Dio.
Il versetto allude anche alla mancanza della fede, allude che il mondo ha bisogno di essere salvato. La sua condizione è di incertezza, di incompletezza, in pericolo. Già nel Prologo (1,10), Giovanni ci ha detto che il mondo fu fatto mediante il Verbo e che il mondo non l'ha conosciuto.
Il conoscere ci indirizza anche alla motivazione ultima per cui il Figlio è il Mandato: il possesso della vita eterna.
Questo folle amore di Dio non deve andare perduto. Esso deve vivere del dono e del desiderio di essere corrisposto (cfr. 6,12), la premura del Padre è per ciascun figlio da Lui seguito con premura esclusiva, perché non venga a mancare il nutrimento della vita (cfr. Gv 10).
v. 17: Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Il versetto insiste sulla motivazione del Mandato: la salvezza del mondo. Perché questa insistenza riportata dell’evangelista Giovanni? Dio è un innamorato e solo l’innamorato è colui che insiste.
Il pensiero giudaico considerava il Messia soprattutto come un giudice escatologico, un castigatore che eseguiva il giudizio di Dio. Lo stesso Battista sembra inizialmente pensare a colui che deve venire come il giudice che ripulisce l’aia e sfronda gli alberi sterili (cfr Mt 3,10.12); Giovanni, invece, ci presenta un volto di Dio impegnato affinché ogni uomo giunga alla salvezza.
In tale prospettiva invita a guardare il Figlio, non solo nel momento della sua venuta su questa terra, ma anche nel suo aspetto sacrificale - “per mezzo di lui” - in quanto egli è colui che «toglie il peccato del mondo» (1,29) «riparazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10).
Per farci entrare dentro questa prospettiva, Giovanni gioca molto sugli opposti. «Vita eterna» e «salvare» di oppongono a «perdersi» e «giudicare». Questi termini si ritroveranno poi nel v. 18 quando si ricorderà che chi si rifiuta di credere è già giudicato.
Questi opposti dicono semplicemente di vivere da figli. Il Figlio, infatti, ci insegna ciò che siamo noi, figli. E ci insegna ad amare i fratelli come Lui, che conosce l’amore del Padre.
Questo aspetto possiamo capirlo solo in questo grande mistero di donazione, di amore. Il Figlio Unigenito generato è ricolmo dello Spirito Santo, espressione massima dell’amore. Senza la rivelazione di Gesù Cristo l'amore di Dio rimane lontano e inaccessibile.
v. 18: Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio."
Anche qui abbiamo gli opposti: “credere” per “non essere condannati” o “giudicati”. Lo scopo della venuta del Figlio non è stato il giudizio (12,47), al contrario di ciò che il messianismo nazionalistico dell'epoca immaginava. Lo scopo della sua venuta è di condurre alla Vita coloro che accettano di conformarsi alla Luce, che accettano di credere, e il giudizio si compie per il solo fatto che, dopo la venuta del Figlio, la volontà umana deve necessariamente prendere una decisione in un senso o nell'altro.
La legge di Cristo Gesù è la legge del “portare” (cfr. Gal 6,2). Il risultato del «credere» è nella linea del «non essere giudicato». Alla fine dei tempi avrà luogo il giudizio finale: in base alla condotta degli uomini, il giudizio ultimo deciderà se raggiungeranno la vita o se la perderanno definitivamente.
Gesù è venuto come luce e chi crede in lui vede scomparire le tenebre che lo circondano, cioè tutte le distorsioni rabbiniche sui testi sacri.
Giovanni non dice “credi in Dio”. Egli dice che la sola opera richiesta è la fede nel Figlio. Tutti vengono chiamati a credere nel Nome dell'unigenito Figlio di Dio. Il nome manifesta la persona nella sua interezza, la fede è adesione a Cristo riconosciuto come Figlio di Dio e come colui che rivela chi è il Padre.
Questa rivelazione nasce dall’amore e rifiutarla significa aderire all’odio. Significa rifiutare quel “genoma” che sta dentro di noi: la SS. Trinità, Dio-Amore.
Gesù non ha parlato per iniziativa propria, ma per ordine del Padre, che gli ha detto ciò che doveva dire agli uomini per la loro salvezza. La parola del Figlio è dono di salvezza. Non è semplice conoscenza, ma conoscenza che vuole corrispondenza d’amore per diventare ciò che è: salvezza.
La parola che è di vita, di amore è stata donata. Chi la rifiuta è condannato dalla parola data perché essa è irrifiutabile se non a prezzo di una perversione di sé (cfr. 12,48).

La Parola illumina la vita
Mi sono mai sentito/a giudicato/a dal Signore? In che modo?
Mi sono mai sentito/a amato/a dal Signore? In quale frangente?
Quale posizione assumo di fronte all’amore folle di Dio?
Credo fermamente che in me esista il “genoma” di Dio-Amore?
Quale rapporto vivo con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo?
Come vivo i rapporti interpersonali nella solidarietà, nell’amore vicendevole nell’ambito della mia città, della mia famiglia, del mio lavoro, della mia comunità ecclesiale?

Pregare  Rispondi a Dio con le sue stesse parole…
Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri.
Benedetto il tuo nome glorioso e santo.
Benedetto sei tu nel tuo tempio santo, glorioso.
Benedetto sei tu sul trono del tuo regno.
Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi e siedi sui cherubini.
Benedetto sei tu nel firmamento del cielo. (Dn 3,52-56)

Contemplare-agire
Penetra sempre più in questa profondità. È là che ha sede la solitudine nella quale Dio vuol attrarre l'anima per parlarle, come cantava il profeta. Ma per capire questa parola piena di mistero non bisogna arrestarsi, per così dire, alla superficie. Bisogna invece addentrarci più a fondo nell'Essere divino mediante il raccoglimento...Lasciamoci scivolare giù per la china in una confidenza piena di amore. (Santa Elisabetta della Trinità).


venerdì 2 giugno 2017

LECTIO: DOMENICA DI PENTECOSTE (A)

  Lectio divina su Gv 20,19-23


Invocare
O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
Il tema dominante di questa domenica di Pentecoste riprende la fede nei segni della Risurrezione.
Il vangelo di Giovanni narra l’apparizione del risorto ai suoi discepoli il giorno stesso di Pasqua. I discepoli si trovano nel cenacolo, con le porte sbarrate “per timore dei giudei”. Viene Gesù in modo misterioso e la paura dei discepoli si trasforma in gioia.
A differenza del vangelo di Luca, secondo il vangelo di Giovanni, Gesù risorto appare ai suoi discepoli la sera di Pasqua e dona loro subito lo Spirito Santo. Nel Vangelo l'evangelista Giovanni descrive come il mistero della Pasqua di Gesù trovi il suo compimento proprio nel dono dello Spirito.
Questo dono non si tramuta subito in un impeto missionario, infatti la settimana seguente (quando ci sarà anche l'apostolo Tommaso) i discepoli di Gesù si ritrovavano ancora riuniti e chiusi nello stesso luogo. Giovanni, volutamente sottolinea altri aspetti dell'esperienza dello Spirito Santo negli apostoli e ci invita a farne oggetto di riflessione.
Il racconto degli atti degli apostoli offre la cornice per entrare nel significato profondo della pentecoste.

Meditare
v. 19: La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli
Quello che Giovanni colloca nel giorno di Pasqua, Luca, negli Atti degli apostoli, lo riporta alla festa della Pentecoste, cinquanta giorni dopo. L’espressione non è solo una indicazione cronologica, ma suggerisce l’idea del compimento di una storia di promesse che percorre tutta la Bibbia. Il versetto si ricollega al mattino di Pasqua, all’alba per ritrovarsi alla sera. È un passaggio dalla luce all’ombra dove non vedi più nulla e aleggia la morte.
Quel giorno è sempre in riferimento al “primo giorno dopo il sabato”, quindi è l’inizio di una settimana nuova, l’inizio di un tempo nuovo, perché la resurrezione di Gesù ha creato un tempo alternativo e nuovo rispetto al cronos della vita umana. Ha fatto irrompere nel tempo l’eternità di Dio, e ha fatto entrare nell’eternità il tempo dell’uomo. Quindi siamo davvero davanti ad un mondo nuovo che inizia, che si manifesta.
I discepoli sono spaventati, quasi ossessionati dalla paura dei Giudei e Giovanni annota come le porte siano chiuse.
Le porte chiuse sono il simbolo del sepolcro. Simbolo della morte. Lui entra in questo sepolcro. Ha infranto il suo sepolcro da quella grossa pietra, così, ora infrangerà il sepolcro della nostra paura, della nostra morte.
per timore dei Giudei...
La “paura” , che indica assenza di fede e complicità con il mondo che non vuole far brillare la luce, ha la sua causa nelle possibili rappresaglie dei giudei. Questa condizione, dove il discepolo si presenta come un estraneo, perché pur vivendo nel mondo non appartiene al mondo, e proprio per questo subisce nel mondo una emarginazione che può diventare anche persecuzione e rifiuto violento. I discepoli devono aprirsi alla fede perché Gesù possa comunicare loro la certezza che è vivo.
Quando san Giovanni dice che “i discepoli sono nel Cenacolo a porte chiuse per paura dei Giudei”, vuole indicare fondamentalmente questa condizione: il mondo ha crocefisso il Signore, e di fronte al mondo i discepoli del Signore si trovano in questa situazione di estraneità e di paura.
venne Gesù, stette in mezzo...
Questa immagine del Signore come “colui che viene” è caratteristica di Giovanni. È addirittura la parafrasi del nome di Dio che si trova nell’Apocalisse (Ap 4,8): “Colui che era, che è, che viene!”: è una presenza dinamica, ricca di salvezza, di consolazione, di speranza.
Nel suo essere Veniente, Gesù infrange le nostre chiusure e sta nel mezzo. Egli sta al centro della nostra paura, della nostra fragilità, del nostro peccato, delle nostre chiusure, del nostro buio per farci risorgere con Lui. Il Signore si mette ‘in mezzo’: per vivere la risurrezione del Signore è necessario andare in mezzo, là dove lui è e là dove lui si pone.
disse loro: «Pace a voi!».
I discepoli spaventati sono rassicurati da Gesù; non come un tempo «Sono io» (Gv 6,20), perché la sua presenza è ormai di un altro ordine, ma «Pace a voi». Non si tratta del consueto saluto ebraico, ma è l'adempimento della promessa fatta all'ultima cena, del dono della pace che Gesù aveva promesso per il suo ritorno (cfr. 14,18-19.27-28; 16,16-23). La pace dei tempi messianici è il dono supremo di Dio annunciato dai profeti (cfr. Is 53,5), implica tutto il benessere di vivere (cfr. Ef 2,14). È la pace che li renderà capaci di superare lo scandalo della croce e ottenere la liberazione nella loro vita. Cosa importante da notare è che il saluto è ripetuto due volte. Essa è liberazione dall’angoscia della morte che turbava il cuore dei discepoli e li teneva prigionieri della paura.
v. 20: Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco.
Questo versetto dice la continuità tra il Gesù della croce e il Risorto. Gesù qui non fa altro che mostrare la sua “carta di identità”. Egli è il Crocefisso, il Risorto.
Giovanni è il solo a dare rilievo alla piaga del costato; già nella crocifissione l'aveva menzionata come densa di significato per il sangue e acqua che ne uscirono (Gv 19,34-35). Luca non parla di costato perché nel racconto della passione questo episodio non è citato. Ma con tutto questo, fra il modo di essere del Gesù di prima e del Cristo di ora, c'è una profonda differenza: egli entra improvvisamente, a porte chiuse.
Non dobbiamo vivere la risurrezione di Gesù in modo trionfalistico, e la risurrezione non diventa neanche, necessariamente, la ricompensa per coloro che soffrono. Il mistero della croce è insieme mistero di morte, certo, ma che inevitabilmente richiama il mistero della risurrezione. Non si capisce il mistero della croce se non si capisce il mistero della risurrezione e viceversa. C’è questa unità. Giovanni sottolinea con forza che il Cristo che appare e che sta in mezzo ai discepoli è un essere reale, è lo stesso Gesù appeso sulla croce, per questo mostra i segni del suo martirio, i segni del suo estremo amore. Il Signore glorioso della Chiesa non è altri che il Gesù Crocifisso.
E i discepoli gioirono al vedere il Signore .
Vedere il Signore può solamente colmare il cuore di gioia. Questa gioia scaturisce da quella pace appena donata. Gioia e pace, inoltre, sono il segno della presenza del Risorto.
Vedere il Signore per loro è la realizzazione di una promessa precisa di Gesù: «Voi mi vedrete, perché io vivo e anche voi vivrete» (Gv 14,19). Egli aveva predetto loro anche la loro gioia (Gv 16,22-23).
Il senso della “gioia”, umanamente è gioia psicologica, emozione, sentimento. Nel brano è molto di più: è quel senso di pienezza che il discepolo sperimenta quando percepisce la presenza del Signore. Il discepolo vive per il Signore, nel rapporto con il Signore; e quando questo rapporto gli è donato, viene sperimentato in pienezza, c’è la pienezza della gioia. E questo passaggio “dalla paura alla gioia” è un elemento importante dell’esperienza della Pasqua, del Signore risorto.
v. 21: Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».
I discepoli ricevono nuovamente il saluto pasquale, il primo dono di Pasqua. La gioia dei discepoli non è l’ultima parola; essa è seguita immediatamente dall’invio in missione: essere continuatori dell’opera del Padre. Quindi non è gioia quindi che possa essere goduta privatamente, ma gioia che chiede di essere condivisa con generosità sincera.
Gesù è essenzialmente un Mandato, che nella sua missione rende presente la parola, l’amore, la misericordia, il progetto e le promesse di Colui che lo ha mandato. Attraverso Gesù, Dio si fa visibile: proprio perché è un Mandato, quindi non ha autorità propria, rimanda continuamente a quel Padre da cui ha ricevuto tutto. La sua missione non è altro che l’espressione del dono totale di sé, dell’identità del Figlio come “colui che riceve la vita da…”. Questa missione non è proporzionata alle nostre forze, ma è proporzionata all’amore del Signore, quindi al suo dono. Perché il dono del Signore è esattamente questo: lo Spirito.
Nel nostro brano, la pace è dono del Signore, ed è dono del Signore lo Spirito. Qualcuno ha detto che “lo Spirito Santo è capace di fare una cosa sola, ma la fa molto bene: è capace di fare Gesù Cristo”. Dove arriva lo Spirito Santo, il mondo assume la forma di Gesù Cristo. Dove c’è lo Spirito, lì il mondo viene plasmato secondo quella forma precisa che era la forma del Figlio di Dio, la forma di Gesù.
vv. 22-23: Detto questo, soffiò...
Gesù aveva promesso anche il dono dello Spirito Santo. Anzi, lo “soffia” su di loro con un gesto insolito, che richiama consapevolmente l’attività creatrice di Dio soffiò la vita nelle narici di Adamo.
Il soffio sui discepoli da parte di Gesù evoca sicuramente il gesto creativo di Dio. Nel libro della Genesi (2,7) c’è questo soffiare, l’alitare di Dio sull’uomo per cui l’uomo divenne un essere vivente, come pure la grande visione di Ezechiele (37,9 ). Soltanto lo Spirito di Dio è capace di ricreare l'uomo e strapparlo al peccato (Ez 36,26-27; Sal 50,12-13; 1Re 17,21). Il gesto di Gesù è una nuova creazione e la storia ricomincia (Ez 37,9; Rm 4,17).
Il soffio di Gesù dichiara la sua divinità, indicando, nel dono dello Spirito, la vera vita a cui la Chiesa deve attingere, una vita che spinge la Chiesa alla remissione dei peccati, che è il gesto stesso di Dio.
Ricevete lo Spirito Santo.
Per agire come Gesù e in nome di Gesù i discepoli devono diventare nuove creature; devono essere rigenerati da quello Spirito per opera del quale Cristo è stato concepito.
I discepoli hanno bisogno dello Spirito Santo e lo ricevono come Consolatore e Spirito. Lo Spirito Santo li introdurrà nella pienezza della verità (Gv 16,13-15). Lo Spirito è il dono del Cristo, viene dal «soffio» del Cristo Risorto; in ebraico il termine «spirito» e «soffio» coincidono, ricorda Gv 19,30.
Anche a Pentecoste gli apostoli «furono pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi» (At 2,4). Tale pentecoste apostolica rifluisce su tutta l'umanità. È lo stesso Pietro a spiegare, nel suo primo kérygma, che questa irruzione dello Spirito non fa che realizzare la profezia di Gioele (cfr. At 2,17-18).
A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati.
Qui abbiamo in maniera esplicita il mandato: la capacità di perdonare. Il perdono è la vera pace. Nel dono dello Spirito il potere di rimettere i peccati sono dati all'intera comunità dei discepoli. Non si sta alludendo al ministero della riconciliazione esercitato dal sacerdote, ma di quel potere di Dio, perdonare, e che Egli stesso conferisce a tutti “non sette volte, ma settanta volte sette” (Mt 18,22). È necessario, però, non esasperare questo insegnamento di Gesù; c’è il rischio, infatti, di crearsi la mentalità di avere sempre qualche cosa da perdonare agli altri, di credersi sempre creditori di perdono e mai debitori. In molte occasioni, in particolare nei nostri rapporti interpersonali, bisogna avere l’umiltà di saper cambiare la parola “Ti perdono” con “Perdonami”.
Ecco l’apparizione del Risorto ai discepoli. La sua potenza è tutt’altra cosa del nostro pensare umano. Gesù risorge in modo umile e quel cammino che aveva chiesto ai suoi nella sua passione e nella sua morte, lo chiede anche nella risurrezione: la conversione e il perdono dei peccati. La misericordia e il perdono costituiscono ciò che la Chiesa è invitata a compiere. La parola di Gesù sul potere di rimettere i peccati accompagna il gesto col quale egli mostrava le piaghe della passione. Il ministero del perdono è ogni giorno attualizzazione del sacrificio di Cristo.
La comunità cristiana, e ogni cristiano in particolare, deve saper esprimere nella vita concreta il dono del perdono misericordioso di Dio attuandolo verso il fratelli. Essa è carbone ardente che continua a bruciare della carità di Dio.

La Parola illumina la vita
Nel mio andare incontro a Lui, quanti dubbi e incertezze ci sono dentro e fuori di me?
Come vivo il mio credo nella resurrezione in questo mondo che mi circonda assetato di potere e di denaro? Come credo alla vittoria della vita sulla morte quando milioni di persone lottano ogni giorno per sopravvivere alla fame e alle violenze della guerra?
Come credo alla pace del Signore risorto se non trovo pace dentro di me quando mi scontro quotidianamente con i miei limiti e con le cattiverie dell’altro? Come vivo o posso vivere il perdono?
Come credo che Cristo è vivente nella sua Chiesa, quando quest'ultima mi mostra un volto di potere che non sembra affatto quello di Gesù?

Pregare  Rispondi a Dio con le sue stesse parole…
Benedici il Signore, anima mia!
Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature.

Togli loro il respiro: muoiono,
e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra.

Sia per sempre la gloria del Signore;
gioisca il Signore delle sue opere.
A lui sia gradito il mio canto,
io gioirò nel Signore. (Sal 103).

Contemplare-agire
Nella contemplazione dell’Amore l’invio a testimoniare l’Amore. Per questo abbiamo ricevuto il dono dello Spirito Santo per concretizzare l’amore nel perdono.