giovedì 28 dicembre 2017

LECTIO: SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (B)

Lectio divina su Lc 2,22-40


Invocare
O Dio, nostro creatore e padre, tu hai voluto che il tuo Figlio, generato prima dell’aurora del mondo, divenisse membro dell’umana famiglia; ravviva in noi la venerazione per il dono e il mistero della vita, perché i genitori si sentano partecipi della fecondità del tuo amore, gli anziani donino ai piccoli la loro saggezza matura, e i figli crescano in sapienza, pietà e grazia, rendendo lode al tuo santo nome. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
22Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore - 23come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore - 24e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. 25Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. 26Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. 27Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, 28anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: 29«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, 30perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, 31preparata da te davanti a tutti i popoli: 32luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». 33Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui.  34Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione 35- e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». 36C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, 37era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. 38Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. 39Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. 40Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo, cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
Siamo nella sezione del Vangelo dell'infanzia narrata da Luca. L'evangelista ci presenta la vita di Gesù all'interno delle pratiche religiose giudaiche (cfr. Lv 12,6-8).
La Lectio riflette sulla presentazione al Tempio di Gesù. Dopo gli eventi del Natale, segue la circoncisione del bambino nell’ottavo giorno nella coreografia della presentazione al Tempio, al quarantesimo giorno dalla nascita. Ma a Luca non interessa tutto il rito della purificazione o altri riti, tanto è vero che non li descrive.
Il brano evangelico completo presenta tre momenti: la circoncisione (v. 21; nel nostro brano non è incluso), la presentazione al tempio (vv. 22-38) e il ritorno a Nazaret (vv. 39-40).
Il protagonista nella pericope evangelica è lo Spirito Santo, riferito per tre volte.  In tutto il vangelo lucano si riflette sull’azione dello Spirito Santo: la potenza dello Spirito adombra Maria (Lc 1,35), fa sussultare Elisabetta (Lc 1,41), conferma Gesù nel Battesimo al Giordano (Lc 3,22), lo conduce nel deserto (Lc 4,1). Lo stesso Spirito consacra il Figlio per l’evangelizzazione (Lc 4,14), dalla prima uscita pubblica a Nazareth  (Lc 4,18), lo fa esultare e benedire il Padre (Lc 10,21), che lo dona a coloro lo pregano (Lc 11,13).
Il ritorno a Nazaret avviene dopo che ebbero adempiuto ogni cosa secondo la Legge del Signore. Il brano si chiude a mo’ di ritornello (v. 40) mettendo in evidenza la grazia di Dio sul Bambino.
La liturgia odierna ci invita, mossi dallo Spirito Santo, ad andare “incontro al Cristo nella casa di Dio, dove lo troveremo e lo riconosceremo nello spezzare il pane, nell’attesa che egli venga e si manifesti nella sua gloria”.

Meditare
vv. 22-24: Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore 
Anche la famiglia di Gesù si sottopone alla Legge in tutte le sue prescrizioni. Infatti il termine “Legge” apre e chiude la narrazione (vv. 22; 39). La Legge consisteva anzitutto nella circoncisione del primogenito, che prevedeva il rito del “riscatto” del bambino e dell’imposizione del nome (cfr. Gen 17,9-14; Gs 5,2-8).
Secondo Es 13,1 ogni primogenito doveva essere consacrato a Dio, in ricordo della liberazione dell’Egitto e dell’ultima piaga. Un significato da spiegare alle future generazioni (Es 13,14-16): Successivamente venne scelta la tribù di Levi per il servizio al santuario in sostituzione dei primogeniti (cfr. Nm 8,15-19).
Nel gesto che fa la santa famiglia, ci sta una motivazione profonda. Non un fatto puramente rituale, tanto è vero che all'evangelista questo non interessa. Si tratta invece di praticare quelle osservanze che ci consentono di essere quello che Dio vuole che siamo. E, nello stesso tempo, di diventare luce di esempio buono, correndo sulla via di quello che, con la sua legge, Dio ci offre per la nostra salvezza.
e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
L’offerta (paristanai: presentare, offrire) del primogenito a Dio prevedeva un oblazione. Per le famiglie benestanti questa oblazione imponeva il sacrificio di un animale grosso, mentre in caso di famiglie povere, l’offerta poteva consistere in colombi o tortore (cfr. Lv 12,1-8).
L'evangelista ci ricorda che Maria e Giuseppe offrirono il sacrificio dei poveri e che tutta la sua famiglia, con questo gesto, viene annoverata tra i poveri di Israele. Gesù un giorno riprenderà questo discorso e si scaglierà contro l'attività commerciale al tempio, ribadendone la santità (cfr. Gv 2,14-16). La motivazione di quest'atteggiamento consiste che non è più l’offerta di olocausti e sacrifici a caratterizzare la relazione tra Dio e l’uomo, ma la nuova offerta è il Figlio, donato una volta per sempre per la salvezza dell’umanità.
In questi versetti troviamo la chiave di lettura del racconto teologico di Luca. Esso va letto alla luce della pasqua. Sarà l'evento pasquale ad illuminare l'episodio dell'infanzia in cui si tratta di offerta, sacrificio, riscatto, purificazione. Ma tutto questo tornerà chiaro dopo la Pasqua.
v. 25: Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui.
Simeone viene presentato, in un contesto profetico, con tre qualità: giusto, pio, paziente (("aspettava la consolazione d'Israele"). In questa descrizione abbiamo una intima apertura a Dio. Del resto l’etimologia popolare di Simeone, presa da Gn 29,33 significa “YHWH ha udito”.
Simeone è l’uomo in un continuo atteggiamento di ascolto della Torah, lasciandosi adombrare dallo Spirito.
Luca annota che Simeone aspettava la consolazione. Il testo greco riporta “paraklesis”, una parola che riscontriamo facilmente in san Giovanni in riferimento allo Spirito Santo. Simeone è un uomo capace di sperare ed attendere. L’evangelista Luca, con questo personaggio, descrive la realtà dominante nel giudaismo del tempo dì Gesù: l’attesa messianica, la speranza della venuta di un redentore, dell’unto di YHWH.
In questi suoi atteggiamenti troviamo in lui il dono dello Spirito Santo. Il suo essere aspettante (prosdechómenos) era guidata e confortata dallo Spirito Santo che l’ha condotto a vedere il Cristo del Signore prima della sua morte (v. 26).
vv. 27-28: Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio.
È sempre lo Spirito Santo che mette in movimento, che conduce verso il Salvatore. Simeone si reca al tempio per accogliere tra le sue braccia Gesù, il Messia atteso.
L’anziano di Israele accoglie il mistero del Dio incarnato, esprimendo tutta la gioia di questo incontro “Le braccia di Simeone sono le braccia secche e bimillenarie di Israele che riceve il fiore della vita” (S. Fausti).
Simeone pronuncia la sua Berakah, termine ebraico (dalla radice verbale brk) normalmente tradotto con benedizione, ringraziamento o eucarestia. Termine molto usato nell’AT, viene tradotto dai LXX con eulogia (circa 640 volte) e, più raramente con eucaristia.
Esistono due tipi di berakah: quella discendente e quella ascendente. Nel brano non viene riportata la benedizione tradizionale: “Benedetto Tu, Signore...”, ma solo la preghiera personale dell'anziano.
vv. 29-32: (dicendo:) Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola
Grazie all’azione dello Spirito Santo, Simeone ha realizzato l’incontro della sua vita. Il suo atteggiamento dinanzi a Dio è di servo, schiavo.
L’inizio di questa preghiera dà l’idea di un imperativo che di un indicativo: “adesso congedi (dimetti, puoi lasciare) il tuo servo”. Infatti, Simeone vive la totale dipendenza dal Signore del mondo al quale Simeone è stato fedele durante tutta la sua esistenza nutrito dalla Parola.
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele.
Ora egli non dovrà più attendere: i suoi occhi hanno visto la salvezza (sōtēria), la luce (phōs) e la gloria (doxa) nella estrema debolezza di un bambino! Soltanto colui che ha saputo attendere la pace messianica, nella fede, ora può esultare nella lode!
In questo versetto, attraverso Simeone, si intravede il popolo della Promessa che vede compiute le sue attese, e quindi terminata la sua funzione preparatoria nella storia della salvezza. Simeone certamente desideroso di vedere compiuta la promessa messianica realizzata, accoglie la sua apolýeis pur sapendo che vedrà solo l’Alba di quella Luce per le nazioni e il Segno di quella Gloria del popolo di Dio Israele.
v. 33: Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui.
Quasi a ritornello ritorna (e ritornerà) la meraviglia (cfr. Lc 1,63; 2,18.33.48). I genitori possono solo intuire il senso di quanto sarà di questa Realtà divina. Essa in genere si conclude in un racconto di miracolo, serve a sottolineare l'importanza rivelatrice del Nunc Dimittis, esprime la reazione dell'uomo dinanzi ad una rivelazione o ad un fatto che appartiene al mistero del piano di Dio e che comunque supera l'attesa umana.
vv. 34-35: Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione 
Ritorna il tema della benedizione (cfr. v. 28) che introduce anche la seconda parte delle parole di Simeone, ora rivolte all'indirizzo della famiglia di Nazaret.
Le parole dell’anziano Simeone sono introdotte da un verbo: “keimai” che significa: “giace, è disteso, riposa, è posto, è adagiato, è deposto”, lo stesso verbo che troviamo in Lc 2,12.16 nella mangiatoia di Betlemme. Lo ritroviamo in Lc 23,53 alla deposizione dalla croce, nel momento in cui viene avvolto in un lenzuolo, Giuseppe di Arimatea lo pose in un sepolcro scavato nella roccia. È un verbo che abbraccia Gesù dalla nascita alla sepoltura, dall’esser posto avvolto in fasce in una mangiatoia all’essere posto avvolto in un lenzuolo in un sepolcro.
Il verbo kemai è accompagnato dal “segno di contraddizione” di cui Gesù è definito (sēmēion antilegomenon). È il segno dell’offerta di Dio. Egli mostra il suo Figlio innalzato sulla croce. Sta al cuore di ciascuno accettarlo o meno. Qui troviamo la definizione più misteriosa e toccante della profezia di Simeone. Gesù sarà il profeta delle genti e “più di un profeta” (cfr. Lc 7,16): egli è il salvatore del mondo! E Maria sarà chiamata a condividere il dono della salvezza “offrendo se stessa” nel dolore.
e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
Anche Maria è coinvolta in questo segno di contraddizione. Per questo Simeone le rivolge una profezia enigmatica che le concerne direttamente: una spada trafiggerà la sua vita, “poiché le indica la concreta dimensione storica nella quale il Figlio compirà la sua missione, cioè nell'incomprensione e nel dolore” (Giovanni Paolo II, RM, 16).
La proposizione è redazionale e sembra ispirarsi a Ez 14,17s (LXX) che contiene l'idea di una spada che divide, quasi a riprendere quanto in seguito dirà Gesù: “non son venuto a portare la pace ma una spada” (Mt 10,34). La spada che è venuto a portare Gesù non serve ad uccidere. Nel mondo giudaico l'immagine della spada era adoperata per indicare la Parola di Dio. Paolo riprenderà questo tema. La spada di Gesù è quello della Parola di Dio, viva ed efficace (Eb 4,12). Gesù sarà quella spada che dividerà quanti l'accolgono da coloro che lo rifiutano.
Da questo dolore, dall'incontro con Cristo nascerà la nuova famiglia, che con Gesù allarga il suo orizzonte. Non si concentra nei propri bisogni, ma estende la sua capacità d'amare a tutti, come una benedizione centuplicata (cfr. Gn 26,12).
vv. 36-38: C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio,  era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Entra in scena un'altra figura profetica: un'anziana donna, descritta come una donna fedele: Anna. Il suo nome, equivalente del maschile Iohannan, significa “Il Signore fece grazia”. È figlia di Fanuele, in ebraico Pnû-‘El = Il volto di Dio, della lontana tribù settentrionale di Aser. Anna è qualificata col raro titolo di profetessa come Debora (Gdc 4,4) e Culda (2re 22,14). Viene descritta con le stesse caratteristiche di Giuditta: vedova, assidua nei digiuni e nelle preghiere (Gdt 8,4-6), “andò molto avanti negli anni” (Gdt 16,23).
L’evangelista riporta l’età dell’anziana donna: 84 anni. Ora, questo è un numero simbolico, 12x7 (12 il popolo d’Israele e 7 la pienezza) ma è anche il doppio di 42, che indica gli anni dell’attesa nel dolore e nella tribolazione. Anna aveva atteso il doppio degli altri per intensità e speranza; la sua vita era fatta di digiuni e preghiere. Anna è colei che invoca l'intervento di Dio "notte e giorno" (Lc 18,7) pregando sempre senza stancarsi, proprio come sarà la prescrizione del Signore per i suoi discepoli (Mt 17,21).
Anna giunge nel tempio all’apertura del mattino, per assistere al primo sacrificio; nei versetti non riscontriamo che vide il Bambino e se parlò ai Genitori, ma lo fa supporre. Come i pastori di Betlemme (Lc 2,20) prosegue a parlare “di Lui”, del Bambino, facendolo conoscere “a tutti quelli che attendevano la redenzione (lýtrōsis= riscatto, termine che indica la libertà ottenuta dal servo dietro pagamento di un riscatto) in Gerusalemme. 
Anche Anna è da annoverarsi tra gli “anawim” i poveri di Jahvè, socialmente insignificante ma preziosa agli occhi di Dio. Ciò le permette di riconoscere il passaggio di Dio nella sua vita, tra la sua gente: gli permette di accogliere Cristo Gesù.
vv. 39-40: Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret.  Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.
Si cambia nuovamente scena. L’evangelista conclude il racconto sottolineando come la santa famiglia ha saputo sottomettersi alla legge del Signore, ora è pronta per ritornare all’ordinarietà della vita.
Dopo aver fatto ritorno nella regione della Galilea, Luca annota nel sommario che il bambino cresceva e si fortificava pieno di sapienza (pleroumenon sōphia) e che la grazia di Dio (charis theou) corrisponde all’azione misteriosa dello Spirito Santo. È la profezia del primo adempimento della vita di Gesù che si snoda tra Nazaret - Betlemme - Nazaret, mentre la seconda sarà Nazaret - Gerusalemme - Nazaret (cfr. Lc 2,49).
C’è anche un terzo adempimento che si svolgerà solo a Gerusalemme dove si realizzerà il “kemai”, dove scaturirà la Redenzione, la Consolazione, lo Spirito Santo al mondo intero (cfr. Lc 24,47-49).
Inizia quindi una nuova epifania di Dio nella vita quotidiana quasi a lasciare sospesa la storia che si riaprirà nuovamente, in sapienza fra i dottori del tempio (cfr. Lc 2, 41-52).

La Parola illumina la vita e la interpella
Vivo l’umiltà, aiutato dalla Parola di Dio, per superare le grandezze umane e vivere sotto lo sguardo di Dio? Come Simeone sono capace di saper attendere con pazienza ed accogliere con gioia la novità che viene da Dio?
Sull'esempio di Simeone ed Anna, come rileggo l'esperienza del mio cammino di fede?
Anche per me c'è una "spada che trafigge". Riesco a concepirla come una lacerazione di coscienza davanti alle sfide e alle richieste di Gesù? Oppure penso ad un fatto pietistico?
(Per i genitori) Ogni giorno come genitore sono chiamato a essere responsabile del bene dei figli. È un dovere che ho ben presente?
(Per la famiglia) Come Famiglia ci sentiamo parte della Comunità in cui cerchiamo di "ascoltare-vedere-agire" accogliendoci con fiducia e pazienza reciproca?

Pregare Rispondi a Dio con le sue stesse parole
Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome,
proclamate fra i popoli le sue opere.
A lui cantate, a lui inneggiate,
meditate tutte le sue meraviglie.

Gloriatevi del suo santo nome:
gioisca il cuore di chi cerca il Signore.
Cercate il Signore e la sua potenza,
ricercate sempre il suo volto.          

Ricordate le meraviglie che ha compiuto,
i suoi prodigi e i giudizi della sua bocca,
voi, stirpe di Abramo, suo servo,
figli di Giacobbe, suo eletto.

Si è sempre ricordato della sua alleanza,
parola data per mille generazioni,
dell’alleanza stabilita con Abramo
e del suo giuramento a Isacco. (Sal 104)

Contemplare-agire  L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità…
Ritorniamo dopo aver meditato, pregato, contemplato questa pagina di Vangelo, non chiusi nell’ordinarietà della vita ma a far brillare la vita dentro e fuori il proprio cuore, per il bene nostro e per quello degli altri.

sabato 23 dicembre 2017

LECTIO: NATALE DEL SIGNORE (B)

Lectio divina su Lc 2,1-14


Invocare
Signore, Dio onnipotente, che ci avvolgi della nuova luce del tuo Verbo fatto uomo, fa’ che risplenda nelle nostre opere il mistero della fede che rifulge nel nostro spirito.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
1In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. 3Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. 4Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. 5Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. 6Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio.
8C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. 9Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, 10ma l'angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. 12Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». 13E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: 14«Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo, cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
Siamo verso la fine del “vangelo dell'infanzia” nella versione lucana. I versetti 15-20 chiuderanno il racconto. Il vangelo dell’infanzia non fa altro che prepararci all’evento salvifico già annunziato dai profeti.
Nel tempo di avvento abbiamo visto il parallelismo che Luca fa tra Giovanni Battista e Gesù e tra l’ambiente, i personaggi e le prospettive dell’uno e dell’altro, con la tensione dinamica del compimento delle attese dell’antico popolo alle realtà del nuovo popolo di Dio.
Il brano lucano è semplice, suggestivo, pieno di spunti teologici costruito sul modello dell’annuncio missionario.
Punto centrale della narrazione sono le parole dell’angelo ai pastori, che riguardano il senso gioioso dell’avvenimento e la professione di fede in Gesù Salvatore e la universalità della sua salvezza. Dio entra nella vita degli uomini fuori dal tempio, dai suoi incensi e dalle case degli uomini, sente di dover chiamare a raccolta gli uomini per questo avvenimento in un luogo lontano e fuori dalla “Città”. Dio non va pensato come uno che si compiace della bontà dell'uomo, ma piuttosto come uno che infonde la bontà nell'uomo attraverso la sua divina elezione e misericordia.

Meditare
vv. 1-3: In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
Luca è l’unico evangelista che fa delle ricerche accurate e ci presenta il contesto storico mostrando l’azione di Dio all’interno di una storia profana: di un decreto di Cesare. Negli Atti, Dio si servirà ancora delle stesse leggi romane per condurre Paolo a Roma per annunciare il vangelo. Infine, e soprattutto, ciò offre un pretesto per il viaggio: un pretesto, poiché tali censimenti si fanno sempre nella località di residenza, non in quella di origine.
Le parole di Luca hanno però un senso teologico. Gesù doveva essere compreso nel censimento di tutta la terra, anche lui ormai faceva parte dell'umanità. Anche lui era all'interno della grande pax romana, prefigurazione della vera pace che egli era venuto a portare sulla terra.
Ciò che è importante è che in un contesto storico vi è un annunzio di salvezza. Origene scrive: “In questo censimento del mondo intero Gesù doveva essere incluso... affinché potesse santificare il mondo e trasformare il registro ufficiale del censimento in un libro di vita”.
vv. 4-5: Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
Luca qui sottolinea la “casa” e la “famiglia” cioè, l’origine davidica di Giuseppe. Di Maria é detto per la prima volta, che é “incinta” ma la chiama “fidanzata” “promessa sposa”. In Mt 1,18-25 sappiamo che Giuseppe ha condotto Maria nella propria casa ed ha già superato i suoi dubbi personali sulla strana gravidanza. Ma Luca presentando una fidanzata incinta in viaggio vuole lanciare una provocazione scioccante, forse invitare a leggere e cercare. La prospettiva provvidenziale di Luca nel raccontare i fatti emerge anche dal fatto che Giuseppe porta con sé Maria: le donne non dovevano farsi registrare, dunque la giovane puerpera avrebbe potuto rimanere a Nazaret. Luca, però, vuole mostrare che ella è considerata a pieno titolo legale membro della famiglia davidica.
Tutte queste indicazioni preliminari permettono comunque a Luca di affermare due elementi molto importanti riguardo la nascita di Gesù: egli era discendente di Davide e nacque a Betlemme, così che si compisse la profezia di Michea: “E tu Betlemme di Efrata... da te uscirà per me colui che deve essere il capo d'Israele” (Mi 5,2).
vv. 6-7: Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio.
Il luogo è Betlemme. Nell’AT é importante soprattutto come luogo dell’origine della stirpe di David. In questo luogo Luca ci ha condotti senza però precisare nulla. Qualcosa però ci riconduce a capire che si realizza quanto previsto in 1,26-38 ed il bambino giudeo é integrato nel popolo della promessa tramite la circoncisione (2,21).
Maria da alla luce il suo primogenito. Il termine “primogenito” non indica che Maria abbia avuto altri figli dopo la nascita di Gesù. Il primo figlio - anche se non ne fossero nati altri in seguito – era sempre chiamato primogenito, per designare i diritti e i doveri che lo riguardavano (cfr. Es 13,12: “Riscatterai ogni primogenito dell’uomo tra i tuoi figli”; Es 34,19: “Ogni essere che nasce per primo nel seno materno è mio”).
Il versetto presenta dei “movimenti” che fa Maria: lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, sono gli stessi movimenti che si faranno alla morte di Gesù. Gesù sarà segnato fino alla morte da questa estrema povertà. Non si tratta solo dell'indigenza materiale della sua famiglia. C'è molto di più. Gesù, il Verbo fatto carne, “venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto” (Gv 1,11). E la mangiatoia ne è il simbolo: “il bue riconosce il suo proprietario e l’asino la mangiatoia del suo padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”. (Is 1,3). C'è qui il grande mistero dell'incarnazione. Paolo dirà che “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2Cor 8, 9).
Anche un alloggio (= Katàljma) diviene simbolo di una povertà e di un rifiuto che troverà il suo culmine nel rifiuto assoluto di lui nel processo davanti a Pilato (cfr. Gv 18,28-19,16). Più tardi Gesù dirà “il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. Katàljma ricorda anche quel luogo ove Gesù mangerà la pasqua con i discepoli (Lc 22,11; Mc 14,14; cfr. anche Lc 9,12; 19,7; 22,14). Katàljma è la Sua croce dove poggerà il suo capo e restituirà lo spirito al Padre (Mt 27,50).
v. 8: C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge.
Cambia la scena, è notte. Questa ambientazione notturna (cfr. Sap 18,14-15) ha dato supporto alla tradizione che Gesù fosse nato a mezzanotte.
Luca indica dei pastori che vegliano il proprio gregge. Questi sono coloro che godono di una cattiva reputazione: sono spesso considerati ladri e disonesti. I pastori, sono coloro che occupano il gradino più basso della scala sociale sono i primi ad essere coinvolti dalla nascita di colui che ha per madre un'umile donna (1,48) ed è “inviato a portare ai poveri il lieto annunzio” (4,18). Il neonato è già colui che sarà accessibile ai peccatori e mangerà alla loro tavola (15,2). Proprio queste persone sono coloro i quali vegliano per sorvegliare il gregge. C’è una capacità di attenzione in loro che in altri non si riscontra.
Luca, è sensibile nel mettere in evidenza che Dio consegna se stesso ai semplici; pensiamo a Maria in Lc 1,48: “alla bassezza della sua schiava”; Lc 6,20: “beati voi poveri”; Lc 10,21: “ti benedico o Padre che ti sei rivelato a piccoli e ti sei nascosto ai sapienti”.
vv. 9-10: Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce.
L’annuncio ai pastori è motivato dal fatto che anche Davide fosse pastore prima di diventare re di Israele. Quindi la presenza dei pastori, come la città di Betlemme e la sua discendenza da Davide, sottolinea nuovamente la messianicità di Gesù.
Proprio a queste persone capaci di vegliare il gregge, il vero Guardiano del gregge li chiama (1Pt 2,20-25, Gv 10,1-10). Questi avvolti dalla gloria di Dio, cioè dalla sua Presenza, dalla sua Rivelazione sono riempiti interiormente dall’amore di Dio, dalla sua stessa passione.
La luce non sta semplicemente davanti a loro ma li avvolge, entra nella loro vita, essi accolgono quell’annuncio che non è per loro soli, ma è una luce che è per tutto il popolo.
Custodi di un gregge ora sono custodi di un mistero da conoscere e poi irradiare a tutti.
Essi furono presi da grande timore, ma l'angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo.
I pastori sono presi da timore perché si trovano di fronte a qualcosa, non solo d’imprevedibile e impensabile, ma anche ad un’azione che riscontriamo solamente nelle teofanie dell’AT, specie ad Is 6,1-5 ed Ez 1; 3,12.23.
L'angelo li rassicura, come Gabriele ha rassicurato Zaccaria (Lc 1,13) e Maria (1,30). Il Signore rassicura, conforta con la sua Parola di salvezza. Quel timore che coinvolge immediatamente ed emotivamente ora trova un’apertura di significato grazie all’angelo del Signore, interprete luminoso dei fatti oscuri conducendo alla gioia vera. 
Luca utilizza poi per la prima volta il termine evanghelizesthai (da cui deriva il termine vangelo), che è il verbo caratteristico della predicazione e anche degli annunci di nascita di un principe o di un imperatore. L'annuncio è di gioia, la gioia caratteristica dei tempi nuovi e che percorre tutto il vangelo. La gioia presente in tutto il vangelo lucano é una caratteristica della fede nell’itinerario salvifico. È una gioia che non si affievolisce e non si stabilizza, ma cresce all’infinito perciò l’angelo dice: vi evangelizzo, c’é qui qualcosa proprio per voi, vi immergo in una realtà per voi assolutamente inedita, una realtà che ha il suo culmine a Gerusalemme, sotto la croce (Lc 23,35).
v. 11: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore.
Si rinnova quel prodigio, ma Luca scrive “oggi”, “semeron” è un termine teologico e difficilmente cronologico. Luca non fa altro che farci entrare nel “tempo di Dio”.
Altri episodi del vangelo o della Sacra Scrittura: “oggi è entrata in questa casa la salvezza”, “ascoltate oggi la sua voce del Signore”, “oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”, “oggi sarai con me nel paradiso”, “oggi ti ho generato”.
C’è un “oggi” che si relaziona nel “qui ed ora” con ciascuno e con tutti, una storia che diventa storia di salvezza. Qui è il centro del racconto: l’iniziativa di Dio non è parola ma “Carne”, “Corpo”, presenza incarnata, profondamente dentro la storia, la mia, la tua, la nostra storia. Egli è Dio, l’annuncio si presenta  ancora difficile per molti.
Nei versetti precedenti abbiamo appreso il nome del bambino, qui l’angelo del Signore, annunciando la nascita di Gesù non lo chiama con il nome proprio ma con tre titoli teologici: Salvatore; Cristo; Signore. In questi titoli teologici è racchiusa una professione cristologica riassunta dall’angelo stesso.
Salvatore: è la funzione principale del Messia, liberazione e remissione dei peccati (cfr. Lc 1,68-79). È un titolo divino che viene applicato al Messia (cfr. Lc 1,47).
Cristo Signore: è il condensato della confessione di fede cristiana: “Dio ha costituito Cristo e Signore quel Gesù che voi avete crocifisso!” (At 2,36). Per Luca, come per ogni credente, la realtà messianica di Gesù è inseparabile dalla sua risurrezione.
Luca non fa altro che insistere sulla signoria di Gesù e sulla sua missione di salvezza. In altre parole la sua signoria è la nostra salvezza.
vv. 12-14: Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
L’annuncio dell’angelo ai pastori è accompagnato da un segno, come per l’annuncio a Maria; la cugina Elisabetta al sesto mese, il bambino nella mangiatoia per i pastori, sono i segni che accompagnano la fede di chi ha il desiderio di ascoltare, vedere, incontrare, servire il vangelo che è lieta notizia. È il mistero di un Dio che si avvicina all'umanità nel bisogno, un segno che prefigura l'insegnamento, il comportamento e la morte di Gesù. Un segno che mette l'uomo davanti alla scelta di convertirsi. È la predicazione dell’evento da accogliere e da testimoniare.
E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».
La scena dell’annunciazione termina con un inno di lode cantato dalle schiere angeliche: il cantico nuovo della liturgia celeste che celebra la nascita del Messia, sul modello della lode che nella letteratura giudaica accompagna l'opera divina della creazione. Un inno che manifesta la potenza divina e svela finalmente la sua misericordia. Già nei salmi gli uomini sono invitati a partecipare alla lode degli angeli (Sal 148,1-2).
La parola “pace” esprime tutto il contenuto della salvezza che ha incominciato a compiersi a Betlemme. Non è assenza di guerra, ma comunione piena con Dio che si ripercuote in rapporti giusti e pieni tra gli uomini e con se stessi. Questo inno di gloria che si traduce in pace, si rivela nella povertà terrena. La pace scende sugli uomini che Dio ama, cioè coloro che Dio ha scelto, non solo l'Israele storico, ma tutto il popolo di Dio desideroso di aderire alla sua gloria nel cielo (cfr. Liturgia, Colletta).

La Parola illumina la vita e la interpella
Mi sento parte della storia universale che si sta compiendo parallelamente alla mia vita?
C'è posto per Gesù nella mia vita? Quali segni mi sta offrendo Dio della sua presenza?
Gesù è nato per portare gioia e pace. Quanto caratterizzano la mia vita questi doni?
Sono portatore di gioia e di pace per gli altri?
Cosa significa per me la parola Salvatore, da cosa vorrei essere salvato?
Credo che sia possibile anche per me diventare complice di un nuovo annuncio?

Pregare Rispondi a Dio con le sue stesse parole
Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore, uomini di tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome.  

Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.
In mezzo alle genti narrate la sua gloria,
a tutti i popoli dite le sue meraviglie.

Gioiscano i cieli, esulti la terra,
risuoni il mare e quanto racchiude;
sia in festa la campagna e quanto contiene,
acclamino tutti gli alberi della foresta.

Davanti al Signore che viene:
sì, egli viene a giudicare la terra;
giudicherà il mondo con giustizia
e nella sua fedeltà i popoli. (Sal 95).

Contemplare-agire  L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità…

Lasciamoci sorprendere da un Dio che abita la notte, così che anche la notte del dolore si apra alla luce pasquale del Figlio di Dio crocifisso e risorto. Nel mistero del Verbo incarnato è apparsa agli occhi della nostra mente la luce nuova del tuo fulgore, perché, conoscendo Dio visibilmente, per mezzo suo siamo rapiti all'amore delle realtà invisibili.

martedì 19 dicembre 2017

LECTIO: IV DOMENICA D’AVVENTO (B)

Lectio divina su Lc 1,26-38


Invocare
Dio grande e misericordioso, che tra gli umili scegli i tuoi servi per portare a compimento il disegno di salvezza, concedi alla tua Chiesa la fecondità dello Spirito, perché sull’esempio di Maria accolga il Verbo della vita e si rallegri come madre di una stirpe santa e incorruttibile. Per Cristo nostro Signore. Amen

Leggere
26Al sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
29A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
34Allora Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». 35Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37nulla è impossibile a Dio». 38Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l'angelo si allontanò da lei.

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo, cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
La liturgia di questa IV Domenica di Avvento, ci riconduce al mistero dell'annunciazione. L’annunzio della nascita di Gesù a Maria di Nazareth, costituisce il centro del Vangelo dell’infanzia secondo la narrazione lucana.
Il nome della Vergine Maria, importante per la nostra vita, assume un ruolo misterioso, ma eminente. L’ebraico Mirjam va tradotto con “Illuminatrice del mare” o con “Stella del mare”, traduzione, quest’ultima, preferita da san Bernardo.
Di Maria l’evangelista Luca ama sottolineare la povertà della sua condizione: è una donna (quindi socialmente debole), è vergine, priva dell’unico valore socialmente riconosciuto alla donna nella società antica: la maternità; vive a Nazareth (oscuro villaggio di una regione religiosamente infida). Ma Dio ama compiere le meraviglie della sua opera proprio nella debolezza della condizione umana; san Paolo ricorda che la potenza di Dio si manifesta nella debolezza (Cfr. 2Cor 12,7-10). Così Maria diventa la “proclamazione della grazia di Dio”; niente in lei è grandezza puramente umana; tutto è opera di Dio nella creatura umana.
Il testo è abbinato alla profezia di Natan (2 Sam 7,1-5.8b-12.14a.16) sul discendente di Davide, di carattere messianico; completano la liturgia della Parola il salmo 88 e il testo paolino di Rm 16,25-27, due glorificazioni della fedeltà di Dio alla sue promesse.
Nel brano dell'annunciazione abbiamo il mistero dell’incontro tra l’uomo e Dio che non si può spiegare. Avviene e basta. È un incontro che lascia il segno: qui sta la grandezza. Per coglierne un barlume, va tenuto presente il brano dell’annunciazione a Maria con l'annuncio a Zaccaria (Lc 1,5-20), in quanto l'evangelista li ha composti in coppia, con evidente parallelismo, per metterne in risalto gli elementi caratteristici: far emergere la distanza tra i due nascituri, Giovanni e Gesù, e le diverse risposte dei rispettivi genitori, Zaccaria e Maria.

Meditare
v. 26: Al sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret
La Parola porta un evento, un annuncio, qualcosa di nuovo, bello, inaudito. È il “sesto mese”. Un dato cronologico di cui Luca accuratamente ci dà delle indicazioni sui personaggi, luogo e tempo. Luca ci presenta Maria al “sesto mese” cioè in quell’umanità imperfetta e fragile. Non è ancora sette, ma in questa cifra vi è racchiusa la vocazione di Maria, la sua umile e “potente” comparsa sulla scena della salvezza, segno dell’amore di Dio per ciascuno di noi.
Il Messaggero di Dio (angelo) è Gabriele che in Daniele è presentato come colui che annuncia il tempo della salvezza (cfr. Dn 8,16-17; 9,21-27); precedentemente dopo aver annunciato a Zaccaria la nascita di Giovanni si era presentato con il suo nome e il suo rango (1,19; cfr. Tb 12,15).
Nazaret è il luogo dove si svolge la scena. Non è Gerusalemme, la città santa, anzi non troviamo citazione di essa nell’AT o testi extra biblici. Nazaret è un villaggio di una regione disprezzata, infedele e semipagana: la Galilea. Infatti, più tardi quando si descriveranno le origini di Gesù a Nazaret saranno motivo di derisione da parte di taluni scettici sulla sua missione (Gv 1,46).
La scena è da collegarla con quanto accade a Zaccaria nel Tempio che fa da contrasto con la vita di Maria.
v. 27: a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.
La prima parola con cui l’autore del Vangelo qualifica Maria è: “vergine, promessa sposa”.
La parola "vergine", nella Bibbia, non indica esclusivamente il fatto biologico, ma anche una donna appena sposata, e in particolare una vita sempre disposta ad accogliere.
Questa descrizione dell’evangelista, come una intuizione, ci trasporta nelle pagine dell’AT che aveva visto e desiderato per la donna sterile un destino di grazia: “Beata la sterile non contaminata… avrà il suo frutto alla rassegna delle anime” (Sap 3,13). Maria rappresenta, nella prospettiva del Vangelo, la novità compiuta dalla grazia di Dio.
Maria è già legalmente sposata con Giuseppe, un discendente di Davide. Il menzionarlo serve a giustificare, sul piano storico, e legale, la promessa riguardante il figlio di Maria: Dio gli affiderà il trono di Davide suo antenato (v.32).
v. 28: Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
Quì inizia il dialogo, l'ascolto. Abbiamo un saluto (“Rallegrati”) e un appellativo (“piena di grazia”), seguiti dalla garanzia di protezione divina (“Il Signore è con te”).
Il saluto che viene fatto non è convenzionale ma è un invito alla gioia (cfr. Sof 3,14). In esso viene omesso il nome di Maria, infatti nel testo originale greco suona: “Kaire kekaritoméne”; cioè: rallegrati tu che sei stata trasformata (o ricolma) dalla grazia (cfr. Sof 3,14ss.; Zc 2,14), è un implicito riferimento al testo di Sof 3,14 (anche Zc 9,9), dove è la figlia di Sion, visitata dal suo Signore, a rallegrarsi; è pure un rimando alla gioia del vangelo, la gioia messianica, a cui Luca fa spesso riferimento nei capitoli 1 e 2 del suo vangelo. In pratica: rallegrati, Dio ti ha guardato con favore, con benevolenza, ti ha guardato con la ricchezza della sua generosità e ha trasformato la tua vita con il suo dono di grazia; per cui la forma che la tua vita ormai ha assunto è la forma prodotta in te dalla grazia di Dio, dal dono di Dio.
Maria in questo momento è identificata dall’inviato di Dio come colei che è totalmente avvolta da suo amore gratuito e benigno.
Come nei racconto di vocazione AT (Es 3,12; Gdc 6,12; Ger 1,8.19; Gn 26,24), questo saluto si conclude con la protezione divina: “Il Signore è con te” ; l'evangelista intende infatti narrare la vocazione di Maria sulla falsariga delle grandi figure bibliche della tradizione messianica.
v. 29: A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo.
Maria ha una sua reazione che rientra in una normalità. Luca per descrivere questa reazione, usa un verbo più incisivo rispetto a quello usato per Zaccaria in 1,12. Se Zaccaria appare timoroso, dubbioso Maria invece è nell’atto di chi si ferma a riflettere a contemplare il senso profondo dell'inatteso messaggio che ha appena ricevuto. Il turbamento che troviamo nella vita di Maria possiamo leggerlo come un “sconvolgere profondamente” e fa parte del genere letterario delle annunciazioni (cfr. Lc 1,12) corrispondendo alle perplessità che avviene in ciascun chiamato ancora oggi (nella Bibbia possiamo vedere la chiamata di Mosé, Gedeone, Geremia, etc.).
In questo turbamento, Maria è alla presenza di Dio e diventa modello e icona del cammino di ciascun cristiano.
vv. 30-33: L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.
Pur riprendendo il v. 28, non abbiamo un saluto, ma una realizzazione messianica. Il v. 31 inizia con una espressione tipicamente biblica (cfr. Gen 16,11; 17,19; Gdc 13,5-7). La stessa cosa annuncerà il profeta Isaia (7,14), con l'indicazione del nome del bambino che a differenza di quanto avviene in Mt 1,21 non viene spiegato; Luca però dirà più avanti (vedi 2,11) che egli è il salvatore. Maria sarà la madre del Messia atteso e annunciato. Maria è la donna che, nella routine della vita ordinaria, si trova davanti al piano divino (elezione) che Dio intende realizzare per mezzo della sua persona a favore del popolo (vocazione e missione).
Maria è la donna che fa passare Dio nel suo cuore (re-cor-dare) per concepire un figlio, darlo alla luce e chiamarlo Gesù; accoglie i segni della realizzazione di quanto le viene prospettato nell’evidente miracolo del concepimento di Elisabetta e finalmente pronuncia il suo fiat.
Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo
Questa descrizione è la spiegazione del mistero, l’identità del nascituro. Anzitutto "sarà grande" (lo stesso titolo è dato a Giovanni Battista, 1,15). “Figlio dell'Altissimo”, un'espressione che anzitutto è in riferimento a Dio e che in secondo luogo indica il re davidico; Gabriele ricorda implicitamente la promessa divina di un trono eterno a Davide, fatta dal profeta Natan al re (2Sam 7,12-16; Sal 2,7; 89,27) all'origine delle attese messianiche.
il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Un'indicazione nazionale che verrà però superata subito dopo (vedi 2,32): il figlio sarà dunque re universale e d eterno. Tutti questi nomi attribuito a Gesù sono la conferma che in lui si compiono le promesse di Dio ad Israele che costellano la Scrittura.
Queste parole prese dall’AT avranno compimento nel NT ed assumeranno un significato pienamente teologico nell’espressione “Figlio di Dio” del v. 35.
v. 34: Allora Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?».
Maria interviene chiedendo la dinamica di quanto dovrà accadere, in quanto ella è una vergine. In questa domanda troviamo sempre quell'opposto con Zaccaria che cercava un segno. Maria, invece, cerca la sua obbedienza in Dio in maniera cosciente e responsabile. È una ricerca di come dovrà svolgere il suo ruolo, di come collocarsi nel piano di Dio, di come realizzare i Suoi disegni.
Quanto Maria considerava come un ostacolo per questa maternità gloriosa è, nel pensiero divino, la condizione necessaria. Se Dio prima le ha ispirato di rimanere Vergine, ora le domanda di diventare madre.
Maria in questa sua ricerca comincia a dare corpo a questa chiamata divina, a capire che “Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome” (Is 49,1).
La verginità di Maria l'espressione della radicale povertà e disponibilità nella fede al progetto di Dio.
vv. 35-37: Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. L’Angelo promette la Forza, la potenza dell’Altissimo ed utilizza l’immagine dell’ombra tratta da Es 33,7-11 dove, dopo la costruzione della tenda del convegno, una nube scendeva sull'arca dell'alleanza per indicare la presenza di Dio (cfr. Es 40,45; Nm 9,18.22). Maria sta cioè per diventare la dimora di una speciale presenza divina. 
Episkiazein, in ebraico hammishkan, da shakan che significa abitare e che i LXX hanno tradotto con skēnē, parola formata dalle stesse consonanti della radice ebraica; dallo stesso gruppo deriva la parola shekinà che nel Giudaismo posteriore indicherà l'abitazione divina e sostituirà lo stesso nome di Jahvé. Maria è la prima casa del Dio fatto uomo; Maria è l'arca di quella alleanza definitiva che sarà ratificata sulla croce e che, sacramentalmente, noi riviviamo nella celebrazione eucaristica. L'espressione richiama dunque la presenza misteriosa di Dio nei luoghi a lui consacrati: la tenda del deserto e il tempio di Gerusalemme (cfr. 1Re 8,10).
Maria trova la sua risposta nella Parola di Dio. Il linguaggio usato è quello della Sacra Scrittura ben comprensibile ad ogni pio israelita. È l'azione dello Spirito Santo, della forza divina creatrice, quella potenza che fin dal principio aleggiava sulle acque (Gen 1,2) e che ora sta per realizzare un nuovo atto creativo.
Il bambino che nascerà sarà santo conclude l'angelo, santo è un termine che indica un'esclusiva appartenenza a Dio ed è una delle espressioni più antiche per indicare la divinità di Gesù (vedi At 3,14; 4,27.30; Lc 4,34). Infine Gesù è detto esplicitamente Figlio di Dio, per indicare il singolare rapporto che intercorre tra Gesù e Dio.
Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile.
Per rafforzare l’annuncio, l’Angelo chiude il discorso mettendo davanti a Maria un segno, un altro atto creativo e vivificante di Dio (cfr. Gn 1,2; Sal 104,30) che si fa garanzia di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Garanzia che riscontriamo in altri personaggi: i tre angeli a Mamre (Gen 18,14); a Giobbe (Gb 42,2); a Geremia (Ger 32,27).
Nulla è impossibile a Dio.
Maria ha meditato l’Inaudito! Ha ricordato, fatto passare Dio nella sua vita, nel suo cuore, più volte. Lo ricorderà in seguito davanti a Elisabetta (vv. 46-55). La novità di Dio sarà la sua gioia per sempre e di quanti riporranno fiducia in Dio (2Tm 1,12).
v. 38: Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».
La risposta di Maria, è una sua qualifica, la ritroviamo frequentemente circa 200 volte, perché Dio passa sempre dalla vita dell'uomo, lo chiama. L'espressione infatti è di colui o colei che ripone fiducia in Dio, che si mette a completa disposizione per compiere la sua volontà. È un'espressione di grande fede e di amore, in quanto essere servo di Dio nella Bibbia è un titolo di gloria (cfr. Rut 3,9; 1Sam 25,41), come i numerosi personaggi che nell'AT furono scelti per una missione particolare in favore del popolo eletto.
Il sì di Maria è un sì gioioso (ghénoito) è il primo sì alla consegna che Dio fà di se stesso nelle mani di ogni uomo e di ogni donna. Gesù è il consegnato dal Padre nelle mani dell’altro. E Maria, attraverso il suo sì, permette questo: permette che attraverso di lei abbia inizio la consegna di Gesù.
E l'angelo si allontanò da lei.
Al sì di Maria, non importa più la presenza dell'Angelo. È lei il nuovo Angelo, titolo riservato ai grandi personaggi di fede e che ora è chiamata a donare il Verbo all'umanità!
Maria in piena umiltà si rende disponibile con tutta se stessa all'azione efficace della Parola di Dio, perché sia essa a plasmare la sua vita, presentandosi come modello dell'ascolto di tale Parola e di obbedienza della fede (cfr. Rm 16,25-27).
Questa sarà la via del discepolo di Cristo di ogni tempo, di ogni epoca: accettare tutto da Dio, e solo da Dio, ma «secondo la Parola» onnipotente.

La Parola illumina la vita e la interpella
Come mi pongo dinanzi alla Parola di Dio?
Quale ragionamento nella mia vita al progetto di Dio?
Come vivo e lascio passare di Dio nel mio cuore per generarlo con coscienza e responsabilità?

Pregare Rispondi a Dio con le sue stesse parole
Canterò in eterno l’amore del Signore,
di generazione in generazione
farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà,
perché ho detto: «È un amore edificato per sempre;
nel cielo rendi stabile la tua fedeltà».           

«Ho stretto un’alleanza con il mio eletto,
ho giurato a Davide, mio servo.
Stabilirò per sempre la tua discendenza,
di generazione in generazione edificherò il tuo trono».           

«Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre,
mio Dio e roccia della mia salvezza”.
Gli conserverò sempre il mio amore,
la mia alleanza gli sarà fedele». (Sal 88).

Contemplare-agire  L’incontro con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità…

Fermiamoci a dialogare con il Signore ascoltando la sua Parola, perché possiamo conoscere, accogliere e vivere appieno la chiamata all’amore per l’altro.