venerdì 21 aprile 2017

LECTIO: II DOMENICA DI PASQUA (A)

Lectio divina su Gv 20,19-31

Invocare
O Padre, che nel giorno del Signore raduni il tuo popolo per celebrare colui che è il Primo e l'Ultimo, il Vivente che ha sconfitto la morte, donaci la forza del tuo Spirito, perché, spezzati i vincoli del male, ti rendiamo il libero servizio della nostra obbedienza e del nostro amore, per regnare con Cristo nella gloria.
Egli è Dio e vive e regna con te nell'unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Leggere
19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
La II domenica di Pasqua è l'antica domenica detta "In deponendis albis", per il fatto che coloro i quali erano stati battezzati nella veglia pasquale, deponevano i loro vestiti bianchi quando si concludeva la settimana della loro iniziazione sacramentale. Diventavano così fedeli a tutti gli effetti. L'Evangelo è identico nei tre anni A, B e C. Il tema dominante di questa domenica è la fede nei segni della Risurrezione.
Il vangelo di Giovanni narra l’apparizione del risorto ai suoi discepoli il giorno stesso di Pasqua. I discepoli si trovano nel cenacolo, con le porte sbarrate “per timore dei giudei”. Viene Gesù in modo misterioso e la paura dei discepoli si trasforma in gioia. Paura e gioia ci fanno pensare subito ad alcune emozioni, a stati d’animo, ma il linguaggio di Giovanni non è psicologico, bensì teologico, non indica stati d’animo ma diverse collocazioni dell’uomo davanti alla realtà. La paura è l’atteggiamento di chi percepisce la realtà e gli altri come ostili; la gioia è piuttosto la fiducia e la pace con cui il credente guarda il mondo intorno a lui.
L'incredulo Tommaso dovette «vedere» per credere; i cristiani che verranno dopo credono senza aver visto, sebbene Cristo si accosti a loro con segni diversi della sua presenza gloriosa. Non con segni fisici e corporali. I segni con cui si manifesta sono i sacramenti: l'Eucaristia, il Battesimo, etc.
Questi sacramenti pasquali, non dimentichiamoli, sono segni della fede (cfr. dopo Comunione); anche la colletta, ispirata a 1Gv 5,6-8 chiede e insiste sulla fede.
Questo brano di vangelo chiude il vangelo di Giovanni ed è considerato la “prima conclusione” del quarto vangelo. Il vangelo di Giovanni si chiude quindi con la figura di Tommaso. A questa figura, dunque, viene dedicato tempo, spazio, importanza. Ma dove sta la grandezza di Tommaso? La grandezza di Tommaso sta in ciò che chiede di vedere. C’è una fede che Tommaso sa di dover chiedere, ma questa fede nasce dal vedere e toccare i segni dei chiodi, i segni della passione del Signore, i segni della continuità tra la croce e la Risurrezione. Questi sono i segni che Tommaso chiede di vedere!

Meditare
v. 19: La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli
La scena si svolge a Gerusalemme, in un luogo non precisato. L'evangelista vuole sottolineare che i discepoli erano riuniti in un solo luogo e affermare il carattere ecclesiale dell'apparizione.
È il primo giorno dopo il sabato, quindi è l’inizio di una settimana nuova, l’inizio di un tempo nuovo, perché la resurrezione di Gesù ha creato un tempo alternativo e nuovo rispetto al Kronos della vita umana, della cronaca umana. Ha fatto irrompere nel tempo l’eternità di Dio, e ha fatto entrare nell’eternità il tempo dell’uomo. Quindi siamo davvero davanti ad un mondo nuovo che inizia, che si manifesta.
Questo “primo della settimana” è descritto con “la sera di quel giorno”. Ci sta qualcosa di non chiaro nell’espressione. Intanto secondo il computo antico del tempo la sera appartiene al domani, mentre qui viene sottolineato “di quel giorno”.
Il profeta Zaccaria ricorda: “In quel giorno non vi sarà né luce né freddo né gelo: sarà un unico giorno, il Signore lo conosce; non ci sarà né giorno né notte, e verso sera risplenderà la luce” (Zc 14,6-7). La risurrezione ha fatto sì che quella sera fa parte di un unico giorno, del giorno del Signore.
Ci sta anche un’altra sera: quella della paura, quella che chiude gli occhi dinanzi alla realtà. I discepoli sono spaventati, quasi ossessionati dalla paura dei Giudei e Giovanni annota come le porte siano chiuse. I discepoli spaventati sono rassicurati da Gesù; non come un tempo «Sono io» (Gv 6,20), perché la sua presenza è ormai di un altro ordine, ma «Pace a voi» che non si tratta del consueto saluto ebraico, ma è l'adempimento della promessa fatta all'ultima cena (cfr. Gv 14,27). È la pace che li renderà capaci di superare lo scandalo della croce e ottenere la liberazione nella loro vita. Cosa importante da notare è che il saluto è ripetuto due volte.
per timore dei Giudei
La “paura” è la condizione del discepolo nel mondo, dove è un estraneo, perché pur vivendo nel mondo non appartiene al mondo, e proprio per questo subisce nel mondo una emarginazione che può diventare anche persecuzione e rifiuto violento. Quando san Giovanni dice che “i discepoli sono nel Cenacolo a porte chiuse per paura dei Giudei”, vuole indicare fondamentalmente questa condizione: il mondo ha crocefisso il Signore, e di fronte al mondo i discepoli del Signore si trovano in questa situazione di estraneità e di paura. Così è per quello che riguarda il senso della “gioia”, che è evidentemente gioia psicologica, emozione, sentimento… ma è ancora di più, è molto di più: è quel senso di pienezza che il discepolo sperimenta quando percepisce la presenza del Signore. Il discepolo vive per il Signore, nel rapporto con il Signore; e quando questo rapporto gli è donato, viene sperimentato in pienezza, c’è la pienezza della gioia. E questo passaggio “dalla paura alla gioia” è un elemento importante dell’esperienza della Pasqua, del Signore risorto.
venne Gesù, stette in mezzo
Questa immagine del Signore come “colui che viene” è caratteristica di Giovanni. È addirittura la parafrasi del nome di Dio che si trova nell’Apocalisse (Ap 4, 8): “Colui che era, che è, che viene!”: è una presenza dinamica, ricca di salvezza, di consolazione, di speranza.
Il “venne” di Gesù indica il suo venire nel nostro luogo chiuso e sta nel mezzo, dove nel mezzo vuol dire “al centro”, ma anche “dentro, al centro”.
disse loro: «Pace a voi!».
Non si tratta di un semplice saluto, ma del dono della pace che Gesù aveva promesso per il suo ritorno (cfr. 14,18-19.27-28; 16,16-23). La pace dei tempi messianici è il dono supremo di Dio annunciato dai profeti (cfr. Is 53,5), implica tutto il benessere di vivere (cfr. Ef 2,14).
v. 20: Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco.
Questo versetto dice la continuità tra il Gesù della croce e il Risorto. Il suo mostrare mani e fianco è un mostrare la sua identità. Egli è il Crocefisso e non solo: è il Risorto.
Non dobbiamo vivere la risurrezione di Gesù in modo trionfalistico, e la risurrezione non diventa neanche, necessariamente, la ricompensa per coloro che soffrono. Il mistero della croce è insieme mistero di morte, certo, ma che inevitabilmente richiama il mistero della risurrezione. Non si capisce il mistero della croce se non si capisce il mistero della risurrezione e viceversa. C’è questa unità. Giovanni sottolinea con forza che il Cristo che appare e che sta in mezzo ai discepoli è un essere reale, è lo stesso Gesù appeso sulla croce, per questo mostra i segni del suo martirio.
Gesù risorto mostra mani e fianco. La mano è il segno del potere, di quel potere che fa e disfa tutto. La mano di Dio è quella che lava i piedi e si fa inchiodare per amore dall’uomo.
Il fianco è messo in rilievo solamente da Giovanni. Esso è quello che fu trafitto da dove scaturì sangue ed acqua (Gv 19,34-35); è la carne da cui tutti noi siamo nati. Il fianco è la ferita d’amore di Dio che ci genera da cui scaturisce per tutti noi la pace e la gioia.
E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
La presenza del Risorto fa gioire perché rischiara il nostro buio, la nostra sera. La gioia dei discepoli non è l’ultima parola; essa è seguita immediatamente dall’invio in missione. Non è gioia quindi che possa essere goduta privatamente, ma gioia che chiede di essere condivisa con generosità sincera. Il Cristo risorto è sorgente efficace di perdono, è “l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. I discepoli dovranno annunciare a tutti gli uomini questa possibilità di vita che viene loro offerta.
v. 21: Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».
Il saluto pasquale ripetuto due volte: “Pace a voi” è il primo dono di Pasqua. La pace è un dono non è un augurio o un auspicio. Essa è liberazione dall’angoscia della morte che turbava il cuore dei discepoli e li teneva prigionieri della paura.
Al dono pasquale segue il mandato le cui parole somigliano a come io amai voi, anche voi amatevi gli uni gli altri… Vi ho dato un esempio: come io lavai i piedi a voi, lavatevi i piedi gli uni gli altri (cfr. Gv 13).
Gesù è essenzialmente un Mandato, che nella sua missione rende presente la parola, l’amore, la misericordia, il progetto e le promesse di Colui che lo ha mandato. Attraverso Gesù, Dio si fa visibile: proprio perché è un Mandato, quindi non ha autorità propria, rimanda continuamente a quel Padre da cui ha ricevuto tutto. La sua missione non è altro che l’espressione del dono totale di sé, dell’identità del Figlio come “colui che riceve la vita da…”.
Ora questa missione si perpetua nei discepoli del momento e di ogni tempo, perché sono come Lui.
Questa missione non è proporzionata alle nostre forze, ma è proporzionata all’amore del Signore, quindi al suo dono.   
Qualcuno ha detto che “lo Spirito Santo è capace di fare una cosa sola, ma la fa molto bene: è capace di fare Gesù Cristo”. Dove arriva lo Spirito Santo, il mondo assume la forma di Gesù Cristo. Dove c’è lo Spirito, lì il mondo viene plasmato secondo quella forma precisa che era la forma del Figlio di Dio, la forma di Gesù. La forma di Gesù è l’amore. L’amore è la missione verso l’altro, che ti porta fuori di te.
vv. 22-23: Detto questo, soffiò
Questa insufflazione sui discepoli da parte di Gesù evoca il gesto creativo di Dio. Il Creatore aveva alitato nell'uomo un soffio che fa vivere (Sap 15,11, cfr. Ez 37,9). Soltanto lo Spirito di Dio è capace di ricreare l'uomo e strapparlo al peccato (Ez 36,26-27; Sal 50,12-13; 1Re 17,21).
Il verbo utilizzato da Giovanni (emphysao) è usato solo in Genesi e in Sapienza, si tratta di una nuova creazione. Gesù glorificato comunica lo Spirito che fa rinascere l'uomo, concedendogli di condividere la comunione con Dio.
Qui c’è questo gesto, questo soffio di Gesù, che è una promessa che si verificherà a Pentecoste (At 2,1-4), dichiara la sua divinità, indicando, nel dono dello Spirito, la vera vita a cui la chiesa deve attingere, una vita che spinge la chiesa alla remissione dei peccati, che è il gesto stesso di Dio.
Ricevete lo Spirito Santo.
Il secondo dono pasquale è lo Spirito Santo che Gesù ha promesso come Consolatore e Spirito che li introduce nella pienezza della verità. Lo Spirito è il dono del Cristo, viene dal «soffio» del Cristo Risorto; in ebraico il termine «spirito» e «soffio» coincidono, ricorda Gv 19,30.
Il ricevere questo dono significa accoglierlo. Dall’alto della Croce aveva già fatto questo dono, ma non tutti l’hanno accolto perché chiusi nelle loro paure. Il dono va accolto se no muore. Anche la vita cristiana è un dono se non la si accoglie e non la si vive, giorno dopo giorno, è spenta nel proprio buio.
Nel testo originale davanti a Spirito Santo non ci sta l’articolo, perché Dio non dà lo Spirito Santo a misura ma ogni giorno e sempre di più, il che è tipico dell’amore: o cresce o non è amore. E così ogni giorno riceviamo sempre più Spirito Santo e ogni giorno siamo sempre più immersi in questo amore del Figlio verso di noi che è lo stesso del Padre. Ciò ci permettere di continuare la missione di Gesù.
A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati.
La manifestazione dello Spirito è nel perdono dei peccati. Durante il suo cammino terreno Gesù aveva parlato di perdono e conversione. Ora con la risurrezione lo chiede nuovamente.
La misericordia e il perdono costituiscono ciò che la chiesa è invitata a compiere. La parola di Gesù sul potere di rimettere i peccati accompagna il gesto col quale egli mostrava le piaghe della passione.
La missione, il dono dello Spirito, il potere di rimettere i peccati sono dati all'intera comunità, che però si esprime attraverso coloro che detengono il ministero apostolico. Infatti i verbi usati, rimettere e ritenere, sono l’attività per la quale è conferito lo Spirito. Il dono dello Spirito sancisce l’incarico di missione. I discepoli infatti prolungano la missione che Gesù ha ricevuto dal Padre.
Al di fuori del ministero apostolico, tutta la Chiesa è chiamata a vivere e a testimoniare il perdono che è un miracolo più grosso che risuscitare i morti, perché i morti muoiono ancora, se risorgono prima della risurrezione finale, mentre invece se io perdono uno, io nasco come figlio di Dio, proprio perdonando, divento come Dio che ama senza misura.
vv. 24-25: Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.
Inizia qui un’altra scena, quasi a fare da anello di congiunzione tra coloro che hanno visto e coloro invece che non hanno visto.
Tommaso non era rimasto con gli altri discepoli che, seppure intimoriti erano insieme, sapendo che questo loro convenire era amato dal Signore (cfr. Gv 17,20-21). Non essendo con gli altri Tommaso non riceve con loro la visita del Risorto e non accogliendo prontamente l’annuncio evangelico della risurrezione che gli viene dato, ma ricercando altre conferme, si preclude la gioia della comunione che viene dallo Spirito Santo ed è donata ai "piccoli" (cfr. Mt 11,25 e 1Cor 1,21).
Tommaso viene chiamato Didimo, che significa gemello. Di chi è gemello Tommaso? È gemello di Giuda che dopo aver mangiato dallo stesso piatto di Gesù esce nella notte per tradirlo. Tommaso come Giuda esce nella notte della sua esistenza, esce dalla comunità e brancola nel buio, nella solitudine.
Tommaso è anche gemello di Gesù è disposto a morire a fianco di Gesù, con coraggio (cfr. Gv 11,16). Egli sfidando anche la morte, ama davvero Gesù. Però lo ama senza speranza. E l’amore senza speranza si chiama anche inferno. Pensa che Gesù vada a morire e invece Egli va al Padre passando da una inconsueta solidarietà coi fratelli: la Croce.
Siamo davanti alla prima testimonianza ecclesiale e al suo primo insuccesso; Tommaso non crede.
Egli dovrà ripercorrere a ritroso la sua esperienza con Gesù per scoprire la via di Gesù attraverso le ferite della storia, della quotidianità. Dovrà imparare che ci sta un amore più forte della morte.
Tommaso, inoltre, è gemello a tutti noi che sempre cerchiamo una fine a tutto.
Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Gli altri discepoli fanno la loro professione di fede. È la stessa della Maddalena agli apostoli i quali non le hanno creduto. Ora gli altri fanno lo stesso annuncio.
Questo annuncio è fatto dal vedere il Signore che significa cambiare realmente e radicalmente la vita. Vuol dire risorgere a vita nuova e perpetuare la missione di Gesù.
Tommaso a tutto questo, per principio, non crede. Egli è colui che si vuole “rendere conto” bene della propria fede; Tommaso non è un curioso perché Gesù non si manifesta ai curiosi. Gesù viene apposta per lui, a lui che si vuole rendere conto della propria fede: il Signore è risorto, ma c’è qualcosa di più. Tommaso va a cercare questo qualcosa di più.
Egli vuole immergersi nelle ferite di Dio facendone esperienza e vivere la sua Pasqua. Proprio in queste ferite scoprirà e scopriremo il mistero di comunione con Dio, di un Dio che va verso l’uomo e di un uomo che entra in Dio.
vv. 26-27: Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: "Pace a voi!".
Otto giorni dopo, cioè la domenica seguente; questa affermazione sottintende le assemblee eucaristiche della Chiesa primitiva. È il giorno del Signore. è il giorno senza tramonto. È il giorno della Comunità che si riunisce attorno alle ferite di Dio, attorno al suo amore estremo per attingere vita.
Il rituale è lo stesso della prima apparizione (v. 19), Gesù ritorna, ed è sempre lui, Gesù, che viene e sta nel mezzo della comunità. Le porte sono ancora chiuse ma non per la paura ma nello Spirito per poi uscire verso l’altro ed essere testimoni della gioia e della pace.
Poi disse a Tommaso: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani tendi la tua mano e mettila nel mio fianco;
Una volta rivoltosi alla comunità, Gesù ora si rivolge verso Tommaso e gli fa constatare la sua identità, calma le sue apprensioni e lo invita a non comportarsi da incredulo.
Il testo originale usa un indicativo presente che indica la continuità di un’azione. Quel “metti” quasi un invito a continuare il gesto del mettere il dito. Ciò vuol significare che nonostante l’assenza di Tommaso, egli era presente perché è sempre presente nel cuore di Dio. Dio conosce ogni suo desiderio e gli viene incontro perché nulla gli è impossibile.
Questo andare incontro è un rafforzare la propria fede, farla crescere. Egli non deve limitarsi alla fede nel messia, deve credere al Figlio dell'uomo glorificato nella sua morte.
Il Signore risorto si concede a Tommaso e non lascia a Tommaso nessuna replica. Quel Gesù che ha patito ed è morto è quel medesimo Gesù che è risuscitato. La prova della sua risurrezione è quella di essere con lui, nel mezzo, a toccare le sue piaghe: quelle piaghe sono la prova della sua risurrezione.
Questo mettere si rinnova anche per noi ogni otto giorni: vedere e toccare le ferite dell’amore di Dio. Attraverso l’Eucarestia chiamati a contemplare il Trafitto.
e non essere incredulo, ma credente!
Credenti o non credenti non dipende dalla nascita ma dal divenire. In noi ci sta solo il germe della fiducia da coltivare nella comunità. Ma ci sta anche il germe opposto, quello del divisore che ci porta fuori della comunità e isolati si muore.
Sta a ciascuno di noi la scelta: coltivare uno oppure l’altro.
Tommaso qui può diventare credente perché è insieme agli altri e insieme agli altri che getta il suo dito, la sua mano nelle ferite di Dio, del Trafitto.
Nelle ferite di Dio possiamo leggere le piaghe del mondo, la sofferenza del mondo che non sono il segno di un Cristo sconfitto, ma sono il segno di un Cristo glorioso, perchè Cristo ha fatto della sua morte il segno della sua risurrezione.
vv. 28-29: Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».
Tommaso pone finalmente fine a una fede per sentito dire e compie qui una confessione di fede assoluta “il mio Signore e il mio Dio”. Questa professione, afferma che Gesù è Kyrios (Signore) ossia il Messia inviato da Dio e poi Theos (ossia Dio stesso).
In nessun punto del Vangelo Giovanneo c'è una professione di fede così decisa e chiara. Tra la prima professione del discepolo Natanaele (1,49) all'ultima di Tommaso è contenuto il viaggio di fede della comunità. Siamo certi del Risorto per questo. Il mondo ha bisogno di cristiani come Tommaso, di gente che dica: “Proprio perchè ho messo il dito nelle piaghe il Signore è risorto”. E non è facile toccare le piaghe del mondo e dire: “Mio Signore e mio Dio”. È un sentire appartenenza. Anche la Maddalena sentì questa appartenenza.
Per due volte Tommaso ripete l'aggettivo “Mio”, che cambia tutto. Nel Cantico dei Cantici troviamo scritto: «Il mio amato è per me e io per lui» (6,3), che non indica possesso geloso, ma ciò che mi ha rubato il cuore; designa ciò che mi fa vivere, la parte migliore di me, le cose care che fanno la mia identità e la mia gioia. “Mio”, come lo è il cuore. E, senza, non sarei. “Mio”, come lo è il respiro. E, senza, non vivrei. Questa appartenenza, quel “Mio” lo si può esclamare solo se immersi nelle ferite di Dio, perché da lì Lui esce verso di me e io entro in Lui.
Tommaso ha trovato la sorgente della vita e dell’amore in queste ferite.
Gesù gli disse: "Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!".
Il verbo vedere ha un rilievo particolare nel racconto giovanneo dell’incontro del Cristo con i discepoli la sera di pasqua. L’evangelista Giovanni usa due verbi diversi per indicare questa “visione”, ideìn e horàn.
Giovanni ha scelto una gamma diversa di verbi per esprimere i gradi differenti della comprensione del mistero di Gesù. Si va da un vedere esteriore a un vedere più intimo che conduce alla fede. Anzi, come dice oggi il Risorto, allora non sarà più necessario il vedere diretto perché la comunione avverrà su un altro canale di conoscenza, sarà la visione in un senso perfetto e pieno.
A Tommaso Gesù concede la possibilità di una percezione diretta della sua nuova presenza in mezzo a noi.
Gesù Risorto indica una nuova beatitudine per coloro che credono senza vedere. Qui il destinatario sono le prime comunità cristiane che non hanno fatto esperienza diretta del Risorto. Siamo anche noi, discepoli di questo secolo.
Anche se il suo modo di accesso alla fede non è lo stesso, sono beati coloro che nel corso dei tempi avranno creduto senza vedere il Signore, ma ascoltando la sua Parola, credendo alla testimonianza, perché si fa l’incontro con il Risorto e si entra in quelle ferite, in comunione con Lui, accogliendo il suo Spirito e il Suo Amore e vivendo di questo!
vv. 30-31: Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Gli ultimi versetti. pur essendo la conclusione dell'intero vangelo sono particolarmente collegati al racconto dell'apparizione Tommaso e alla beatitudine della fede. Sono il passaggio al tempo dello Spirito, al tempo della Chiesa, al tempo della Testimonianza, al nostro tempo scandito dal silenzio operoso fatto di testimoni del risorto.
I prodigi operati da Gesù per Giovanni sono dei segni medianti i quali il Verbo incarnato rivela la sua natura divina e la sua carità immensa per i suoi fratelli, poveri e peccatori. Ma lo scopo della rivelazione del Cristo consiste nel suscitare la fede nella sua persona divina. La lettura e la meditazione dei segni operati dal Cristo devono alimentare la vita spirituale, per favorire l’adesione personale al Signore Gesù. Quindi tutti i cristiani devono impegnarsi ad approfondire la conoscenza dei Vangeli, per nutrirsi abbondantemente di questo cibo divino.

La Parola illumina la vita
Quanti dubbi e incertezze ci sono dentro di me? Come è possibile credere nella resurrezione in questo mondo che mi circonda che è assetato di potere e di denaro? Come poter credere alla vittoria della vita sulla morte quando milioni di persone lottano ogni giorno per sopravvivere alla fame e alle violenze della guerra? Come posso credere alla pace del Signore risorto se non trovo pace dentro di me quando mi scontro quotidianamente con i miei limiti e con le cattiverie del mio prossimo? Come posso credere che Cristo è vivente nella sua Chiesa, quando quest'ultima mi mostra un volto di potere che non sembra affatto quello di Gesù?
Come alimento la mia fede, come coltivo il rapporto diretto con Gesù risorto, nel suo Spirito? Quali sono le occasioni in cui incontro il mio Signore?

Pregare  Rispondi a Dio con le sue stesse parole…
Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre».
Dica la casa di Aronne:
«Il suo amore è per sempre».
Dicano quelli che temono il Signore:
«Il suo amore è per sempre».

Mi avevano spinto con forza per farmi cadere,
ma il Signore è stato il mio aiuto.
Mia forza e mio canto è il Signore,
egli è stato la mia salvezza.
Grida di giubilo e di vittoria
nelle tende dei giusti:
la destra del Signore ha fatto prodezze.

La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno che ha fatto il Signore:
rallegriamoci in esso ed esultiamo! (Sal 117).

Contemplare-agire
Proviamo a immergerci nell'esperienza di Tommaso, ripercorrendone le tappe: dall'incredulità che segna anche la nostra vita, a un'adesione di fede sempre più limpida e forte, che pure desideriamo.

sabato 15 aprile 2017

LECTIO: DOMENICA DI PASQUA (A)

Lectio divina su Gv 20,1-9

Invocare
O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo unico Figlio, hai vinto la morte e ci hai aperto il passaggio alla vita eterna, concedi a noi, che celebriamo la Pasqua di risurrezione, di essere rinnovati nel tuo Spirito, per rinascere nella luce del Signore risorto.
Egli è Dio e vive e regna con te nell'unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Leggere
1Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. 2Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». 3Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. 4Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. 6Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, 7e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. 8Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
I racconti pasquali sono quelli in cui maggiormente i vangeli si differenziano tra loro: diversità si hanno a proposito della scoperta del sepolcro vuoto e dell’incontro con il Risorto, ma grande è anche la varietà dei personaggi implicati e dei percorsi con cui arrivano a credere. È appunto così che essi servono anche a noi, a illustrare anche le nostre condizioni di accesso alla fede pasquale.
Il messaggio pasquale annunzia l’irruzione irresistibile di Dio dentro la storia umana. Certo, tutta la storia della salvezza parla di interventi salvifici di Dio. Ma qui si tratta di una vera spaccatura che Dio opera nel tessuto della storia: il cammino lineare della storia che fa vivere e fa morire viene ora spezzato: l’uomo che nasce non è più solo un condannato a morte, ma realmente un chiamato alla vita. La Pasqua è un evento che tocca la storia ma che non è contenuto dentro la storia; per questo il tempo che passa non lo supera e non lo indebolisce.
Per Giovanni il Risorto è colui che è stato crocifisso. La risurrezione esplicita la gloria del crocifisso, già splendente sulla croce. Gesù risorto vive ora una condizione nuova e per incontrarlo l’unica strada è quella della fede.
La Pasqua è essenzialmente un evento del quale non si può avere una proprietà personale. Il Risorto apre per tutti in questo giorno il passaggio (pasqua) alla Vita piena, liberandoci dalla schiavitù della morte.

Meditare
v. 1: Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio.
Nel contesto pasquale, l’espressione “il primo giorno” che dentro quel giorno c’è già tutto il tempo, tutta la storia, tutto quanto verrà dopo – quindi vuol dire che ormai in quel giorno lì viviamo sempre ed è il giorno in cui Dio fece la luce, il giorno uno, lì è contenuto tutto. È l’inizio di un giorno nuovo per tutto il mondo.
Questo è anche il giorno del riposo di Dio. È il sabato di Dio. È il giorno in cui noi raggiungiamo Dio, entriamo nel suo riposo.  
Giovanni modifica la nota dei sinottici sull’ora: non dopo l’alba (Mc) né all’aurora (Lc), ma quando la notte non è ancora terminata. Il greco usa il termine skotìa (la tenebra), tipico del linguaggio giovanneo. L’annotazione suggerisce la fretta di Maria nell’andare alla tomba, ma lascia anche intendere la portata simbolica della tenebra.
Infatti dice che è ancora buio: il mattino di Pasqua si presenta come un mattino pieno di incertezze. È ancora buio. Poi, invece, questa annotazione è preceduta da questo ‘buon mattino’. Colei che ha la percezione che questo mattino sia un buon mattino è colei che sa uscire anche di notte, quando era ancora buio. Questo lo possiamo legare all’importanza che nel vangelo di Giovanni ha il tema della luce. C’è una condizione che Maria di Magdala vive: è un buon mattino. Il presagio che sia un buon mattino ti fa vincere anche le tenebre. La Parola ti fa precedere l'aurora. C'è l'ansia dell'incontro come tra innamorati, che precede il mattino di Pasqua. A volte, il legame con il Signore è un legame al buio, nel quale la sua presenza è una presenza assente. La fede è vivere questo legame personale con il Signore anche al buio. Ci sono persone che non si rassegnano al loro legame con il Signore, un Signore che tante volte si vedono sottrarre. A volte, la percezione di coloro che soffrono, dei poveri, è quella che venga tolto loro il Signore. In realtà, a noi è chiesto di non rassegnarci alla morte e di vivere quell’unico atteggiamento che ci rimane: il rapporto di amore con il Signore, in attesa della luce.
vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Questa parte di versetto somiglia all’episodio di Lazzaro, quando si parla di sepolcro, di levare la pietra, etc.
Gli evangelisti sono concordi nel far notare, anche se ciascuno in modo proprio, il “segno” della pietra rimossa.
Il verbo “togliere” ci rimanda a Gv 1, 29: il Battista indica Gesù come “l'Agnello che toglie il peccato del mondo”. Forse l'evangelista vuole richiamare il fatto che questa pietra “tolta”, sbalzata via dal sepolcro è il segno materiale che la morte e il peccato sono stati "tolti" dalla resurrezione. Un segno che fa sostare a riflettere. La pietra tolta non presenta più la prova che ci inchioda nella colpevolezza. Non ci sta prova del nostro misfatto. Solo un sepolcro aperto, vuoto.
In questo sguardo contemplativo, vi è la fede piena d’amore.
v. 2: Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo.
Inizia la corsa al sepolcro (che si perpetuerà nella storia). Maria ci dà una indicazione preziosa di come tutto ciò che accade nei pressi del sepolcro sia da vivere come evento di chiesa.
Nei gesti di Maria, che corre da Simon Pietro e da Giovanni e riferisce ciò che ha visto, si coglie come lo smarrimento di coloro a cui viene a mancare il rapporto con il Signore sia una condizione da vivere nella chiesa. Coloro infatti la cui vita è spesso una vita al buio devono poter sentire la necessità di condividere con la chiesa la vicenda della loro fede.
Il plurale utilizzato incarna tutta la vicenda della chiesa dei poveri, di una chiesa che cammina al buio, che ha perso di vista il Signore, ma non ha perso di vista il legame con lui. La chiesa di Pietro, la chiesa di Giovanni non è la chiesa che si è alzata di buon mattino; è una chiesa animata dalla fede nel momento in cui prende atto della risurrezione, ma non è la chiesa dei poveri, che si incarna in Maria di Magdala.
In questo correre al sepolcro, vi è l’amore, vi è la fede, perché coscienti che la morte è stata sconfitta.
quello che Gesù amava.
Se la tradizione identifica questo discepolo con Giovanni, egli rimane però nel quarto vangelo senza nome, qualificato solo dall’amore di Gesù per lui. Egli è il modello del credente che conosce l’amore di Gesù, che si lascia amare dal Signore senza scandalizzarsi della debolezza della sua passione. Per questo lo segue fin sotto la croce, senza rinnegarlo e sarà il primo a riconoscere il mistero della risurrezione, perché ha risposto a tanto amore.
Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!
Maria Maddalena pensa che il Corpo del Signore è stato rubato o posto di nascosto altrove. Non è facile capire il mistero della risurrezione. Né amici e né nemici possono capire. Sarà solo l’amore a riconoscere. Allora inizia una ricerca. Questa ricerca è accompagnata dalla fede nella divinità di Cristo, anche se crocifisso e deposto in un sepolcro, lo chiama il Kyrios, il Signore.
Per Maria Gesù, anche se morto, è il Kyrios, cioè il Dio della gloria e perciò immortale. Maria Maddalena, in questo brano del quarto evangelista è descritta come la donna ‘innamorata’ del Cantico, che va in cerca del suo Diletto e, dopo varie peripezie e avventurose ricerche, finalmente lo trova e lo stringe a sé.
vv. 3-5: Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro.
I testi della risurrezione sono strettamente legati ai testi della passione, sono con questi un tutt’uno. E, in fondo, nei pressi del sepolcro non c’è nessuno che venga escluso, c’è tutta la chiesa. C’è chi corre più forte e chi corre più adagio: una chiesa che si rivela in tutti i suoi tratti, una chiesa che non si può permettere di perdere nessuno, una chiesa nella quale ci si aspetta, ma ci si aspetta per entrare e cominciare a credere al Risorto. Forse le nostre comunità hanno bisogno di lasciarsi dire da coloro che vivono l’insonnia, che è necessario che vivano il mistero tutti, che nessuno è escluso da questo, che di fronte alla risurrezione del Signore non c’è motivo per non aspettarsi; che bisogna cominciare a credere, ma che la vera fede nasce dalla comprensione delle Scritture e che la comprensione delle Scritture è frutto della risurrezione. Dal credere al comprendere c’è di mezzo un rapporto tra Scrittura e risurrezione che è tutto da scoprire, da cogliere e da vivere.
Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.
Il discepolo amato giunge prima di Pietro al sepolcro; se ha corso più in fretta, se è arrivato per primo, deriva dal fatto di essere il discepolo che Gesù amava. Chi corre con Pietro è il discepolo il cui slancio e la cui intuizione amorosa fanno sì che arrivi per primo.
5Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
L’arrivare prima di Giovanni nei confronti di Pietro non vuol dire entrare. Non è il primo colui che entra, si entra se ci si aspetta. Non si entra se non insieme, nel cammino impegnativo, lungo, appassionante dell’incontro con il Risorto. Questo cammino non lo si vive se non insieme. D’altra parte, non vale solo l’aspettarsi, ma l’aspettarsi è funzionale a ciò che si vuole fare insieme. Non c’è un’attesa se non relativa a un camminare verso il Risorto.
vv. 6-7: Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Questa scena tra Pietro e il discepolo dell’amore è particolare. Il discepolo è colui che corre, non perché è semplicemente giovane; ma perché l’amore mette le ali e capisce per primo. L’amore sa attendere l’altro. Pietro è colui che segue il discepolo dell’amore. È colui che ha il primato donatogli da Gesù stesso. Prima di questo particolare, Pietro entra per primo perché ha fatto per primo esperienza del Risorto nella sua infedeltà. È il primo a capire che ciò che ci rende discepoli è l’amore gratuito del Signore Risorto alla mia vita: la sua fedeltà alla mia infedeltà.
Dentro il sepolcro vuoto, troviamo i segni di una morte che non c’è più: i teli e il sudario. I teli erano lì su luogo dove era stato deposto. Il sudario invece no: un luogo a parte.
Se i lini stavano sul letto nuziale, il sudario simbolo di morte ha un luogo tutto per se. Il velo del tempio ormai si è squarciato. Gesù è il nuovo tempio, è lo sposo.
v. 8: Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.
Dopo Pietro entra anche l’altro discepolo: vede e crede. Anche Maria, all'inizio del racconto, aveva "visto". Non è solo: “vide e credette”, ma “vide e cominciò a credere”. Ci sta uno sviluppo spirituale di questo “vedere” (il testo originale usa tre verbi theorein per Pietro; blepein per l'altro discepolo e Maddalena; idein, qui, per l'altro discepolo).
Per il quarto evangelista, tuttavia, il binomio "vedere e credere" è molto significativo ed è riferito esclusivamente alla fede nella resurrezione del Signore (cfr. 20,29), perché era impossibile credere davvero prima che il Signore fosse morto e risorto (cfr. 14,25-26; 16,12-15). Il binomio visione – fede, quindi, caratterizza tutto questo capitolo e "il discepolo amato" è presentato come un modello di fede che riesce a comprendere la verità di Dio attraverso gli avvenimenti materiali (cfr. anche 21,7).
È solo un incominciare a credere perché la fede piena verrà solo attraverso l’intelligenza che le Scritture daranno del Risorto. Qui c’è l’inizio solenne in cui si varca la soglia del credere.
L’amore di cui Giovanni è penetrato ha lasciato passare in lui la luce. Per lui la tomba non era né vuota né piena. All’amore è bastato vedere i segni. Una tomba vuota e pochi segni sono divenuti linguaggio. Attento com’è, il discepolo afferra nel vuoto della tomba che il Cristo ha vinto ciò che appartiene al tempo: Gesù ha vinto la morte.
I verbi della risurrezione alla tomba non si fermano in quell’istante. Essi pongono una ulteriore domanda: se lo ami dopo aver visto il suo amore estremo sulla Croce. Se hai visto questo amore che ha lui verso di te, allora se diventi amico ti interessa cercarlo. È lì che lo incontri.
v. 9: non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Quale dolce rimprovero può venire dalla Parola. La testimonianza che la Scrittura dà della Resurrezione del Cristo è in se stessa e per se stessa sufficiente a generare la fede.
La Scrittura dice che il Messia, “deve” risorgere dai morti; la Scrittura nella sua globalità, non in uno o in un altro luogo citato nella Scrittura. Dice che deve risorgere, perché dice che è il vittorioso, che è il trionfante; e dice che è il morto, il trafitto, l’ucciso, l’umiliato, il reietto, verme e non uomo (Sal 22,7).
Anche per coloro che avevano vissuto accanto a Gesù, dunque, è stato difficile credere in Lui e per loro, come per noi, l'unica porta che ci permette di varcare la soglia della fede autentica è la conoscenza della Scrittura (cfr. Lc 24,26-27; 1Cor 15,34; At 2,27-31) alla luce dei fatti della resurrezione. Bisognerà che per questo lo spirito di ogni discepolo si apra all’intelligenza delle Scritture, che veda il Signore in persona e riceva da lui il dono dello Spirito Santo. A queste condizioni solamente il discepolo raggiungerà la pienezza della fede pasquale.
In questo primo momento del suo cammino di fede pasquale è consapevole di trovarsi davanti a un mistero dell’azione di Dio; ma non comprende, non sa ancora che il Signore è risuscitato. Però ogni discepolo, ha la chiave per comprendere tutte le Scritture grazie alla luce del Gesù risorto, che ti ha amato così e se lo ami, anche tu lo capisci.
La liturgia ci fa chiudere al v.9. è interessante vedere il versetto successivo che dice che “ognuno torna presso di sé” quasi ad indicare che Pietro e l’altro discepolo non stavano insieme.
L’amore sta sempre in un luogo diverso dall’altro.

La Parola illumina la vita
Come la Pasqua sconvolge la mia vita?
Mi fa fare un vero passaggio?
Quale gradualità dell’amore per credere nella Risurrezione di Gesù?
Quale difficoltà nel comprendere la Sacra Scrittura?
La resurrezione riguarda solo Gesù o è veramente il fondamento della mia fede?

Pregare  Rispondi a Dio con le sue stesse parole…
Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre».

La destra del Signore si è innalzata,
la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore.

La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi. (Sal 117)

Contemplare-agire
Anche noi come la Maddalena lasciamoci chiamare per nome lasciando scattare in noi quel legame d'amore e riconoscere: "Maestro mio, Rabbunì!".

venerdì 7 aprile 2017

LECTIO: DOMENICA DELLE PALME (A)

Lectio divina su Mt 21,1-11


Invocare
Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa’ che abbiamo sempre presente il grande insegnamento della sua passione, per partecipare alla gloria della risurrezione.
Egli è Dio e vive e regna con te nell'unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Leggere
1 Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, 2 dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un'asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. 3 E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: «Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito»». 4 Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: 5 Dite alla figlia di Sion: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un'asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma.
6 I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: 7 condussero l'asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. 8 La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. 9 La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!».
10 Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». 11 E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».

Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il testo cercando di ricordare quanto letto o ascoltato

Capire
La pericope matteana dell'ingresso di Gesù a Gerusalemme corrisponde a Mc 11,1-11. L'evangelista Matteo ha ampliato la narrazione con varie inserzioni mettendo in luce l'importanza e significato.
Il brano di questa celebrazione liturgica, raccoglie solamente 11 versetti. Per un’ampia meditazione, possiamo singolarmente soffermarci sulla lettura della Passione, prevista per questa domenica (vedi 26,14-27,66).
L'ingresso gioioso di Gesù a Gerusalemme è una scena messianica che ricalca le cerimonie di investitura regale molto comuni nell'antico oriente e anche qualche volta nei libri della Bibbia (cfr. 1Re 1,33-35). Gesù è un re che viene non per dominare, ma per servire e dare la sua vita a redenzione dell'umanità.
Così la liturgia, dopo la scena gioiosa della intronizzazione regale di Gesù, passa immediatamente al racconto della sua passione.
Il brano è collocato tra la «salita a Gerusalemme», con penultima tappa a Gerico (19,1-20,34), ed il «ministero messianico a Gerusalemme» (cfr. 21,1-25,46).
Il nostro brano fa da cerniera, introducendo all'ultima parte della Vita del Signore prima della Croce e della Resurrezione.
L'azione di questo episodio, che è la continuazione di quella del brano precedente, è collocata da Matteo in una sola giornata e termina con la cacciata dei venditori dal Tempio (21,17).
L'entrata di Gesù nella Città santa assume per esplicita iniziativa del Maestro, il carattere di una pubblica manifestazione della sua regalità messianica, finora tenuta volutamente in penombra; ma si tratta di una regalità ammantata non di sfarzo e di potenza, ma di povertà e mansuetudine.

Meditare
vv. 1-3: Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi
Questi primi versetti vengono collocati in area ben definita, precisa, geografica, storica. Il movimento è tipico del pellegrino che sale al Tempio per la Pasqua cantando le lodi dell’Altissimo con la fatica del viaggio che si colorava di gioia nel vedere già le porte della città. “Là salgono insieme le tribù del Signore, per lodare il nome del Signore, là sono posti i seggi del giudizio, i seggi della casa di Davide. […] Domandate pace per Gerusalemme” (cfr. Sal 122).
Matteo mette in rilievo il fatto che Gesù è nei pressi di Gerusalemme, sta arrivando nel luogo dove lo attende la croce. L’entrata di Gesù in Gerusalemme è presentata da Matteo con una grande precisione geografica. Egli viene dalla Galilea attraverso la Perea ed entra dalla porta orientale. Così evita di passare attraverso la Samaria. La strada che sale da Gerico a Gerusalemme, prima di giungere al monte degli Ulivi, devia a sinistra e passa per Betfage e poi per Betania.
Betfage significa “casa del fico immaturo”. Ciò richiama il fico sterile (vv. 18ss), figura del tempio, che, come ogni uomo, non porta il frutto di cui il Signore “ha fame”. Betfage è anche il luogo della purificazione dei pellegrini prima di entrare nella città santa. Gesù prepara il suo ingresso regale purificando ogni nostra falsa attesa, destinata a rimanere sterile.
Matteo osserva, come fa Marco, che Betfage si trova presso il monte degli Ulivi. Esso è un declivo ad oriente di Gerusalemme, dove Ezechiele vide fuggire la Gloria (Ez 11,23) e da dove il Signore verrà per la sua vittoria (Ez 43,1s; Zc 14,1-4) e dove i rabbini collocavano la venuta del Messia.
Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un'asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me».
Il fatto che Gesù sappia esattamente dove si trovino l’asina e il puledro e il modo imperativo con egli cui ordina ai suoi discepoli di andarli a prendere, vogliono mettere in risalto l’autorità del Messia. Infatti, se fossero dei semplici pellegrini andrebbero a piedi. Ciò vuol dimostrare che l'ingresso di Gesù non è un ingresso ordinario.
È la missione definitiva dei discepoli, inviati a due a due (Mc 6,7): trovare, in se stessi e negli altri, un’asina “legata” e “slegarla”, come Gesù fece e ordinò di fare.
L’asina in questione porta la soma, cioè adibita al trasporto, al peso. Il cristiano dice san Paolo è colui che porta il peso dell’altro (Gal 6,2): è il comando dell’amore, compimento della legge e dei profeti, che ci rende perfetti come il Padre (7,12; 5,48). Essa è legata come Lazzaro. C’è un richiamo all’amore libero e la capacità di servire.
Matteo qui parla di un’asina e del suo puledro (cfr. Zc 9,9). Il richiamo al numero due ha diverse interpretazioni. Possiamo cogliere, visto che il due è l’inizio di una moltitudine, ciò che è accaduto a uno, accade in seguito un altro – chi ascolta il racconto ripete l’esperienza di cui si parla. Per questo nel v. 7 si dice che Gesù sembra cavalcare su ambedue!
Il liberare l’asina indica che la missione di Gesù, che i discepoli sono invitati a continuare, è quella di liberare la libertà dell’uomo.
E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: «Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito
Chi è questo qualcuno? Siamo tutti noi, perché tutti noi abbiamo sempre qualcosa da ridire, anche con una certa ironia.
Fino a questo momento Gesù non si era mai attribuito il titolo di Kyrios, Signore. Ora è giunta l'ora di farlo e la sua figura si illumina d'un tassello nuovo: Gesù è il Signore, riconosciuto tale nel giorno del giudizio.
Nelle parole di Gesù sembra che Gesù faccia risuonare una volta e per sempre il suo “bisogno”: entrare nel mondo e fare dell’uomo il tempio della sua gloria.
Questa cavalcatura, dopo essere servita al Signore, sarà inviata a noi. Sarà sempre a nostra disposizione:  ogni giorno torneremo a legarla, e saremo chiamati a slegarla!
vv. 4-7: Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: Dite alla figlia di Sion: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un'asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma.
L'evangelista osserva che quanto è avvenuto perché si adempisse un oracolo profetico riferendosi a Zc 9,9, che Matteo, diversamente dagli altri sinottici, ma in sintonia con Giovanni (12,15), riporta per esteso. Qui troviamo la motivazione per cui si ha due animali e non uno: il profeta parla in parallelismo, Matteo cita l'adempimento letterale della profezia.
Nel citare il profeta Zaccaria, Matteo omette l’invito all’esultanza e lo sostituisce con un’espressione tratta da Isaia: «Dite alla figlia di Sion» (cfr. Is 62,11). Per lui l’esultanza è fuori luogo perché Gerusalemme si sarebbe autoesclusa dalla salvezza e Gesù più avanti ne predirà la condanna (cfr. 23,37-39). Qui Gesù accorda un "segno" a Israele e a Gerusalemme, mentre prima lo aveva rifiutato due volte (12,38ss; 16,14). Prima aveva annunciato solo il segno di Giona, ora da un segno per i credenti.
Matteo tralascia anche gli aggettivi «giusto e salvatore», connessi con l’idea di vittoria, per concentrare l’attenzione sull’attributo della mitezza (praüs, mansueto): egli vede questa caratteristica raffigurata plasticamente nel fatto che Gesù non entra a Gerusalemme su un focoso destriero, bensì su un’umile animale che, pur essendo una cavalcatura principesca (cfr. Gdc 10,4; 12,14), aveva connotati pacifici (cfr. Zc 9,10). Il trono del Signore è l’asina: regna dalla croce, dove porterà ogni nostro peso e offrirà la sua vita a servizio di tutti. Nessuno mai è salito né vuol salire su questa cavalcatura, tranne lui (Mc 11,2b).
I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l'asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere.
Anche se i discepoli non capirono, andarono e fecero quanto Gesù aveva espresso. In questo suo comando vi è l’invito ad essere come lui. È il suo desiderio di sempre. L’incontro tra Gesù e l’asina segna l’inizio del regno di Dio in terra.
Questo Regno inizia con questo animale, del resto anche alla sua nascita Gesù era presente. Al simbolo dell’animale si aggiunge i mantelli. Il mantello è vestito, giaciglio, coperta e casa: per il povero è tutto! Per questo non si può trattenerlo in pegno (Dt 24,12). La folla lo getta sull’asina e sull’asinello: investe nel servizio ogni sua ricchezza.
Su questa ricchezza/povertà, Gesù siede. Il Signore è Signore in quanto è servo: sull’asina si manifesta tale e fa scomparire cavalli e carri (Zc 9,10)! È da notare che Gesù si siede su tutti e due gli asini, sulla madre e sul figlio. Infatti ovunque c’è amore, lui regna.
vv. 8-9: La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada.
La folla è sempre annotata dall'evangelista Matteo e dimostra l’intenzione di dare la massima visibilità e solennità alla scena. Inoltre, è l’anticipo di ciò che sarà alla fine, quando tutti, dalla croce riconosceremo chi è il Signore.
La folla viene descritta mentre stendeva i mantelli e rami tagliati dagli alberi (secondo Giovanni sono rami di palme: 12,13). Lo stendere i mantelli a terra è un chiaro segno di riconoscimento della regalità: così risulta anche dopo l’unzione di Ieu a re d’Israele in 2 Re 9,13; l’uso delle fronde invece richiama sia i riti che si compivano nella festa delle capanne (Lv 23,40), sia quelli compiuti da Giuda Maccabeo per la dedicazione del tempio dopo la profanazione che ne era stata fatta dai re siriani (2Mac 10,7). 
L’evangelista allude anche al Salmo 118,19 («Ordinate il corteo con rami frondosi fino ai lati dell’altare») che veniva proclamato nelle feste delle Capanne e della Dedicazione. I pellegrini galilei che accompagnano Gesù si ispirano a queste parole liturgiche per acclamarlo come il Messia. Se queste allusioni ai testi biblici sono intenzionali, vi sarebbe qui un riferimento ai temi della messianicità di Gesù, del nuovo esodo e della purificazione del tempio: quest’ultimo motivo sarà poi ripreso nella scena successiva.
La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide!
Qui viene descritta una folla che precede e una folla che lo seguiva. Tra questa folla vi è chi lo seguirà sino alla fine (27,55s), e chi invece griderà: “Sia crocifisso!” (27,22s).
Intanto grida il suo “Osanna”, espressione ricavata dal Sal 118,25a.26a. Esse sono usate dai sacerdoti per rivolgere il loro saluto a un personaggio, probabilmente il re che, dopo aver ottenuto una grande vittoria, sale al tempio per ringraziare JHWH. Il termine «osanna» (hoshiah-nna, deh! salvaci!) ha il senso di «Evviva!». I ciechi lo hanno invocato così prima di quelli che vedevano (9,27; 20,30s.); la donna cananea lo ha riconosciuto tale prima dei figli d'Israele, prima delle pecore perdute della casa d'Israele (15,22).
Ora, l'evangelista, con l’aggiunta dell’appellativo «Figlio di David», dà il titolo inconfondibile del Messia, tralasciando il riferimento marciano al regno davidico che viene (Mc 11,10).
Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!.
Con questo grido venivano accolti i pellegrini che arrivavano in città. Ma Gesù "pellegrino onorario" sull'umile cavalcatura è benedetto sopra tutti. Egli è il Figlio di Davide, è benedetto e viene a salvarci nel nome del Signore, proprio perché viene così. Chi viene sui carri e sui cavalli, non viene nel nome del Signore: è maledetto e non ci salva.
vv. 10-11: Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».
In questi versetti, l'evangelista descrive l’agitazione della città che in qualche modo rievoca quello che aveva avuto luogo all’arrivo dei magi (Mt 2,3). Il testo originale dice: “Gerusalemme fu scossa”. Alla morte di Gesù si scuoterà la stessa terra, e i sepolcri aperti restituiranno alla vita i loro morti (27,51s).
La domanda «Chi è costui?», esprime il loro atteggiamento sospettoso; sono quasi infastiditi per tanto chiasso e per di più per la sua umiltà e mitezza. Essi non riescono a cogliere i segni dei tempi. Ancor prima l'avevano acclamato come il Messia. Ora come profeta proveniente da Nazaret, in Galilea.
Il termine «profeta», pur non essendo espressamente messianico, si rifà anch’esso alle attese escatologiche di Israele (cfr. Dt 18,15).
Per gli abitanti di Gerusalemme l’origine di Gesù è in quell'insignificante piccolo villaggio di Nazaret, in Galilea. Di quanto si può dire di lui sono solo a dei semplici dati anagrafici (cfr. Mt 13,55-56; Mc 6,3-4). Però, il Messia salutato come Figlio di David non è altri che il "profeta di Nazaret", davanti al quale Gerusalemme deve prendere la sua decisione. Egli si rivelerà quando sarà condannato - sarà anzi condannato perché si rivela (26,60)! -, e sarà riconosciuto solo sulla croce (27,54).
Come allora i gerosolimitani restano passivi ed estranei all’avvenimento messianico.

La Parola illumina la vita
Anche noi siamo dinanzi a questa Parola, non con un semplice ascolto, ma per cogliere quei tratti salvifici del Messia, di Cristo Gesù.
Tratti che certamente dobbiamo riconoscere in chi non ha voce, del disabile, dell'anziano, dello straniero, rispondendo ai loro bisogni e non imponendo un aiuto a modo nostro.
Riconoscere Gesù come Messia non significa fare il doppio gioco come i Gerosolomitani, ma accoglierlo nella propria vita e salire con Lui, sulla croce.
Riconoscere i tratti salvifici significa conversione, cambiare modo di vivere, indirizzando la vita alla sobrietà, accontentandoci di quel che abbiamo in comunione con i poveri della terra, senza peccare di protagonismo anche a scopo benefico.
Diversamente, ci comporteremo dicendo ancora oggi: chi è costui?

Pregare  Rispondi a Dio con le sue stesse parole…
Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
Dicano quelli che temono il Signore:
"Il suo amore è per sempre".

Nel pericolo ho gridato al Sigore:
mi ha risposto, il Signore, e mi ha tratto in salvo.
È meglio rifugiarsi nel Signore
che confidare nell'uomo.
Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore.

La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d'angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno che ha fatto il Signore:
rallegriamoci in esso ed esultiamo! (Sal 118)

Contemplare-agire
Entriamo anche noi a Gerusalemme con Gesù, perché non c'è vera gloria, non c'è risurrezione, se non entriamo nella passione e non passiamo attraverso la croce.