giovedì 1 ottobre 2015

LECTIO: XXVII Domenica del Tempo Ordinario (B)

Lectio divina su Mc 10,2-16


Invocare
Dio, che hai creato l'uomo e la donna, perché i due siano una vita sola, principio dell'armonia libera e necessaria che si realizza nell'amore; per opera del tuo Spirito riporta i figli di Adamo alla santità delle prime origini, e dona loro un cuore fedele perché nessun potere umano osi dividere ciò che tu stesso hai unito. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
2 Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. 3 Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». 4 Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». 5 Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. 6 Ma dall'inizio della creazione li fece maschio e femmina; 7 per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie 8 e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. 9 Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto». 10 A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. 11 E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; 12 e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
13 Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. 14 Gesù, al vedere questo, s'indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. 15 In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». 16 E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

Silenzio meditativo: Ci benedica il Signore tutti i giorni della nostra vita.

Capire
Siamo al cap.10 del vangelo di Marco. In questo capitolo si cerca di mettere in luce il concetto di sequela - che dal cap. 8 in poi si va sempre più precisando come un viaggio verso la Croce - e, dall'altra, di applicarla a tre situazioni che per la comunità primitiva erano di grande importanza: il matrimonio, la ricchezza e l'autorità.
Due sono gli episodi che si leggono in questa domenica: quello relativo al divorzio e all'adulterio e quello riguardante i bambini. «Ci benedica il Signore tutti i giorni della nostra vita» Così recitiamo nel salmo responsoriale e come ritornello meditativo a questa lectio. Ciò ci aiuterà a capire questi episodi e a vedere Dio fonte di benedizione in una continua e straordinaria storia di amore e di salvezza.

Meditare
v. 2: Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie.
Ci troviamo nella Giudea al di là del Giordano, cioè nella Perea, zona considerata parte della Giudea, appunto. Questa collocazione viene vista come un segno che l'episodio aveva vita propria ed è stato inserito nel vangelo di Marco in un secondo momento. Altri interpretano questa indicazione geografica come un segno dell'avvicinarsi di Gesù al momento della sua passione, che avverrà a Gerusalemme, in Giudea (cfr 10,1).
Qui Gesù sta insegnando. I farisei lo mettono alla prova. La traduzione del verbo greco peirázō (= tentare) ha un significato cattivo, in quanto si tenta di far cadere nell’errore qualcuno con un tranello tesogli di nascosto (cfr. 8,11; 12,13-15; e in specie Mt 4,1-3 dove il participio peirazon diventa il nome personale di Satana, il tentatore per eccellenza).
È l’antifona alle controversie a cui Gesù verrà sottoposto da parte degli scribi, dei farisei ed erodiani e dei sadducei dopo essere entrato a Gerusalemme (cfr. Mc 12). Anche se tra le pagine del vangelo di Marco questa critica la troviamo già dal secondo capitolo.
L’evangelista Matteo 19,3 presenta la domanda con questa aggiunta: "per un motivo qualsiasi". Al tempo di Gesù il divorzio era ammesso sulla base di un testo del Deuteronomio (24,1): il marito può ripudiare la moglie allorché essa ha commesso qualcosa di immorale ai suoi occhi. Le due grandi scuole teologiche del tempo divergevano nell'interpretazione del brano che abbiamo citato.
Qui gli interlocutori di Gesù ne fanno un pretesto sondare la sua posizione nei confronti della legge. Anzi con una certa finezza pungente, chiedono se "è lecito".
La questione del ripudio era sicuramente un problema che riguardava la comunità di Marco. L'insegnamento di Gesù in linea generale (vv. 2-9) aveva bisogno di un'ulteriore precisazione (vv. 11-12).
vv. 3-4: Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».
Gesù aggiusta il loro tiro chiedendo che cosa abbia "ordinato" Mosè. Anche se Mosè, a tal riguardo, non ha ordinato nulla. Nella Torah, si presuppone, che il divorzio sia una prerogativa del marito. Al tempo di Gesù il divorzio era dunque ammesso sulla base di un testo dell'A.T. (Dt 24,1-4) e il marito poteva ripudiare la moglie qualora essa avesse commesso qualcosa di immorale ai suoi occhi.
Due correnti, scuole rabbiniche, erano divise sulla questione. Una era la scuola del rabbino Shammaj lo intendeva nel senso più grave, e cioè il peccato di lussuria da parte della moglie. Limitava così fortemente i casi in cui fosse possibile il ripudio, tutelando la parte più debole, cioè la donna. Un'altra corrente, quella capeggiata dal rabbino Hillel, pensava a qualsiasi cosa potesse risultare sgradita al marito, anche cose di poco conto, come lasciar bruciare la minestra. A ben guardare, tenendo conto che il cucinare era una delle attività principali della donna di casa, il lasciar bruciare la minestra poteva avere un significato ben più forte: una certa noncuranza verso i propri doveri o un gesto di protesta passiva.
Il v. 4 riprendendo il precedente fa  la differenza tra la domanda «cosa vi ha ordinato Mose», e la risposta «Mose ha permesso». Nel documento il marito dichiarava di aver ripudiato la moglie e di averla mandata via di casa.
v. 5: Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma.
Gesù non cade in questa casistica e ricorda ai farisei che la legge di Mosè, non è un precetto ma un permesso per la loro sclerocardìa. Il termine nel NT è usato solo qui (e nel parallelo di Mt 19,8) e nel finale aggiunto nel II secolo nel Vangelo di Marco: «e [Gesù] li [i discepoli] rimproverò per la loro incredulità e ostinazione (= "durezza di cuore")» (Mc 16,14).
La durezza di cuore è uno dei grandi temi biblici. Essa comporta la chiusura totale della mente e delle emozioni nei confronti della verità. Nei primi capitoli dell'Esodo il faraone è presentato come un esempio della durezza di cuore. Nel Sal 95,8 il popolo d'Israele è esortato a non seguire il pessimo esempio dei loro antenati nel deserto: «Non indurite il cuore, come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto». In Mc 3,5 Gesù nella sinagoga accusa i suoi avversari di essere duri di cuore ma usando il termine pórósis («cecità» di cuore) e in 4,10-12 l'incapacità del pubblico di capire le parabole è spiegata in termini della durezza di cuore (pórósis) dalla profezia di Isaia 6,9-10 (altre citazioni dell’AT possono completare il tema). Marco ne parla in alcuni episodi della vita di Gesù: quando viene chiamato a fare un miracolo in giorno di sabato (3,5) oppure quando i suoi discepoli non comprendono il miracolo dei pani (6,52). Ancora alla fine del Vangelo di Marco i discepoli non hanno creduto alla risurrezione per la loro durezza di cuore (16,14).
Nel contesto del dibattito riguardo al matrimonio e al divorzio in Mc 10,1-12 Gesù interpreta Dt 24,1-4 nel senso di una concessione temporanea fatta da Dio alla debolezza spirituale del popolo.
v. 6: Ma dall'inizio della creazione li fece maschio e femmina
Gesù ritorna al progetto del Creatore e nega, con totale chiarezza, all´uomo il diritto di ripudiare la propria moglie. Perciò non riconosce e dichiara invalida la Legge di Mosè, perché non risponde alla volontà originale di Dio; i criteri del Regno si oppongono alle tradizioni giudee.
Il Creatore fece la persona umana sessuata: maschio e femmina (Gn 1,27): due esseri simili ma anche diversi che sono posti in relazione l'uno verso l'altro e che in questa relazione trovano la loro pienezza. Non solo: essi sono chiamati ad essere fecondi e a moltiplicarsi. La loro unione ha come scopo quello di continuare la creazione.
vv. 7-9: per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
Proprio per realizzare la relazione a cui sono chiamati l'uomo e la donna abbandonano i propri genitori per diventare una carne sola (Gn 2,24). I legami di sangue diventano meno importanti davanti alla vocazione fondamentale della persona umana. La "carne sola" che i due diventano può essere intesa come l'unione sessuale dei due corpi, ma anche come la comunanza di una stessa sorte, che ha inizio appunto con il patto matrimoniale. Da ciò deriva l'affermazione di principio di Gesù: "L'uomo non divida quello che Dio ha congiunto". Congiungere (sia in greco synezeuxen, sia in latino coniugare), significa porre sotto lo stesso giogo.
La coppia umana, maschio e femmina, resa unica carne unita in modo irreversibile dal Signore Creatore, sono consustanziali: e sia perché sono l'unica "immagine e somiglianza di Dio" (Gen 1,26-27), e sia perché hanno ricevuto l'Unico Alito divino, lo Spirito del Signore (Gen 2,7). A questa carne unita e consustanziale il Signore ha assegnato in eterno l’unico statuto ontologico, che è la sua unica e comune sorte: la Vita di Dio, la divinizzazione.
Il divieto del divorzio si fonda dunque sull'essenza fondamentale dell'uomo e della donna, del loro essere stati creati in funzione l'uno dell'altro. È una relazione che è stata voluta direttamente da Dio e che non può essere infranta dagli uomini.
vv. 10-12: A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
Una volta tornati a casa i discepoli chiedono di capire meglio quanto è stato detto ai farisei. E' molto bello questo rapporto maestro/discepoli. Nell'intimità della casa l'insegnamento di Gesù continua. I suoi discepoli hanno diritto di conoscere meglio la legge che Gesù è venuto a portare.
In questa occasione Gesù passa dal precetto generale a una precisazione: poiché il matrimonio è indissolubile, chi ripudia il proprio coniuge e si unisce a un nuovo partner è uguale a un adultero. Solo Marco al v. 12 (cfr. in sinossi Mt 19,9 e Lc 16,18) aggiunge che il divorzio è escluso non solo per l'uomo, ma anche per la donna. Si comprende che Marco ha presenti le donne delle comunità provenienti dal paganesimo, come quelle di Roma, alle quali la legge, a differenza da quella ebraica, accordava l'iniziativa del divorzio (cfr. 1 Cor 7,10-11).
v. 13: Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono.
Qui inizia l’altro episodio molto diverso dal precedente. Delle persone, probabilmente i genitori o i fratelli più grandi, portavano dei bambini a Gesù, perché li toccasse, ossia imponga la mano su essi per benedirli, come soleva fare (vedi il precedente e parallelo Mt 19,13).
I discepoli si dimostrano infastiditi da questo fatto e ne rimproverano i responsabili. Il comportamento dei discepoli è del tutto plausibile, poiché i bambini a quell'epoca e in ambito giudaico non erano molto considerati.
vv. 14-16: Gesù, al vedere questo, s'indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso».
Solo l'evangelista Marco parla dell'indignazione di Gesù. Gesù chiede loro che i bambini non vengano ostacolati nel venire a Lui. In contrapposizione ai farisei che credevano che, per la loro santità, per la loro osservanza dei precetti, avrebbero meritato il regno di Dio, Gesù contrappone gli ultimi della società.
I discepoli litigano per chi vuol essere più grande, chi deve occupare la destra o la sinistra dimenticando l’umiltà, dimenticando di farsi ultimi.
Gesù coglie l'occasione per dare ancora un insegnamento su come accogliere il Regno di Dio e la sua Parola. I bambini vengono portati come esempio di chi è ultimo.
Gesù ci suggerisce invece di farci piccoli perché la grandezza di Dio possa prendere posto in noi.
E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.
La benedizione dei fanciulli era conosciuta anche presso gli ebrei, ma essi sostanzialmente li disprezzavano.
Gesù benedicendo i piccoli esprime dunque la sua accoglienza verso i deboli, i disprezzati, i poveri, gli ultimi.

La Parola illumina la vita
Mi capita qualche volta di avere il cuore indurito, di non voler ascoltare la Parola del Signore e cercare degli espedienti per non lasciarmi mettere in discussione?
Cosa penso dell'indissolubilità del matrimonio? Penso sia possibile senza che l'unione dei due coniugi sia fondata sulla fede in Cristo?
Cosa faccio per rendere bello il mondo in cui Dio mi ha posto come custode e continuatore della sua opera?
Sono capace di farmi piccolo, ultimo per accogliere il Regno di Dio?

Pregare
Beato chi teme il Signore
e cammina nelle sue vie.
Della fatica delle tue mani ti nutrirai,
sarai felice e avrai ogni bene.

La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo
intorno alla tua mensa.          

Ecco com’è benedetto
l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.

Possa tu vedere il bene di Gerusalemme
tutti i giorni della tua vita!
Possa tu vedere i figli dei tuoi figli!
Pace su Israele! (Sal 17).

Contemplare-agire

Contemplo questa Parola di vita lasciandoci aiutare da S. Teresa di Lisieux: Quello che piace a Lui, è di vedermi amare la mia piccolezza e la mia povertà, è la speranza cieca che ho nella sua misericordia. Ecco il mio solo tesoro.

domenica 27 settembre 2015

LECTIO: XXVI Domenica del Tempo Ordinario (B)

Lectio divina su Mc 9,38-43.45.47-48


Invocare
O Dio, tu non privasti mai il tuo popolo della voce dei profeti; effondi il tuo Spirito sul nuovo Israele, perché ogni uomo sia ricco del tuo dono, e a tutti i popoli della terra siano annunziate le meraviglie del tuo amore. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
38 Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». 39 Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: 40 chi non è contro di noi è per noi.
41 Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.
42 Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. 43 Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. 45 E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. 47 E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, 48 doveil loro verme non muore e il fuoco non si estingue.

Silenzio meditativo: I precetti del Signore fanno gioire il cuore.

Capire
Il brano di Vangelo di questa domenica, denominato questo brano "piccolo catechismo della comunità", segue immediatamente quello di domenica scorsa. Abbiamo una raccolta di insegnamenti di Gesù di diversa natura.  
Il brano raccoglie un aspetto particolare della nostra vita, che sembra che voglia imprigionare nel nostro io l’azione dello Spirito, che soffia sempre dove e come vuole.
L’invito è chiaro: vigilare sulle nostre azioni per capire se provengono da Dio.

Meditare
v. 38: Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva».
Un’azione del tutto normale da parte di taumaturghi che invocano il nome di qualcuno (qualcuno invocava il nome del re Salomone) che fosse ritenuto abbastanza potente da compiere il miracolo.
Ma anche i discepoli di Gesù, un giorno, faranno la stessa cosa: come è narrato negli Atti degli Apostoli, compiranno miracoli nel suo nome.  
Il gruppo dei discepoli si sente un ceto privilegiato del Vangelo, come chi ha l’esclusiva in campo, ma non è questo il principio.
vv. 39-40: Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi.
Questo è il principio: mentalità ecumenica, aperta. Per questo Gesù ridimensiona le pretese. Compiere i miracoli nel nome di Gesù è già aver riconosciuto la sua autorità, è già essere stati visitati dallo Spirito Santo. San Paolo dirà: "Nessuno può dire Gesù è il Signore se non sotto l'azione dello Spirito Santo, 1Cor 12,3.
Chi compie miracoli nel suo Nome, non può profanare questo medesimo Nome. E così, chi non si pone contro i discepoli, lavora comunque a loro favore, per il medesimo Regno dei cieli. Gesù invita i suoi a non rinchiudersi in una mentalità chiusa e settaria. Un gruppo cristiano non deve ostacolare l’attività missionaria di altri gruppi. Non ci sono cristiani più «grandi» degli altri, ma si è «grandi» nell’essere e diventare cristiani.
v. 41: Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.
Gesù dunque suggerisce un atteggiamento accogliente verso tutti coloro che non si presentino apertamente come nemici. Tutti lavorano per il regno di Dio anche chi presta soccorso ai discepoli di Gesù. Chi accoglierà nel nome di Gesù riceverà la sua ricompensa. Il termine ricompensa è l'equivalente del salario di cui si parla nella parabola degli operai chiamati alle diverse ore del giorno (Mt 20,1-16). La vera ricompensa è la vita eterna.
Anche in questo versetto ritorna il nome di Gesù. L'evangelista sembra ricordarci che la cosa fondamentale è riconoscere il nome di Gesù, la sua autorità, l'entrare in comunione con Lui.
v.42: Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare.
Procede l'insegnamento divino, sul medesimo argomento, la catechesi sullo "scandalo dei piccoli". Nei loro confronti i discepoli devono stare bene attenti a non scandalizzarli. Questa grave violenza spirituale contro i poveri e umili che credono nel Signore è punita con severità (cfr. Zc 13,7).
Lo scandalo nelle Scritture ha un significato specifico: significa laccio, inciampo, causa di caduta. Lo scandalo è ciò che provoca la caduta, in particolare la caduta della fede.
Nel linguaggio di Gesù indica un qualcosa che porta al peccato ed alla Geenna; ma scandalo significa anche “ostacolo che sbarra l’accesso” e, nel linguaggio di Gesù, indica tutto ciò che ostacola la venuta alla fede e l’entrata nel Regno di Dio.
Per chi scandalizza il più piccolo il giudizio di Gesù è tremendo. Qui viene espresso con un paragone o meglio una esecuzione introdotta in Palestina dai Romani: una pietra pesantissima al collo e fatti annegare nel mare.
vv. 43.45.47: Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile.
E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna.
E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna
In questi versetti si continua sul discorso dello scandalo. Per descrivere le nostre azioni, Gesù usa alcuni organi del corpo umano per indicare che il vero scandalo nasce dalle nostre azioni, dai nostri desideri (cfr. Sir 6,17-18; 27,22). Mano, piede, occhio: sono anche l’immagine implicita del corpo sociale, della comunità. Immagine ampiamente utilizzata da Paolo per la sua teologia della Chiesa, corpo del Cristo (1Cor 12,12-30).
La Geenna si tratta di una valle a sud-est di Gerusalemme, dove ai tempi di Cristo si bruciavano i rifiuti, oggi diremmo un inceneritore.

​Era stato adottato questo luogo perché in tempi precedenti si erano praticati dei sacrifici umani offerti al dio pagano Molok. Contro queste pratiche abbominevoli era insorto il profeta Geremia ed anche Isaia vi fa allusione. Già nella letteratura apocalittica del sec.II a.C. questa valle è presentata come luogo della finale resa dei conti degli idolatri e degli apostati. Facile era, quindi, considerare quel luogo impuro (sia materialmente sia religiosamente) come la sede della condanna degli empi, l’inferno dalle fiamme inestinguibili.
v. 48: dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.
Questa affermazione chiude il libro di Isaia (66,24), che contiene una profezia per l'avvenire. Isaia prevede nuovi cieli e nuova terra, in cui tutti i popoli aderiranno al Signore, saliranno al tempio del Signore (a Gerusalemme) e lo adoreranno. Uscendo dal tempio vedranno coloro che si sono ribellati a Dio soffrire il supplizio continuo del verme e del fuoco.
Il riferimento al verme riguarda quelle larve che si sviluppano negli alimenti o nei vegetali, ma anche nei corpi malati creando infezioni, come confessa Giobbe: «Purulenta di vermi e di croste squamose è la mia carne» (7,5). Oppure come accadde al re Erode Agrippa, persecutore dei primi cristiani, che similmente al nonno Erode il Grande, morì «divorato dai vermi» (At 12,23).
Il simbolo è, dunque, evidente: la punizione del malvagio è incessante, analoga a un fuoco inestinguibile e a un verme che non lascia scampo alla carne.

La Parola illumina la vita
Qual è il mio atteggiamento verso coloro che, pur non essendomi ostili, non fanno parte della mia ristretta cerchia di amici?
Godo dei doni che vedo attorno a me? Li favorisco? Oppure sono geloso, pensando di essere uno dei pochi eletti a cui Dio ha scelto di manifestarsi?
Come vivo la piccolezza cristiana?
Quali sono le situazioni che possono provocare il mio allontanamento dalla fede? Come agisco nei loro confronti?

Pregare
La legge del Signore è perfetta,
rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è stabile,
rende saggio il semplice.

Il timore del Signore è puro,
rimane per sempre;
i giudizi del Signore sono fedeli,
sono tutti giusti.        

Anche il tuo servo ne è illuminato,
per chi li osserva è grande il profitto.
Le inavvertenze, chi le discerne?
Assolvimi dai peccati nascosti.

Anche dall’orgoglio salva il tuo servo
perché su di me non abbia potere;
allora sarò irreprensibile,
sarò puro da grave peccato. (Sal 18).

Contemplare-agire

Siamo invitati ad avere un cuore libero come quello dei bambini, per vedere, intorno a noi, i tanti segni della presenza di Dio nelle persone che, intorno a noi, pur non dicendosi credenti, sanno rendere gloria al Signore nella giustizia e nella verità (Paolo Curtaz).

LECTIO: XXV Domenica del Tempo Ordinario (B)

Lectio divina su Mc 9,30-37


Invocare
O Dio, Padre di tutti gli uomini, tu vuoi che gli ultimi siano i primi e fai di un fanciullo la misura del tuo regno; donaci la sapienza che viene dall’alto, perché accogliamo la parola del tuo Figlio e comprendiamo che davanti a te il più grande è colui che serve. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
30 Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. 31 Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». 32 Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
33 Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». 34 Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. 35 Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti». 36 E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: 37 «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Silenzio meditativo: Il Signore sostiene la mia vita.

Capire
Il brano è racchiuso nella sezione in cui si descrive il viaggio di Gesù verso Gerusalemme (8,27–10,52) è anche quella in cui Gesù stesso affronta il tema della sua identità e della sequela nella prospettiva della sua imminente passione, morte e risurrezione (cfr. 8,31; 9,31; 10,33-34).
Siamo nella seconda parte della sezione. In esso viene riportato il secondo annunzio degli eventi con i quali si concluderà la vita terrena di Gesù (vv. 30-32); ad esso fanno seguito alcuni detti riguardanti appunto la sequela (vv. 33-37).
Il brano è suddiviso in due episodi: vv-30-32; vv. 33-37.

Meditare
v. 30: Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse.
Il brano viene inaugurato con una indicazione di luogo. Lasciato il monte Tabor Gesù e i suoi discepoli tornano a nord, in Galilea, il teatro della predicazione di Gesù. Però ormai la sua predicazione a tutto il popolo è finita. Egli si sta preparando ad andare a Gerusalemme, quindi vuole che nessuno sappia del suo passaggio nella regione.
v. 31: Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà».
Gesù infatti vuole dedicarsi ora soprattutto alla formazione dei suoi discepoli, approfittando del fatto che essi sono soli lungo la strada. C'è un avvenimento molto importante che sa per accadere ed essi devono essere preparati a viverlo. In questo versetto Gesù ripete l'annuncio della passione che aveva già dato in Mc 8,31.
L’espressione «consegnare (paradidômi) nelle mani» è solitamente usata per indicare l’atto con cui una persona è data in balìa di un potere avverso e oppressore. Con essa viene descritta nella traduzione greca della Bibbia la situazione dei giusti perseguitati (cfr. Ger 26,24; Dn 7,25), e soprattutto quella del Servo di JHWH (cfr. Is 53,6.12).
"Figlio dell'uomo" è il termine con cui Gesù ama indicare se stesso nei Vangeli e si rifà a un uomo misterioso mandato da Dio in cui si parla in Daniele 7,13; il verbo è al passivo e viene comunemente inteso come un azione compiuta da Dio: è Dio stesso che consegna il Figlio dell'uomo in mano agli uomini. Questi uomini non sono più i pagani ai quali Dio in antico aveva consegnato il popolo ribelle, ma sono lo stesso popolo di Dio che non ha saputo riconoscere il suo Inviato. La situazione ha però una via di uscita: vi è l'annuncio della risurrezione.
v. 32: Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
L’evangelista sottolinea la mancanza di comprensione da parte dei discepoli. Essi si presentano estranei alla logica della croce, come era apparso già dalla reazione di Pietro alla prima predizione della sua futura sofferenza (cfr. 8,32-33). Quindi non affrontano nemmeno il problema. Sullo sfondo di queste parole potrebbe esserci la comunità di Marco che non riusciva ad accettare la via della croce percorsa dal Figlio dell'uomo.
v. 33: Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?».
Qui abbiamo il secondo episodio. Cafarnao per Gesù è la sua seconda casa e non solo. Qui si svolge il suo intensivo insegnamento nei confronti dei suoi discepoli. La casa in cui a Cafarnao Gesù era solito sostare era quella di Pietro, quindi è possibile si tratti proprio di questa. I discepoli non sembrano ancora essersi resi conto della situazione e si perdono su questioni di tutt'altro genere. Gesù vuole rivelare il demonio sordomuto (cfr. 9,14-29), che chiude i discepoli alla Parola (quella della sequela nella via della croce 9,30-32), mettendo nel loro cuore un'altra parola.
v. 34: Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande.
La ripetizione delle parole "per la strada" sono importanti. Gesù sta percorrendo la strada che lo porta alla croce e i discepoli per quella stessa strada sembrano non capire. Difatti tacciono perché sanno che quello di cui hanno discusso è lontano dalla logica di Gesù e dall'annuncio della passione che egli aveva fatto loro poco prima.
I Dodici erano immersi nella teologia rabbinica che aveva suddiviso in sette classi gli abitanti del paradiso e discuteva su chi sarebbe entrato nella classe più alta. Mentre Gesù stava a “ragionare” sulla logica dell’amore.
In Mc 10,37 si ripeterà coi figli di Zebedeo che chiederanno a Gesù di occupare i posti più importanti nel regno dei cieli.
v. 35: Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti».
Sedendosi, Gesù assume l’atteggiamento tipico del maestro, e si rivolge espressamente ai Dodici, che hanno condiviso con lui la missione e che in seguito avranno un ruolo direttivo nella comunità: anche qui il suo insegnamento è rivolto alla chiesa di tutti i tempi, e in modo speciale ai suoi capi.
La frase che Gesù pronuncia si trova in diversi luoghi del Vangelo con sfumature diverse. Ciò che conta è sottolineare la contrapposizione primo-ultimo di tutti e l'accostamento del servitore, che non richiama soltanto il servizio a tavola. Gesù stesso ha applicato a se stesso questa frase, è stato l'ultimo e si è messo a servizio di tutti. L'appellativo servus servorum Dei, con cui il Papa si definisce, trova qui la sua origine.
vv. 36-37: E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».
Gesù dunque dopo aver ricordato che il più grande è l'ultimo e il servo di tutti, si identifica nei bambini. Il “prendere” un bambino è altamente provocatorio, in quanto non godevano di alcuna stima e considerazione, erano considerati degli esseri imperfetti, che avevano tutto da imparare. Abbracciando il bambino Gesù esprime accoglienza e considerazione nei confronti del piccolo, nei confronti dell’ultimo. Egli sottolinea così che la logica della sequela porta necessariamente all’accoglienza degli altri, specialmente dei più piccoli ed emarginati.
Egli lo solleva, lo abbraccia- Questo è l'uomo! La sua debolezza è la sua forza (cfr. 2Cor 12,10). In questo contesto d’amore l’uomo riacquista la sua vera dignità di figlio di Dio, che gli impedisce di trovare altrove la propria sazietà. "Come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come bimbo svezzato è l'anima mia" (Sal 131).
Con questi piccoli Gesù si identifica al punto da affermare che solo accogliendo loro, nel "suo nome", si può accogliere non solo lui, ma anche colui che lo ha mandato, cioè il Padre.

La Parola illumina la vita
Qual è la mia reazione di fronte alla croce di Gesù? Penso anche io che per la salvezza degli uomini egli avrebbe potuto trovare una strada meno dolorosa e più efficace?
Mi capita talvolta di chiedermi se sono più grande o più piccolo degli altri nell'ambiente in cui mi trovo a vivere e ad operare?
Ho mai sperimentato (in me o in altri) la grandezza di chi si fa ultimo e servo di tutti?
Perché Gesù ha espresso la sua predilezione per i bambini e per i piccoli in genere?

Pregare
Dio, per il tuo nome salvami,
per la tua potenza rendimi giustizia.
Dio, ascolta la mia preghiera,
porgi l’orecchio alle parole della mia bocca.

Poiché stranieri contro di me sono insorti
e prepotenti insidiano la mia vita;
non pongono Dio davanti ai loro occhi.

Ecco, Dio è il mio aiuto,
il Signore sostiene la mia vita.
Ti offrirò un sacrificio spontaneo,
loderò il tuo nome, Signore, perché è buono.  (Sal 53)

Contemplare-agire
 Tenere il primo posto significa saper tenere l’ultimo, quello del servo, senza sogni o tentativi di potere, senza ricerca di successo per sé, senza organizzare il consenso attorno a sé e senza essere prepotente con gli altri.


LECTIO: XXIV Domenica del Tempo Ordinario (B)

Lectio divina su Mc 8,27-35


Invocare
O Padre, conforto dei poveri e dei sofferenti, non abbandonarci nella nostra miseria: il tuo Spirito Santo ci aiuti a credere con il cuore, e a confessare con le opere che Gesù è il Cristo, per vivere secondo la sua parola e il suo esempio, certi di salvare la nostra vita solo quando avremo il coraggio di perderla. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
27 Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». 28 Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti». 29 Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». 30 E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. 31 E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. 32 Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. 33 Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». 34 Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 35 Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà.

Silenzio meditativo: Camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi.

Capire
La nostra lettura di Marco ci porta alla seconda metà del capitolo 8. Nel brano precedente a Betsaida (8,22-30) Gesù ha guarito un cieco. Adesso se ne sta andando verso Cesarea di Filippo e per strada parla con i suoi discepoli. Protagonisti sono i discepoli di Gesù che con lui sono in viaggio verso Gerusalemme. Questo brano è considerato il culmine del vangelo di Marco, il crinale. Qui Gesù viene riconosciuto da Pietro come il Cristo, il messia atteso.
Ora che i discepoli hanno capito questo, Gesù può cominciare ad annunciare loro il futuro che lo
aspetta: la passione e la morte. Pietro non sa accogliere questo annuncio e dà a Gesù l’occasione
di un insegnamento su cosa significhi seguirlo.

Meditare
v. 27: Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?».
Con i suoi discepoli Gesù parte da Betsaida (8,22) e si dirige verso nord. : Il termine «villaggi» si riferisce ai piccoli centri abitati (come «sobborghi») intorno a una città più grande. Cesarea di Filippo situata sulle falde meridionali del monte Ermon e vicina ad una delle sorgenti del fiume Giordano, questa zona rappresenta la punta settentrionale del territorio d'Israele. Anticamente, Cesarea di Filippo si chiamava Panion, poiché vi si trovava un tempio dedicato al Dio Pan. Ai tempi di Gesù era stata ampliata dal tetrarca Filippo e le era stato dato il nome di Cesarea in onore di Augusto. Il viaggio che Gesù farà sarà da Cesarea (8,27) a Gerusalemme (11,1). Questo è un punto lontanissimo da Gerusalemme, sembra Gesù lo abbia appositamente scelto per cominciare a parlare della sua passione. Dunque a Cesarea Gesù chiede informazioni sul proprio conto.
v. 28: Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti».
I discepoli riportano le opinioni della gente (cfr. 6,14). La gente diceva infatti che Gesù fosse il Battista ritornato dai morti e che per questo motivo compiva miracoli. Altri pensavano a Elia oppure Mosé, o Enoch, tutti personaggi scomparsi in circostanze misteriose, il cui cadavere non è stato più ritrovato e che secondo la tradizione sarebbero ritornati sulla terra in prossimità degli ultimi tempi. Il fatto che i discepoli parlino in generale di uno dei profeti identifica Gesù semplicemente come uno che parla in nome di Dio, come i profeti del passato.
v. 29: Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo».
Gesù chiede poi ai discepoli chi pensino che egli sia. Risponde Pietro come portavoce del gruppo dei discepoli e pronuncia la professione di fede in Cristo. Davanti alle diverse opinioni della gente, Gesù in quanto Cristo, è una personalità profetica che inaugura il tempo della salvezza. Mentre nel giudaismo il Messia davidico era stato spesso definito “l’Unto del Signore” o “il Messia di Israele” qui il Cristo si trova in forma assoluta. Molto probabilmente si riporta qui un articolo di fede cristiana. Se dietro all’identificazione Gesù-Battista si può intravedere la morte e il suo presunto destino di risurrezione, la professione di fede di Pietro si colloca vicino alla fede pasquale cristiana che si contrappone all’interpretazione del destino del Battezzatore.
v. 30: E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.
L’ordine di tacere, che è rivolto a tutti i discepoli, non svaluta la professione di fede nel Cristo. Con questo si rimanda all’evento della croce, nel quale la messianità di Gesù conoscerà la sua spiegazione vera. Tale spiegazione comincerà con l’annuncio della passione: Gesù è un messia sofferente.
v. 31: E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere.
L’evangelista Marco usa il verbo ausiliare archesthai («cominciare») ventisei volte in tutto l’evangelo e due volte qui in due versetti successivi (erxato). Preso atto della confessione di Pietro che lui è il Messia, Gesù adesso comincia a spiegare la vera natura della sua messianicità e ciò che essa comporta per i suoi seguaci. Al destino di sofferenza e di morte del Figlio dell’uomo è dedicato spazio maggiore che alla sua vittoria. Questa però è collocata al termine del suo cammino. L’essere ucciso era la sorte speciale dei profeti; anche in altri contesti del Nuovo Testamento il destino di Gesù viene paragonato a quella sorte.
C’è però una novità: la risurrezione, che non ha nessun prototipo nel destino del giusto. Non va vista come atto di Dio compiuto su Gesù , ma come atto di potenza del Figlio dell’uomo che vince la morte per forza propria. Il dopo tre giorni si rifà all’esperienza dell’AT: dopo tre giorni il giusto (o Israele) viene salvato.
v. 32: Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo.
Gesù parla apertamente, con franchezza. Anche in altri passi di Marco si ricorda questa franchezza.
Qui comincia a parlare di passione e risurrezione. I discepoli, che un giorno dovranno diffondere il
vangelo, devono scorgere in Gesù la sorgente della parola che bisogna portare agli altri.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo.
v. 33: Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
In questo breve episodio Pietro torna in primo piano. Poco prima aveva riconosciuto Gesù come il
Cristo, adesso l’idea della passione lo spinge alla protesta. Ma Gesù che ha già intrapreso con
decisione la strada di Gerusalemme si volta verso i discepoli e Pietro. Dice: dietro di me! Siete voi
che dovete seguire me e non io voi. Il fatto che chiami Pietro Satana indica che quella di Pietro è
una tentazione pericolosa. Il Figlio dell’uomo non può più essere distolto dal suo cammino. Satana
non solo si oppone, ma distorce la verità e dice la menzogna. Il pericolo più grave per i discepoli è
rifiutare il Crocifisso.
v. 34: Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.
Questi due versetti appartengono a una nuova sezione di Marco che contiene alcune affermazioni importanti di Gesù riguardanti la sequela. Il loro accostamento all’episodio di Cesarea di Filippo è piuttosto rudimentale. Il collegamento è esplicito: la sequela di Cristo richiede alcune caratteristiche irriducibili. Dopo la protesta di Pietro i discepoli sono stati posti di fronte a una decisione nuova. Chi si decide per la sequela deve rispondere a due esigenze precise. La prima è rinnegare se stessi, rinunciare a se stessi, porre l’esistenza del discepolo al di sopra dei propri desideri e dei propri progetti. La seconda è la disponibilità ad accettare la croce. Questo rende coscienti i discepoli della serietà della loro appartenenza a Gesù. Il supplizio della croce (con tutti i suoi corollari) era già tristemente noto in Palestina e l’espressione non lasciava il campo a dubbi.
v. 35: Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà.
Segue qui un detto sapienziale paradossale. La vita da ora in poi dipende dall’adesione o meno a Gesù.
Il termine greco psychḗ rappresenta un problema per i traduttori, poiché può significare o «vita» o «anima». Ciò di cui si parla è la sostanza intima della persona, ciò che costituisce l'«io», forse nel contesto marciano in una situazione di potenziale martirio. La vita che si salva in questo caso è la psyche, non la vita terrena, ma quella che oltrepassa ogni limite e che è dono di Dio. La terminologia del «salvare» e del «perdere» suggerisce che c'è anche una dimensione escatologica o dell'«aldilà» nel detto (vedi 9,1) e che è in palio qualcosa di più della felicità terrena e della pace del cuore al presente.
Poiché il Signore non è una realtà diversa dal suo Evangelo, Marco anche qui sottolinea la necessità per chi vuole raggiungere Gesù Cristo deve toccare prima il suo Evangelo. Chi tocca l’Evangelo nella conversione sincera del cuore, raggiunge Gesù Cristo.

La Parola illumina la vita
 La mia è una fede solo a parole, imparate a memoria e recitate nella celebrazione? O una fede vissuta, tradotta in scelte concrete, capaci anche di andare controcorrente?
La Pasqua, mistero di morte e di vittoria, è al centro della fede, stimola la mia vita? Mi sostiene soprattutto quando sperimento anch’io l’opposizione al Vangelo? Mi sento chiamato a vivere ripercorrendo le orme del Cristo, sofferente e vittorioso?
Una legge faticosa, che ci porta a camminare controcorrente; è anche la mia regola di vita? Quanto mi fido di Dio? Arrivo a giocare la mia esistenza su questa scommessa di salvezza attraverso la donazione totale.
La domanda che ci interroga nel profondo: voi chi dite che io sia? Mi porta a scoprire il mio essere cristiano/a oppure mi lascia come prima?

Pregare
Amo il Signore, perché ascolta
il grido della mia preghiera.
Verso di me ha teso l’orecchio
nel giorno in cui lo invocavo.

Mi stringevano funi di morte,
ero preso nei lacci degli inferi,
ero preso da tristezza e angoscia.
Allora ho invocato il nome del Signore:
«Ti prego, liberami, Signore».

Pietoso e giusto è il Signore,
il nostro Dio è misericordioso.
Il Signore protegge i piccoli:
ero misero ed egli mi ha salvato.

Sì, hai liberato la mia vita dalla morte,
i miei occhi dalle lacrime,
i miei piedi dalla caduta.
Io camminerò alla presenza del Signore
nella terra dei viventi.  (Sal 114)

Contemplare-agire
Nella mia pausa contemplativa mi fermo ai piedi della croce per capire se cerco la fonte viva o quella stagna. Se voglio vivere oppure morire. Mi accompagneranno queste ultime parole: “chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”.


LECTIO: XXIII Domenica del Tempo Ordinario (B)

Lectio divina su Mc 7,31-37


Invocare
Custodisci sempre con paterna bontà la tua famiglia, Signore, e poiché unico fondamento della nostra speranza è la grazia che viene da te, aiutaci sempre con la tua protezione. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
31 Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. 32 Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. 33 Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34 guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». 35 E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36 E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano 37 e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Silenzio meditativo: Loda il Signore, anima mia.

Capire
L’evangelista Marco raccoglie nella sua opera 18 episodi di miracoli. Il vangelo odierno ne presenta uno: per la prima volta qui Gesù fa ricorso a gesti molto comuni tra i guaritori dell'epoca; infatti pone le dita negli orecchi del sordomuto e gli tocca la lingua con la saliva, ritenuta elemento medicamentoso sia dagli ebrei che dai pagani; poi guarda verso il cielo, emette un sospiro e pronuncia una parola aramaica: "effatà!" (noi siamo abituati a sentirla durante il rito del battesimo dove il sacerdote sfiora con un dito le labbra del neonato, tocca le sue orecchie e dice: "Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre."), che subito l'evangelista traduce in greco: "apriti!".
Questa apertura è indirizzata, sì all’ascolto della Parola ma soprattutto alla misericordia di Dio

Meditare
v. 31: Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gesù ritorna su i suoi passi, riprende quel cammino ritornando in mezzo ai pagani, elargendo la misericordia di Dio. Ma per farlo indica una certa fatica attraverso uno strano peregrinare: Tiro verso sud, Sidone verso nord, la Decapoli verso sud. È talmente strano per la durezza del cuore umano. Gesù torna e ritorna a bussare al cuore dell’uomo.
v. 32: Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano.
Nella Bibbia è considerata una condizione tragica (Sal 38,14: «Io, come un sordo, non ascolto
e come un muto non apro la bocca») e descrive accuratamente la condizione di quelli che ancor oggi sono sordi dalla nascita. La condizione di questo uomo, pagano, vuole farci intendere anche uno sguardo generale della popolazione: è sordomuta.
Quest’uomo ha bisogno di un intermediario. Lui non si accorge della sua malattia, altri gliela mostrano. Egli è sordomuto che nel testo greco, sordo, sottolinea non solo il senso della sordità ma che la persona è spenta in se. È anche muto, balbuziente. L’opera di Gesù sarà quella di farlo parlare correttamente.
L’episodio evoca la liberazione dalla schiavitù di Babilonia in Is 35,6: "La lingua del balbuziente griderà di gioia".
L’azione degli intermediari continua con la preghiera, con il chiedere il soccorso chiedendo di imporre le mani, quel gesto tipico di Gesù dove la sua forza passa dal più forte al più debole (Mc 1,31.41; 3,5; 5,41; 6,5).
v. 33: Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua
Gesù conosce il cuore dell’uomo, ancora oggi farebbe la stessa cosa, lontano dagli altri per evitare giudizi, incomprensioni. Per evitare un pensiero influente, visto il suo stato sociale.
Poi fa dei gesti “sacramentali”. "Gli stura" le orecchie: è un'azione quasi violenta. Nella Bibbia il dito di Dio indica la sua potenza (Es 8,15; 31,18; Dt 9,10; Sal 8,4; Lc 11,20). Con la saliva che qui viene ad evocare un immagine dello Spirito gli toccò la lingua.
v. 34: guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!».
Gesù in ogni e per ogni cosa entra sempre in comunione con il Padre. Senza vivere la comunione con il Padre non potrebbe fare nulla (cfr. Gv 5,19). Però, spesso freme di indignazione, come qui, o di ira, e sempre in occasione sia del rifiuto con cui è accolto (Mc 8,12), sia di un male, come qui, sia della morte, come nel caso di Lazzaro (Gv 11,33.35.38). Forse il  sospiro è liberatorio da coloro che fanno fatica a capire.
Poi pronuncia una significativa parola in aramaico (‘epp tah) quasi a farci intendere che la persona capisce o proviene dal giudaismo. Il testo greco traduce per noi la parola che indica una apertura non solo dell’udito e di tutta la persona ma alla misericordia di Dio.
v. 35: E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
Il fatto avviene subito, immediatamente. L’evangelista definisce il motivo per cui era incapace: “il nodo”. Marco dice letteralmente che «l'udito» (akoaí) dell'uomo si è aperto, invece di usare óta, il termine che designa propriamente gli orecchi.
v. 36: E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano
Come già avvenuto in occasione di precedenti guarigioni (cfr. Mc 1,43-44; 5,43; 9,8) Gesù proibisce ai discepoli di parlare di lui, perché non hanno ancora capito chi è Gesù e annunciano, sbagliando, un Gesù Messia. Il Signore non vuole il clamore che solitamente si alza intorno al taumaturgo. Solo che Gesù non è quello che loro annunciano e per tre volte Gesù dovrà richiamarli su questo (Mc 8,31-33; 9,30-32; 10,32-34).
Gesù non guarisce i malati perché diventino credenti o si mettano al suo seguito, ma per creare uomini liberi, guariti, pieni (Ermes Ronchi).
v. 37: e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».
L’evangelista descrive i discepoli "sbalorditi, sconvolti, meravigliati, spaventati". Ciò che accade è forte e lascia le persone senza parole perché qualcosa d'inaspettato e di imprevisto. Poi riprende la Genesi (1,31) che fa "bella, buona" ogni cosa. Ma chi era nella tradizione ebraica colui che faceva tali opere? Is 35,5-6: "Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e gli orecchi dei sordi (kophos) sentiranno; allora lo zoppo salterà come un cervo e la lingua del balbuziente (moghilalos) sarà chiara". Aprire gli occhi ai ciechi e gli orecchi ai sordi erano le opere del Messia. Se Gesù fa questo, il Messia, allora, è arrivato.
Ma l’evangelista Marco non descrive un Gesù Messia, ma come scrive fin dall’inizio:
"Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio" (1,1) , non nella linea della gloria e della potenza ma in quella della povertà e della sofferenza: Gesù rivela la sua figliolanza divina sulla Croce (cfr. 8,29; 9,7;15,39).

La Parola illumina la vita
Chi è Gesù nella mia vita? Con quale attesa mi rivolgo a Lui?
Quanti nodi nella nostra vita che ci rendono incapaci?
Mi sento un salvato? Spartisco l’annuncio di questa salvezza con altri, con cui condivido anche la ricerca del dono di Dio?
Come vivo il mio compito di ascoltatore e annunciatore della Parola che racconta l’attuarsi della salvezza? Le mie parole quotidiane sono risposta a questo dono di Dio?

Pregare
 Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.

Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.

Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione. (Sal 145)

Contemplare-agire


Ogni giorno chiediamo a Dio di aprire gli orecchi del nostro cuore all’ascolto della sua Parola, così da avere sulle nostre labbra parole di comunione fraterna e nelle nostre mani azioni di carità (Enzo Bianchi).