venerdì 15 maggio 2015

LECTIO: Ascensione del Signore (B)

Lectio divina su Mc 16,15-20



Invocare
Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria. Egli è Dio e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Leggere
15 E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. 16 Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. 17 Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, 18 prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
19 Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.
20 Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Silenzio meditativo: Ascende il Signore tra canti di gioia.

Capire
La pericope proposta per la solennità dell'Ascensione di Gesù al cielo è tratta dalla sezione finale del capitolo 16 di Marco (v. 9-20), una composizione aggiunta al racconto marciano, ma risalente al II secolo e ritenuta canonica da sempre. Si tratta di una specie di riassunto dei racconti di apparizione del Risorto (dipendente sia da Giovanni che da Luca); si notano nel testo anche collegamenti con il testo degli Atti. Il testo è stato paragonato ad una catechesi pasquale (cfr. 1Cor 15,1-11).
Il brano che abbiamo tra le mani si riferisce alla seconda e terza parte di questo testo conclusivo in cui si parla della missione affidata agli undici (15-18) e della presenza di Gesù glorificato con i suoi (19-20).
La narrazione di Marco è collocata nel nuovo contesto missionario della Chiesa. Nei versetti 15-20 vengono esposti in modo sistematico e preciso gli elementi principali della missione ecclesiale. Il testo presenta somiglianze dottrinali e formali con 1Cor 15,5-7; Mt 28,16-20; Gv 20,19-23; Lc 24,36-49; At 1,6-8.
L'Ascensione di Gesù al cielo ha dei rimandi fondamentali alla Pasqua, ma anche alla Pentecoste ed un forte riferimento alla Chiesa, comunità di coloro che credono e sono testimoni di Gesù risorto. La pericope evangelica si presenta come un riassunto di altri testi (in particolare Giovanni e Luca e per alcuni aspetti Atti) che insiste sull'importanza della fede, intesa come esperienza di incontro con Gesù risorto, per la trasmissione del vangelo.

Meditare
v. 15: E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura.
Il brano inizia, quasi a riprendere Mt 28,19, con la missione universale. Infatti in Mt leggiamo che Gesù comandò loro di “ammaestrare”, qui invece Mc dice “predicare”, “proclamare”. Questo comando è preceduto dal verbo «andate»: è il verbo della missione apostolica (cfr. Mt 10,7; 28,19) che non è più limitata ai confini della Palestina e neppure ai soli figli di Israele (cfr, 6,7-13; 7,27) ma “tòn kósmo” il mondo intero e ad “ogni essere creato” (ktísei).
Come Gesù ha predicato il vangelo del Regno in Galilea, così i discepoli devono ora annunziarlo in tutto il mondo, a tutte le creature (umane). Questa espressione è più ampia di quella utilizzata da Matteo, perché in essa i discepoli sono inviati non solo ai gentili, ma a tutta l’umanità.
v. 16: Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato.
All’invio segue il giudizio (b), che non appariva in Mt 28,16-20. Una simile struttura duale si ritrova in Gv 20,23: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” (cfr. anche Mt 16,19).
Il riferimento a Gesù (la fede) e l’identificazione ecclesiale (il battesimo) sono ora mezzi fondamentali di salvezza. La predicazione apostolica, infatti, non è una questione di formazione delle menti, ma di salvezza mediante la partecipazione al mistero di Cristo.
La reazione all'annuncio, fede o incredulità, con i corrispettivi salvezza e condanna richiama Gv 3,18, mentre per il riferimento al battesimo cfr. Tt 3,5 e 1Pt 3,21, ma la prospettiva è escatologica, riguarda cioè il giudizio finale.
vv. 17-18: Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
L'annuncio è accompagnata da segni. Sono i segni carismatici, ecclesiali, spesso citati dalle testimonianze della Chiesa antica (Mc 6,7-13; 2Cor 12,12; Rm 15,18-19; Lc 10 19; At 28,3-7). Questi segni fanno parte di quella forza trasformatrice racchiusa nel Kerigma marciano (2,21-28) e in particolare nella vita di Gesù e che ora estende tale potere a tutti i credenti (cfr. Gv 14,12), purché lo pratichino «nel suo nome» (cfr. 9,38; Lc 10,17). per il rinnovamento e la crescita del genere umano.
I segni menzionati dicono, in fondo, che in un mondo pericoloso (serpenti, veleno, infermità), i discepoli del Signore saranno capaci di diffondere la parola in ogni lingua (lingue nuove), in una specie di pentecoste continua (cfr. la glossolalia di At 2), superando così il potere dell’oppositore (esorcismi) e aiutando gli altri a vivere bene (guarigioni).
Il Risorto aggiunge che tali segno avverranno nel suo nome, ulteriore indicazione del potere riconosciuto a Gesù glorificato.
v. 19: Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.
Siamo nel pieno dell’ascensione. At 1,9 e Lc 24,51 ne riportano l’episodio. Qui ricordiamo il rapimento al cielo del profeta Elia (2Re 2,11; 1Mac 2,58), così come è ricordato nei LXX; altrove si usano altri termini, come “essere sollevato”, “andare in cielo”, “salire” e “penetrare i cieli” (Gv 6,62; 20,17; At 1,9; Eb 4,14; 1 Pt 3,22).
Il versetto inizia attribuendo a Gesù il titolo di Kyrios; l'espressione Signore Gesù, nei vangeli è presente solo qui ma lo ritroviamo in san Paolo e negli Atti. Per questo motivo Marco lo descrive come Colui che sale nella sfera divina, in quanto Dio, e siede alla destra di Dio (cfr. Sal 110,1).
La destra nel mondo semitico è segno di benessere, di felicità, di onore, di forza: Giacobbe chiamerà il figlio avuto dalla moglie Rachele, Beniamino, che in ebraico significa "figlio della destra", quindi figlio fortunato e amato (Gn 35,18).
La "destra di Dio" è, invece, segno di potenza e di signoria sulla storia. L'espressione appare soprattutto quando si celebra la liberazione dell'esodo (leggi Es 15,6). "Sedere alla destra di Dio" è, invece, una locuzione riservata al re ebraico e significa la sua dignità e concretamente anche la cerimonia di incoronazione con il sovrano insediato alla destra dell'arca (anche il palazzo reale era alla destra del tempio). Si legge, infatti, nel Sal 110: «Oracolo del Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra» (v. 1). Il Sal 16 ricorda che tutti i fedeli saranno ammessi a gustare «la dolcezza senza fine alla destra di Dio» (v. 11).
Cristo con l'ascensione e l'intronizzazione alla destra del Padre si rivela in pienezza come Messia e Figlio, Signore dell'universo.
Questa espressione verrà ripetuta spesso nel NT come professione di fede pasquale nel Cristo. Con la professione di fede nell'ascensione al cielo la prima comunità, così come noi credenti di oggi, professiamo la glorificazione e intronizzazione del Risorto, di Gesù Cristo, uomo e Dio, presso il Padre. Da ora in poi sarà la Scrittura e la testimonianza dei cristiani a rendere presente Cristo sulla terra.
v. 20: Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.
Qui termina il Vangelo di Marco. In realtà i versetti 9-20, pur essendo canonici, non sono di Marco. Essi però sono una testimonianza della prima comunità cristiana e contengono un riassunto delle apparizioni del risorto. Possiamo definirla una sorta di teologia dell’annuncio.
“All’evangelista Marco interessa che il catecumeno – mentre si introduce alla fede – possa comprendere che l’ultima parola non è delle nostre incertezze, ma dell’amorevole e invincibile tenacia di Dio in Gesù. Percorso che chiede di passare dal momento della croce e – una volta superatolo – porta verso il tempo in cui salpare verso sfide umanamente impossibili, ma che la forza della potenza del Risorto rende concrete e tangibili” (Luca Violoni).
Gesù è più presente tra noi dopo l'Ascensione che prima; sembra un paradosso, ma è vero. L'assenza visibile accresce la presenza invisibile, l'assenza nella carne intensifica quella nello Spirito.

La Parola illumina la vita
Che cosa è per me l’Ascensione: un evento "spettacolare" o un segno di trasformazione interiore?
Cosa noto nell’ascensione di Gesù: un racconto emozionale o una indicazione educativa spirituale?
L’ascensione di Gesù mi conduce a saper leggere concretamente la realtà che mi circonda e a prendere un impegno concreto l'evangelizzazione nella realtà sociale in cui vivo?
Come vivo la presenza di Gesù nella mia vita?

Pregare
Popoli tutti, battete le mani!
Acclamate Dio con grida di gioia,
perché terribile è il Signore, l'Altissimo,
grande re su tutta la terra.

Ascende Dio tra le acclamazioni,
il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni,
cantate inni al nostro re, cantate inni.

Perché Dio è re di tutta la terra,
cantate inni con arte.
Dio regna sulle genti,
Dio siede sul suo trono santo. (Sal 46).

Contemplare-agire

“La vera elevazione dell’uomo avviene quando, nel donarsi umilmente agli altri, impara ad abbassarsi totalmente, fino a terra, fino al gesto del lavare i piedi. Proprio questa umiltà che sa abbassarsi porta l’uomo verso l’alto; proprio questo modo di andare verso l’alto vuole farci imparare l’Ascensione” (Card. J. Ratzinger [ Papa Benedetto XVI]).


domenica 10 maggio 2015

LECTIO: 6a Domenica di Pasqua (B)

Lectio divina su Gv 15,9-17



Invocare
O Dio, che ci hai amati per primo e ci hai donato il tuo Figlio, perché riceviamo la vita per mezzo di lui, fa' che nel tuo Spirito impariamo ad amarci gli uni agli altri come lui ci ha amati, fino a dare la vita per i fratelli.  
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
9 Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11 Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13 Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. 14 Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. 15 Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. 16 Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17 Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

Silenzio meditativo: Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.

Capire
Siamo sempre nel contesto del discorso di addio di Gesù ai suoi; la pericope segue immediatamente quella proposta domenica scorsa, i due testi hanno un legame molto stretto. Ritroviamo il tema del portare frutto e del rimanere in Gesù, come pure un rimando ai temi dei capitoli 13 e 14.
Amore e amicizia. Andare e portare frutto con gioia è la modalità del vivere il comandamento dell’amore in riferimento al Padre.
È il testamento spirituale di Gesù!

Meditare
v. 9: Come il Padre ha amato me, anch'io ho amato voi.Rimanete nel mio amore.
Il brano (o il versetto) si apre ricollegandosi al v. 8 citando il Padre. Questa citazione è una sottolineatura che vuole indicare il protagonista dell’amore.
Egli ha un grande amore per il Figlio e, lo stesso Figlio, per i suoi discepoli. Gesù rivela l'amore del Padre, che è da sempre, e il suo amore, che giunge a dare la vita (cfr. v. 13). L’azione del Padre è quella di un Dio a servizio degli uomini. Quanti lo accolgono e lo prolungano in servizio verso altri uomini dimorano in questa sfera d’amore.
Con la ripetizione dell'appello rimanete nel mio amore si fa più specifica e profonda la richiesta rispetto al rimanete in me del v. 4.
v. 10: Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.
Cos’è l’amore? Un usa e getta come lo intendiamo nell’attuale società. Sentimento o mistica? Gesù dell’amore sottolinea la comunione della volontà: Quasi a riprendere il versetto precedente, Gesù incita a restare uniti obbedendo ai suoi comandamenti: “vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34).
Quest’amore nell’unità deve essere pieno di atteggiamenti di misericordia, condivisione, perdono, aiuto … è la novità del Vangelo che conduce alla comunione (dimora) con Gesù e con il Padre.
Guardare Gesù, dimorare in lui è attingere alla fonte della comunione.
v. 11: Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
La parola “gioia” nella Bibbia appare 72 volte nel Nuovo Testamento e 225 volte nell’Antico Testamento e costituisce, quindi, un particolare richiamo per noi.
Nel linguaggio giovanneo è presente più volte (cfr. 3,29 per il Precursore; 14,28; 16.24; 17,13; 1Gv 1,4): è la gioia che viene dal compimento della salvezza. Gesù, che per la prima volta parla di gioia, la sperimenta perché ha compiuto l'opera che il Padre gli ha affidato, ed è questa gioia che egli dona a chi accoglie il suo amore.
v. 12: Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi.
Dalla gioia scaturisce un grande insegnamento: l’amore per gli altri. La gioia di sentirsi tanto amati da Gesù conduce il discepolo a mettersi a servizio degli altri per trasmettere la gioia che ha sperimentato.
Amatevi gli uni gli altri sottolinea Gesù e non genericamente ma secondo una ben precisa misura: "come io ho amato voi". Vale a dire, non a parole ma nei fatti, addirittura dando la mia vita per voi.
Giovanni nella sua Lettera scrive: “amare non a parole né con la lingua, ma nei fatti e in verità” (1Gv 3,18)
v. 13: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.
L’espressione “dare la vita” non si riferisce soltanto al momento estremo in cui questa vita si perde
a favore degli altri, ma a tutta una esistenza volta al bene degli altri.
Il testo suggerisce che solo l'amore ha spinto Gesù a morire sulla croce; guardando all'amore dimostrato da Lui, sembra dire Giovanni, i credenti troveranno il coraggio per essere fedeli alla pratica dell'amore fraterno (cfr. 1Gv 3,16).
Gesù è Colui che conferma il suo dare la vita nell’essere pastore. Sottolinea l’evangelista: “se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano” (Gv 18,8) confermandosi il pastore che offre la vita per le pecore (10,11).
Lo stesso atteggiamento viene chiesto ai suoi discepoli: “Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1Gv 3,16).
v. 14: Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando.
Qui Gesù definisce i suoi con “philoi”, “amici”, che nell'A.T. era riservato ad Abramo e a Mosé (cfr. Is 41,8; 2Cr 20,7; Es 33,11); la tradizione sapienziale ne aveva però esteso il senso (cfr. Sap 7,27s e Sal 25,14). In questo versetto si vuole sottolineare che chi crede e ama, secondo il suo comando, diviene amico di Gesù. La relazione di amicizia è condizionata dalla pratica del messaggio di Gesù riformulato e condensato nell’unico comandamento dell’amore.
v. 15: Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi.
Gesù non ha bisogno di servi, ma di amici perché vuole condividere pienamente la sua azione, la sua comunione col Padre.
Fin dal momento in cui Gesù ha invitato i primi discepoli a seguirlo (venite e vedrete – 1,39) ha eliminato ogni distanza tra lui e i suoi discepoli e tra il Padre e i suoi seguaci (Lazzaro è amico di Gesù – 11,11).
"Amico: parola dolce, musica per il cuore dell'uomo. Un Dio che da signore e re si fa amico, e teneramente appoggia la sua guancia a quella dell'amato. Nell'amicizia non c'è un superiore e un inferiore, ma l'incontro di due libertà che si liberano a vicenda" (Emers Ronchi).
v. 16: Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga;
Fin dall’inizio Dio sceglie. Sceglie in maniera gratuita Israele (cfr. Dt 7,7-8). Anche Gesù sceglie un nuovo popolo attraverso i dodici e li chiama amici e desidera che essi siano uno con lui.
Ma ci sta un particolare. Come Dio nell’AT sceglie Israele offrendo la sua salvezza a tutte le genti (cfr. Is 2,2s; 43,9-12; 55,4s; Sal 87), così Gesù sceglie i suoi (tutti i discepoli non solo gli apostoli) perché portino frutto (ripresa del v. 2 di questo capitolo 15).
La sottolineatura che il frutto è condizionato dall’andare. È un’attività dinamica, sottolineata dal verbo "andare", perchè i discepoli producano un frutto d’amore (“non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi… noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo” – 1Gv 4,10.19).
Non è un rimanere statici, rimanere fermi ad attendere che gli altri vengano da noi, ma è ‘andare’. E dove bisogna andare? Seguire Gesù che si dirige verso gli esclusi da Dio.
La scelta dei discepoli è tutta finalizzata all’andare e portare frutto.
perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.
Chiedere nel nome di qualcuno sta a significare una somiglianza. Ciò significa che il comandamento dell’amore va vissuto in rappresentanza, somiglianza di Gesù. E non solo, lo favorisce sempre più. Inoltre, è garanzia che quanto viene richiesto verrà concesso, perché il Padre mette a disposizione del Figlio e dei figli la sua forza d’amare.
v. 17: Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.
Riprende il tema dell’amore legandolo a quel chiedere. Ecco che cosa chiedere al Padre nel nome del Figlio: il suo stesso amore per i fratelli. Oltre questo amore non c’è più nulla, se non l’amore perché Dio è amore (1Gv4.8.16) e «chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in Lui» (1Gv4,16b).

La Parola illumina la vita
Al centro della mia vita ho messo l’amore, oppure la tensione ad avere, a possedere, a consumare beni, la carriera...?
Ho avuto occasione di sperimentare personalmente la gioia di Gesù?
Quali sono, per me, le condizioni per essere abitato/a dalla gioia di Gesù? Sono disposto/a a giocarmi la vita su questa gioia?
Mi sento amico/a di Gesù? Oppure il mio atteggiamento si ferma ad osservare vivendo nell’individualismo?
Vivo il mio amore per gli altri somigliando a Gesù? Oppure vivo l’amore basato su un sentimento che oggi ci sta e domani non più?

Pregare
Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele.

Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni! (Sal 97).

Contemplare-agire

“Questa è la Via, questo è il cammino da percorrere indicatoci dal Signore: amarci tra di noi come Lui ci ha amato. Via le liti, gli interessi personali; via le bramosie, via le tenebre. Spogliamoci da tutto ciò che ci impedisce di percorrere questa via” (da Imitazione di Cristo).