giovedì 30 dicembre 2010

Lectio divina su Lc 2,16-21

MARIA, MADRE DI DIO / A

Lectio divina su Lc 2,16-21

Dio abbia pietà di noi e ci benedica


Invocare
Padre buono, che in Maria, vergine e madre, benedetta fra tutte le donne, hai stabilito la dimora del tuo Verbo fatto uomo tra noi, donaci il tuo Spirito, perché tutta la nostra vita
nel segno della tua benedizione si renda disponibile ad accogliere il tuo dono.
perché possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Leggere
16Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bam¬bino, adagiato nella mangiatoia. 17E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. 18Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori.
19Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. 20I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, co-m'era stato detto loro. 21Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Un momento di silenzio meditativo perché la Parola possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Passi utili alla meditazione
Nm 6, 22-27; Gen 1,27- 28; 37,11; Dn 4,28; 7,28; Sal 72,18-19; Lc 1,42.68; 1Pt 1,3; 2Cor 1,3-4; Ef 1,3ss.; Gal 4,4-7.

Capire
In questi giorni siamo stati ricondotti in molti modi al mistero dell’Incarnazione e attorno al presepe; in quel luogo dove abbiamo incontrato diversi personaggi insieme a Dio stesso fatto uomo per noi: Giuseppe, Maria, i pastori, i magi, e anche altri che la liturgia ha ricordato in questo periodo: Stefano, Giovanni, Tommaso, i bambini innocenti …
Adesso, all’inizio del nuovo anno, tutta l’umanità è convocata accanto a una Madre nella quale tutto si riassume e trova compimento e spiegazione; una Madre che ci raccoglie nel seno della sua misericordia e ci porta accanto al Verbo di Dio fatto uomo in Lei; una Madre che venne proclamata «Madre di Dio», “Theotókos” dal terzo Concilio di Efeso.
La parola “maternità” vuole dire fondamentalmente che, attraverso di Lei, Gesù Cristo il Figlio di Dio è diventato carne. E se il Figlio di Dio è diventato carne, e se quel Figlio di Dio è la pace che Dio esprime nei nostri confronti, è attraverso di Lei che la pace di Dio è entrata in questo mondo. Quello che la Chiesa oggi è chiamata a fare è di continuare l’opera di Maria: fare in modo che quella pace non si estingua, non si perda, nel cammino del tempo, ma continui ad essere generata e rigenerata nella vita degli uomini, anno per anno, giorno per giorno.
Per fare questo cammino, i nostri giorni terreni, come il giorno eterno, sono illuminati da due nomi: il nome del Signore Gesù, al di là del quale non si dà altro nome né nel secolo presente né in quello futuro, e il nome della sua vergine Madre, Maria memoria della nostra autentica identità, posta come modello e riferimento per dare speranza e senso ai giorni del nuovo anno che incomincia.

Meditare
v. 16: Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. Il versetto è riferito ai pastori. Questi li troviamo in cammino e come per abitudine, Luca li descrive con una certa fretta, simile alla fretta di Maria nell’andare a visitare la parente Elisabetta.
Andare”… un verbo che allude a un attraversamento. Bisogna colmare le distanze … bisogna andare fino a Betlemme. C’è un annuncio ricevuto, ma ci sta una esigenza oculare! Il viaggio dei pastori ... il nostro viaggio della vita, del nostro quotidiano con la fretta di Maria ... il coraggio di mettersi in viaggio anche se è notte, anche se non si conosce l’itinerario, anche se non si sa la meta, anche se c’è la fatica, la stanchezza, il sonno, il dubbio, il timore ... È il viaggio all’interno di noi stessi: un viaggio faticoso.
Cosa trovarono i pastori a Betlemme? Gente semplice: Maria, Giuseppe e il bambino che giace in una mangiatoia. La sottolineatura di questo segno dato da parte degli angeli, e il suo riscontro da parte dei pastori, vuole essere un elemento che evidenzia ancora di più l’aspetto umano di colui che è il Figlio di Dio.
I pastori sono modelli di fede. I pastori fanno propria l’attesa dei poveri, di quei poveri di Javhè della Scrittura. Si tratta di un lieto messaggio atteso, dato ai poveri in una stalla, dato a chi ha dimestichezza con queste cose, con le stalle, le mangiatoie.
Quest’incontro con il Verbo della vita, è sottolineato dai verbi classici “trovarono...videro”.
v. 17: E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. I pastori vedono la realtà di ciò che il Signore ha fatto loro conoscere. Ed è tanto importante che non possono trattenersi dal renderlo noto agli altri. Diventano messaggeri e apostoli.
Si profila la dinamica missionaria della Chiesa: l’annuncio porta all’ascolto, l’ascolto alla visione. A sua volta chi ha visto porta ad altri l’annunzio perché attraverso l’ascolto giungano alla visione.
Il contenuto del loro annunzio è ciò che del bambino era stato detto loro. Sulle labbra dei pastori è la testimonianza che Dio rende del suo Figlio. È il mistero di una povertà che non va risolta ma ascoltata, una povertà che rende testimonianza a un Cristo povero.
v. 18: Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. È la meraviglia, la sorpresa che il Vangelo non può non suscitare. I Genitori del Bambino sono lì che adorano il Mistero in silenzio e vivono di meraviglia.
Anche nel silenzio dei pastori vi è meraviglia una meraviglia che si fa condivisione di vita, perché Dio ha acceso nei cuori la fiamma del suo amore!
I pastori non si rendono conto che ciò di cui sono stati resi depositari aveva creato stupore negli altri. Essi trovano la testimonianza della fede e imparano a lodare Dio, suscitando negli altri lo stupore, la meraviglia... e aiutando gli altri a imparare a lodare Dio per le meraviglie che Egli ha compiuto.
v. 19: Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. Alcuni traducono: queste parole. Il cuore di Maria, sede di parole ricordate a approfondite nello Spirito, è pertanto un cuore di sapienza simile a quello dello scriba che da suo tesoro sa trarre e comporre cose antiche e cose nuove; è anticipazione e figura del cuore dei figli della sapienza (Lc 7,35), della chiesa dell’ascolto accolto, custodito, meditato e pregato perché si affretti il tempo in cui il non chiaro sia reso trasparente. Luca sottolinea la meditazione di Maria sui fatti il cui senso sarà manifestato solo nella rivelazione pasquale.
Maria, cioè, è tutta raccolta e concentrata in se stessa per penetrare più a fondo nel significato degli avvenimenti in cui s'è trovata coinvolta. Li confronta fra di loro e con la comunicazione che i pastori hanno fatto sul Bambino. Maria appare così come colei che è madre e sa interpretare gli eventi del Figlio.
Maria diventa, così, simbolo e modello della comunità cristiana, che in atteggiamento sapienziale e contemplativo cerca di assimilare interiormente il mistero inesauribile del Verbo Incarnato.
v. 20: I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro. L’ascolto della Parola è dono di Dio. I pastori glorificano Dio per quello che hanno udito. Questa è la forza e l’umiltà della Parola, la forza e l’umiltà dei poveri.
“Vedere” e “udire” sono i verbi della fede. Proprio il binomio, akùein e idèin, che tante volte ricorre negli Atti degli Apostoli, configura i pastori come i primi testimoni-apostoli.
Potremmo osservare che l'esperienza cristiana, in questo brano, è espressa da pochi verbi che interagiscono tra loro: ascoltare, ubbidire, trovare, vedere, testimoniare, lodare. E' importante verificare se e come li coniughiamo nella nostra vita, se e in quale misura sappiamo annunciare la gioia d'avere incontrato il Salvatore.
v. 21: Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo. Il testo evangelico prosegue menzionando il rito della circoncisione (attraverso il quale il Bambino è inserito ufficialmente nel popolo di Dio) e l'imposizione del nome, a cui Luca dà un risalto particolare: è Dio che ha voluto tale nome e quindi la missione che esso esprime. Il nome nella Bibbia dice l’identità e la missione di chi lo porta. Gesù, infatti, nella lingua ebraica suona così: Yehôsua‘ e significa YHWH salva (le prime lettere indicano il Nome che i nostri fratelli ebrei non pronunciano mai perciò noi con profondo rispetto, diciamo: “Dio salva”.
Questa attenzione da parte l'evangelista sta ad indicare che il nome imposto è il Nome innominabile, origine di ogni nome. Ora possiamo nominare Dio perché si è donato a noi. Il nome di Dio per l’uomo non può essere che Gesù, cioè “Dio salva”. Dio è per noi, perduti e lontani da lui, perché si chiama Gesù, Dio-con-noi e Salvatore.

Il Vangelo nel pensiero dei Padri della Chiesa
Se uno non crede che Maria, la santa, è madre di Dio, è fuori della divinità. (Gregorio di Nazianzio, Epist., 101)

Il Verbo di Dio, come dice l'Apostolo, «della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli» (Eb 2, 16. 17) e prendere un corpo simile al nostro. Per questo Maria ebbe la sua esistenza nel mondo, perché da lei Cristo prendesse questo corpo e lo offrisse, in quanto suo, per noi.
Perciò la Scrittura quando parla della nascita del Cristo dice: «Lo avvolse in fasce» (Lc 2, 7). Per questo fu detto beato il seno da cui prese il latte. Quando la madre diede alla luce il Salvatore, egli fu offerto in sacrificio.
Gabriele aveva dato l'annunzio a Maria con cautela e delicatezza. Però non le disse semplicemente «colui che nascerà in te», perché non si pensasse a un corpo estraneo a lei, ma: «da te» (cfr. Lc 1, 35), perché si sapesse che colui che ella dava al mondo aveva origine proprio da lei. Il Verbo, assunto in sé ciò che era nostro, lo offrì in sacrificio e lo distrusse con la morte. Poi rivestì noi della sua condizione, secondo quanto dice l'Apostolo: «Bisogna che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e che questo corpo mortale si vesta di immortalità» (cfr. 1 Cor 15, 53). Tuttavia ciò non è certo un mito, come alcuni vanno dicendo. Lungi da noi un tale pensiero. Il nostro Salvatore fu veramente uomo e da ciò venne la salvezza di tutta l'umanità. In nessuna maniera la nostra salvezza si può dire fittizia. Egli salvò tutto l'uomo, corpo e anima. La salvezza si è realizzata nello stesso Verbo. Veramente umana era la natura che nacque da Maria, secondo le Scritture, e reale, cioè umano, era il corpo del Signore; vero, perché del tutto identico al nostro; infatti Maria è nostra sorella poiché tutti abbiamo origine in Adamo. Ciò che leggiamo in Giovanni «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14), ha dunque questo significato, poiché si interpreta come altre parole simili. Sta scritto infatti in Paolo: «Cristo per noi divenne lui stesso maledizione» (cfr. Gal 3, 13). L'uomo in questa intima unione del Verbo ricevette una ricchezza enorme: dalla condizione di mortalità divenne immortale; mentre era legato alla vita fisica, divenne partecipe dello Spirito; anche se fatto di terra, è entrato nel regno del cielo. Benché il Verbo abbia preso un corpo mortale da Maria, la Trinità è rimasta in se stessa qual era, senza sorta di aggiunte o sottrazioni. E' rimasta assoluta perfezione: Trinità e unica divinità. E così nella Chiesa si proclama un solo Dio nel Padre e nel Verbo (Atanasio, «Lettere» Ad Epitetto 5-9).

Oggi il Verbo è apparso rivestito di carne: la natura che mai era stata visibile agli occhi umani, incominciò ad essere persino palpabile. Oggi i pastori appresero dalle parole degli angeli che il Salvatore è stato generato nella natura di carne e anima. Oggi ai pastori del gregge del Signore è stato dato il modello di evangelizzazione, sicché anche noi, uniti alla moltitudine delle milizie celesti, acclamiamo: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama (Leone Magno, Discorso VI per il Natale).

Un prodigio è la madre Tua! Il Signore entrò in essa e divenne un servo. Entrò in essa colui che è l’eloquenza stessa e divenne muto in lei. Entrò in lei il tuono e costrinse la sua voce al silenzio. Entrò il pastore di tutti e in lei divenne agnello. Belando uscì alla luce del giorno. Il seno della madre tua ha sovvertito l’ordine della cose. Il Creatore di tutte le cose vi entrò ricco e ne uscì mendicante; vi entrò eccelso e ne uscì umile. Vi entrò splendore e ne uscì uno ricoperto di sprezzabile colore. (…) Vi entrò colui che nutri tutti e imparò ad avere fame. Vi entrò colui che disseta tutti e imparò ad avere sete. Colui che veste tutti, ne uscì nudo e privo di vesti (Efrem Siro, Inni sulla Natività, 11).

Alcune domande per la riflessione personale e il confronto
Anche noi siamo andati senza indugio alla grotta per contemplare con fede l'avvenimento salvifico?
Quale annuncio oggi è capace di metterci in cammino, di smuoverci?
Come Maria, riusciamo ad interiorizzare la Parola di Dio per non viverla passivamente?

Pregare
Raccogliamoci in silenzio ripercorrendo la nostra preghiera e rispondiamo al Signore con le sue stesse parole (dal Sal 66):

Dio abbia pietà di noi e ci benedica,
su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via,
fra tutte le genti la tua salvezza.

Esultino le genti e si rallegrino,
perché giudichi i popoli con giustizia,
governi le nazioni sulla terra.

Ti lodino i popoli, Dio, ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio,
e lo temano tutti i confini della terra.

Contemplare-agire
Proviamo a contemplare il presepio per vedere se ha qualcosa da dirci. Per conoscerlo, come i pastori, dobbiamo andare alla grotta e cercare di vedere se c'è una novità, ascoltare cosa ci dice Dio. Ripeti spesso e vivi questa Parola: Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.

giovedì 23 dicembre 2010

Lectio divina su Mt 2,13-15.19-23

SANTA FAMIGLIA / A

Lectio divina su Mt 2,13-15.19-23

Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie


Invocare
Spirito di vita, che alitando sulla massa delle acque della creazione hai portato vita e bellezza là dov'era il caos!
Spirito di vita, che guidando Israele come colonna di fuoco nella notte hai condotto gli schiavi alla libertà!
Spirito di vita, che coprendo Maria con la tua ombra silenziosa ed efficace hai portato Dio Figlio fra gli uomini!
Spirito di vita, che comunicando la luce della Verità del Padre nel Figlio ci rendi capaci di confessare la fede in Gesù Cristo Signore!
Spirito di vita, guidaci sulle strade della nostra Betlemme, per scoprire nella gioia la presenza di Dio Figlio nel figlio di Maria che vive in mezzo a noi.

Leggere
13 Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo”. 14 Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, 15 dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”.
19 Morto Erode, ecco un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto 20 e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti, infatti, quelli che cercavano di uccidere il bambino».
21 Egli si alzò, prese il bambino e sua madre, ed entrò nella terra d’Israele. 22 Ma quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea 23 e andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

Un momento di silenzio meditativo perché la Parola possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Passi utili alla meditazione
Gen 37, 12-36; 46, 1-7; Es 1,1-6.8-22; 1Sam 15; 18; 19; 20; 1Re 11,3-17.40; 2Re 25-26; Sir 3, 3-7.14-17; Col 3,12-21; Gv 15,20; Mc 14,33-34; Eb 5,7-8; Os 11,1.

Capire
Nel brano evangelico odierno, l’evangelista Matteo ci presenta la persona di Gesù come il compimento delle Scritture. Il brano Mt 2, 13-23, fa parte della sezione che tratta la nascita e l’infanzia di «Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo» (Mt 1,1). Sembra che in questo brano scorra un certo abbandono già citato in Ct 1,4: “trascinami con te, corriamo! Mi introduca il re nelle sue stanze”.
Infatti i vari movimenti che possiamo raccogliere non è altro che entrare nella stanza del re, di Dio e lasciarsi guidare da Lui, perché “dolce è il suo frutto al mio palato” (Ct 2,3).
Il vangelo di Matteo è stato chiamato «il vangelo del Regno». Matteo ci invita a riflettere sulla venuta del regno dei cieli. Nella struttura del suo racconto evangelico alcuni hanno visto un dramma a sette atti che trattano la realtà della venuta di questo Regno. Il dramma comincia con la preparazione a questa venuta del Regno nella persona del Messia fanciullo e termina con la venuta del Regno nella sofferenza e nel trionfo con la passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo, Figlio di Dio.
Matteo è lo scriba saggio che sa trarre dal suo tesoro quello che è antico e quello che è nuovo per la vita di ciascuno. Nelle righe di questo brano scorrono molto espressioni che raccolgono la vita dell’uomo, utili ad illuminare il nostro cammino.
La nostra attenzione oggi è sulla Santa Famiglia e in particolare su Giuseppe, presentato da Matteo nella sua responsabilità di “capo-famiglia”, che si lascia guidare dalla parola di Dio in questo contesto di violenza e di persecuzione.

Meditare
v. 13: Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo”. Il versetto inizia collegandosi ai fatti precedenti che narravano la visita dei magi. I Magi erano giunti da lontano ad adorare quel bimbo che era loro nato e avevano portato doni misteriosi per un bimbo nato in una mangiatoia, doni carichi di significato simbolico.
Ora la scena cambia totalmente: questa famiglia deve subito confrontarsi con una situazione ben diversa: qualcuno non vuole che questo Re regni e perciò cerca di ucciderlo. Il tema dei re che uccidono i temuti avversari è comune nella storia di ogni dinastia regale. Nella letteratura biblica oltre a questa scena di Erode che cerca il bambino Gesù per ucciderlo, troviamo nell'Antico Testamento alcuni racconti simili. Di Gesù Luca dirà: “Egli è qui … segno di contraddizione perché siano svelati o pensieri di molti cuori” (Lc 2,34) e Giovanni: “Venne fra la sua gente ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11).
Ma il Signore parla al cuore di Giuseppe e le sue parole sono ricche di senso. I verbi usati stanno ad indicare l’urgenza dei fatti. Giuseppe è invitato a “prendere con sé”, cioè ad instaurare una relazione all’interno di una famiglia. Giuseppe qui non dice nulla, ma in obbedienza alla Parola e alla sua vocazione “fa’”.
Prendere con sé significa ricevere, accogliere l’altro come un dono e assumersi la responsabilità di quest’accoglienza, nella reciprocità del dono. Ed è quanto gli sposi promettono nel rito del loro matrimonio: accoglienza reciproca e carità.
Il “fare” di Giuseppe lo conduce a fuggire con la sua famiglia in Egitto. Matteo a differenza di Luca non parla di precedenti viaggi. Egli dice solo che Gesù nacque a Betlemme e poi, alla fine del brano di oggi, si dirà che Giuseppe sceglie, come luogo per stare, una volta tornato dall’Egitto, Nazareth. Betlemme e Nazareth sono così i luoghi dell’infanzia di Gesù, della sua vita “nascosta”.
L’Egitto è una terra di rifugio temporaneo. In Gen 46,2-4 si legge l’avvertimento fatto a Giacobbe che forse è risuonato nel cuore di Giuseppe e di Maria mentre fuggivano in Egitto: “Dio disse a Israele in una visione notturna: «Giacobbe, Giacobbe!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Io sono Dio, il Dio di tuo padre. Non temere di scendere in Egitto, perché laggiù io farò di te un grande popolo. Io scenderò con te in Egitto e io certo ti farò tornare”.
vv. 14-15: Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”. I versetti mostrano una prontezza di Giuseppe e questa prontezza è segnata dalla notte. Una notte che in obbedienza alla Parola diventa segno per ciascuno di noi in quanto la notte non è paura, ma si trasforma in grido di gioia, come faranno le vergini: “ecco lo sposo” (Mt 25,6).
In questa situazione Giuseppe è modello per ciascuno di noi e il suo muoversi nella notte indica anche “vegliare”, “faticare”.
Giuseppe in obbedienza si rifugia in Egitto. La parola rifugio, etimologicamente, indica un movimento all’indietro, quasi un ritorno sui propri passi. In effetti è il cammino del popolo israelita che va in Egitto per poi ritornare. Giuseppe accoglie la voce del Signore e fa il padre fino in fondo, anche in Egitto. E Matteo si premura qui di indicare che quanto si sta realizzando corrisponde a un disegno di Dio secondo l’antica profezia di Os 11,1: “Quando Israele era giovinetto, io l'ho amato e dall'Egitto ho chiamato mio figlio” si riferiva al popolo che Mosé aveva per ordine di Dio portato fuori dall’Egitto, ora, per Matteo, diventa rivelazione dell’identità di quel bambino che Giuseppe ha preso con sé, assumendone ogni responsabilità.
vv. 19-20: Morto Erode, ecco un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti, infatti, quelli che cercavano di uccidere il bambino». Erode muore, i grandi della terra muoiono come tutti. Tutto passa, ma il piano di Dio si compie. Le mie parole non passeranno afferma Gesù (Mt 24,35), perché “il piano del Signore sussiste per sempre, i pensieri del suo cuore per tutte le generazioni” (Sal 32,11). Entra nelle vicende della storia umana ma le supera, mentre attraverso di esse scrive un’altra storia, la storia del regno dei cieli. Per Giuseppe è ancora notte e, nella notte, la Parola del Signore si manifesta ancora una volta in sogno. Il movimento è sempre lo stesso. Giuseppe deve ritornare nuovamente sui suoi passi e ricominciare da capo.
Dalla composizione letterale, sembra che Giuseppe non si sia mai staccato dalla Parola, dal farsi istruire da Essa. È la sua lectio divina che lo trasforma in mendicante di amore. Giuseppe, infatti, è l’uomo in obbedienza alla Parola e ad Essa (a Dio) ha affidato la sua vita e quella della sua famiglia. Egli è l’uomo del cantico nuovo perché spogliato dalle sue incertezze e dubbi.
vv. 21-23: Egli si alzò, prese il bambino e sua madre, ed entrò nella terra d’Israele. Ma quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazareth, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno». È ancora notte. La notte della paura. Giuseppe ha paura, egli è un uomo come tutti. In questa sua paura, Giuseppe continua a proteggere e si mette nuovamente in cammino: una nuova fatica della paternità.
Giuseppe è l’uomo che avvolto dal silenzio si guarda dentro pensando di colorare la sua vita con i stessi colori che usa Dio, gli stessi che ha usato con Maria lasciandosi abbracciare da Dio così come è, esultando in Dio come Maria. Se Dio salta dentro la tua povertà, allora la vita personale si colora. Questo Giuseppe l’ha capito.
Si ritira perciò nella regione della Galilea, a Nazareth. Il verbo usato è lo stesso con cui all’inizio del brano odierno si era detto dei magi che “si erano ritirati”, o che “erano tornati indietro”. L’Evangelista vuole sottolineare questo particolare perché quel bambino “sarà chiamato Nazareno”, secondo le antiche profezie. Non si sa bene a quale profezia alluda Matteo, per lui il fatto che Gesù venisse da Nazareth, corrisponde però al piano di Dio, che Giuseppe nella sua fedeltà alla voce della coscienza, unita alla sua prudenza e saggezza umana compie in silenzio e senza indugi.
Gesù ripercorre la storia del popolo d’Israele come un nuovo Mosè che scampa la strage degli innocenti, permane in Egitto, ritorna in patria e va in esilio a Nazareth. Gesù è un messia solidale con il suo popolo, con la sofferenza di ogni uomo. Il cammino di Israele con Mosè era stato segnato dal peccato e dalla morte, Gesù grazie a Giuseppe “salvatore del Salvatore”, apre un nuovo cammino verso la vita senza fine.

Il Vangelo nel pensiero dei Padri della Chiesa
Noi dobbiamo aspettarci sin dai primi giorni della nostra vita tentazioni e pericoli. Considerate, infatti, che subito, sin dalla culla, è accaduto ciò a Gesù. Era appena nato, che già il furore del tiranno si scatenò contro di lui e lo costrinse a trasferirsi per cercare scampo in un luogo d’esilio, e sua madre, così pura e innocente, fu costretta con lui a fuggire in un paese di stranieri. Questo comportamento di Dio vi mostra che, quando avete l’onore di essere impegnati in qualche ministero o servizio spirituale e vi vedete circondati da infiniti pericoli e costretti a sopportare crudeli sventure, non dovete turbarvi, né dovete dire a voi stessi: Per quale ragione sono così maltrattato, io che mi aspettavo una corona, elogi, la gloria, brillanti ricompense, avendo compiuto la volontà di Dio? Questo esempio vi spinga, dunque, a sopportare fermamente le disgrazie e vi faccia conoscere che, di solito, è questa la sorte degli uomini spirituali: avere, cioè, come inseparabili compagne, le prove e le tribolazioni. Osservate appunto quanto capitò non soltanto alla madre di Gesù, ma anche ai Magi. Costoro si ritirano segretamente come dei fuggiaschi, e la Vergine, che non era solita uscire dalla sua casa, è costretta a fare un cammino quanto mai lungo e faticoso, a causa di quella straordinaria e sorprendente nascita spirituale.
Ammirate ancora il meraviglioso avvenimento! La Palestina perseguita Gesù Cristo e l’Egitto lo accoglie e lo salva dai suoi persecutori. Questo mostra all’evidenza che Dio non ha soltanto tracciato i tipi e le figure dell’avvenire nei figli del patriarca, ma anche in Gesù stesso... L’angelo, dunque, apparve non a Maria, ma a Giuseppe e gli disse: «Levati, prendi il bambino e sua madre». Non disse più, come aveva detto prima, «prendi la tua sposa», ma «prendi sua madre», perché ormai, dopo la nascita, Giuseppe non nutriva più alcun dubbio, e credeva fermamente alla verità del mistero. L’angelo gli parla, dunque, con maggiore libertà, senza chiamare Gesù «suo figlio» e Maria «sua sposa», ma dicendo: «Prendi il bambino e sua madre, e fuggì in Egitto». E gli spiega anche la ragione della fuga, aggiungendo: "Perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo" (Mt 2,13).
Giuseppe, ascoltando queste parole, non rimase negativamente impressionato. Non disse all’angelo che quella fuga gli sembrava enigmatica, dato che poco tempo prima lo stesso angelo gli aveva detto che il bambino avrebbe dovuto salvare il suo popolo, mentre ora sembrava non essere neppure capace di salvare se stesso. Quella fuga, quel viaggio e quella lunga emigrazione non erano forse in contraddizione con la promessa che l’angelo medesimo gli aveva fatto? Ma Giuseppe non disse niente di tutto questo, perch‚ era un uomo di fede. Non si dimostrò neppure curioso di conoscere il tempo del ritorno, poiché l’angelo non gliel’aveva affatto precisato, avendogli detto genericamente: «Resta colà, fino a che io non te lo dica». Al contrario, Giuseppe dimostra vivo zelo: ascolta, obbedisce (Mt 2,14) e sopporta con gioia tutte le prove. Dio, nella sua bontà, mescola, in queste circostanze, la gioia e il dolore. Così egli è solito agire con tutti i santi. Non li lascia sempre nel pericolo o sempre nella sicurezza, ma ordina la vita degli uomini giusti a mo’ di una trama, in cui si intrecciano gioie e dolori. E proprio così si comportava con Giuseppe. Vi prego di osservare e di riflettere. Giuseppe si accorge che Maria è incinta e subito è colto da turbamento e da una grande angoscia, sospettando che la Vergine abbia commesso adulterio: ma l’angelo interviene immediatamente, sciogliendo ogni sospetto e liberandolo da ogni timore. Poi il bambino nasce e Giuseppe ne è estremamente felice: ma alla sua gioia fa seguito subito un nuovo dolore, perch‚ sente che tutta la città turbata e il re, in preda a un vivo furore, ricercano con ogni mezzo il bambino. Questa pena è temperata dalla gioia ch’egli prova alla vista della stella e dell’adorazione dei Magi: ma, ancora una volta, la gioia si muta in ansia e paura, quando l’angelo gli dice che «Erode sta cercando il bambino per ucciderlo» e gli ingiunge di fuggire e di emigrare. Sta di fatto che Gesù doveva allora comportarsi in modo del tutto umano. Il tempo di compiere miracoli non era ancora venuto. Se avesse così presto cominciato a far prodigi, nessuno avrebbe creduto che era un uomo. Per questo motivo, egli non viene al mondo d’improvviso: come un uomo è dapprima concepito, poi resta nove mesi nel seno di Maria, nasce, si nutre con il latte materno, vive per molto tempo una vita ritirata, aspettando di divenire uomo adulto con il passar degli anni, in modo che questo suo comportamento convinca tutti a credere alla verità della sua incarnazione... Dunque l’angelo ordina loro, al ritorno dall’Egitto, di andare a stabilirsi nel loro paese. Anche questo accade con un preciso disegno, cioè "affinché si adempisse" - dice il Vangelo - "ciò che era stato detto dai profeti: Egli sarà chiamato Nazareno" (Mt 2,23) Del resto, proprio perché lo predissero i profeti, gli apostoli spesso chiamarono Cristo «Nazareno» (Is 11,1). Questo fatto, allora, rendeva oscura e non facilmente comprensibile la profezia relativa a Betlemme? Niente affatto. Ché, proprio questo doveva, al contrario, stimolare la loro curiosità e spingerli a indagare su quanto era stato detto di lui nelle profezie. Come si sa, fu il nome di Nazaret che spinse Natanaele a informarsi su Gesù Cristo, da cui si recò dopo aver detto: "E può venire qualcosa di buono da Nazaret?" (Jn 1,46). Nazaret era, infatti, un villaggio di nessun conto, come del resto pochissima importanza aveva tutta la regione della Galilea. Per ciò i farisei dissero a Nicodemo: Ricerca bene e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea (Jn 7,52). Tuttavia, Cristo non si vergognò di prender nome da questa patria, per mostrarci che non aveva affatto bisogno di ciò che gli uomini ritengono importante. Egli scelse i suoi apostoli proprio in Galilea, paese disprezzato dai Giudei, per togliere ogni scusa ai pigri e far loro vedere che non occorre niente di tutto quanto è esteriore, se essi si applicano con zelo alla virtù. Sempre per questo motivo il Figlio di Dio non volle affatto una casa sua: "Il Figliolo dell’uomo non ha dove posare il capo", egli dice (Lc 9,58). Per questa ragione fugge quando Erode vuole ucciderlo; appena nato viene deposto in una mangiatoia e rimane in una stalla; si sceglie anche una madre povera: ed ha fatto tutto ciò per abituarci a non arrossire di queste cose, per insegnarci, insomma, fin dal suo ingresso in questo mondo, a calpestare sotto i piedi il lusso e l’orgoglio del mondo e a non ricercare altro che la virtù... Non restiamo, dunque, ad aspettare oziosamente l’aiuto degli altri. È certo che le preghiere dei santi hanno molta efficacia, ma solo quando noi mutiamo condotta e diventiamo migliori... Insomma, se noi siamo pigri e negligenti, neppure gli altri ci potranno soccorrere: ma se vegliamo su noi stessi, da noi medesimi ci soccorreremo e lo faremo molto meglio di quanto potrebbero farlo gli altri. Dio preferisce accordare la sua grazia direttamente a noi, piuttosto che ad altri per noi, perché lo zelo che poniamo nel cercare di allontanare la sua collera ci spinge ad agire con fiducia e a diventare migliori di quel che siamo. Per questo il Signore fu misericordioso con la cananea e così egli salvò la Maddalena e il ladrone, senza che alcun mediatore fosse intervenuto a favore. (Crisostomo Giovanni, In Matth. 8, 2 s.; 9, 2; 5, 1).

Alcune domande per la riflessione personale e il confronto
Matteo è l’evangelista del “regno dei cieli”. Che cosa significa per me il regno dei cieli?
Sono una persona che supera gli ostacoli con l’aiuto della Parola di Dio o che “tiro a campare”?
La vita di Giuseppe non è mai stata un cammino solitario lontano da Gesù e da Maria, io con chi cammino?
Sono capace anche io di “prendere il bambino e sua madre” nella mia vita di tutti i giorni? Che spazio ha nella mia famiglia la parola di Dio e la preghiera?
Nelle nostre famiglie c'è una lettura "sapienziale" dei fatti, avvenimenti, esperienze e quindi della vocazione di ciascuno, oppure lasciamo tutto ad una reazione istintiva per lo più condizionata dalla cultura circostante del momento?

Pregare
La liturgia ci fa pregare oggi perché nelle nostre famiglie fioriscano le stesse virtù e lo stesso amore di quello che regnava nella Santa Famiglia e ripercorrere quanto Dio ha tracciato nella nostra vita. Rispondiamo alla Parola con il suggerimento del Salmista (Sal 127)

Beato chi teme il Signore
e cammina nelle sue vie.
Della fatica delle tue mani ti nutrirai,
sarai felice e avrai ogni bene.

La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo
intorno alla tua mensa.

Ecco com’è benedetto
l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme
tutti i giorni della tua vita!

Contemplare-agire
In questa domenica dedicata alla santa famiglia di Nazaret, Giuseppe ricorda a tutti noi, il segreto per ogni famiglia umana: prendere con sé Gesù e sua madre Maria proprio come gli sposi di Cana.
Maria oltre ad essere madre, è anche mediatrice di grazia fra noi e Dio, ecce ci ripete: “Fate quello che Gesù vi dirà” (Gv 2,5).


lunedì 20 dicembre 2010

Lectio divina su Lc 2,1-14

NATALE DEL SIGNORE / A

Lectio divina su Lc 2,1-14

Oggi è nato per noi il Salvatore


Invocare
Spirito di vita, che alitando sulla massa delle acque della creazione hai portato vita e bellezza là dov'era il caos!
Spirito di vita, che guidando Israele come colonna di fuoco nella notte hai condotto gli schiavi alla libertà!
Spirito di vita, che coprendo Maria con la tua ombra silenziosa ed efficace hai portato Dio Figlio fra gli uomini!
Spirito di vita, che comunicando la luce della Verità del Padre nel Figlio ci rendi capaci di confessare la fede in Gesù Cristo Signore!
Spirito di vita, guidaci sulle strade della nostra Betlemme, per scoprire nella gioia la presenza di Dio Figlio nel figlio di Maria che vive in mezzo a noi.

Leggere
1In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tut ta la terra. 2Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. 13Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. 4Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. 5Doveva farsi censire insieme a Ma¬ria, sua sposa, che era incinta. 6Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio.
8C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. 9Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, 10ma l'angelo dis-se loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11og-gi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. 12Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». 13E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
14«Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Un momento di silenzio meditativo perché la Parola possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Passi utili alla meditazione
Rt 1,22; 2,4; 4,11; Is 1,3; 9,1-6; 65,1-2; Es 13,12; 16,10; 24,16-18; 33,18-23; 34,19,29-35; Mi 5,1-4; Mt 11,26; Gv 14,27; Rm 4,20; 11,36; 16,27; 1Cor 1,27; Ef 2,14; Tt 2,11-14; 1Pt 4,11; Ap 4,9; 7,12; 15,8; 21,23.

Capire
Abbiamo appena concluso l’itinerario dell’avvento. I giorni che hanno preceduto il ricordo di questo evento sono stati segnati dalla persona del figlio di cui Maria di Nazaret è venuta misteriosamente incinta.
Siamo verso la fine del "vangelo dell'infanzia" nella versione lucana. Il vangelo dell’infanzia non fa altro che prepararci all’evento salvifico già annunziato dai profeti.
La liturgia, nella notte di Natale, ci presenta solo 14 versetti. La nascita di Gesù è in 40 versetti. In questi 40 versetti ci sta un confronto tra questa scena e la precedente: riguardo al Figlio di Maria, l'obiettivo è puntato in primo luogo sulla scena della nascita, mentre per Giovanni si dà risalto alla circoncisione e all'imposizione del nome. Ma è la notte di Natale. Una notte che nei Vangeli prende forma riflessa per la nostra vita.
Il brano lucano è semplice, suggestivo, pieno di spunti teologici costruito sul modello dell’annuncio missionario.
Punto centrale della narrazione sono le parole dell’angelo ai pastori, che riguardano il senso gioioso dell’avvenimento e la professione di fede in Gesù Salvatore. Dio entra nella vita degli uomini fuori dal tempio, dai suoi incensi e dalle case degli uomini, sente di dover chiamare a raccolta gli uomini per questo avvenimento in un luogo lontano e fuori dalla “Città”. Dio non va pensato come uno che si compiace della bontà dell'uomo ma piuttosto come uno che infonde la bontà nell'uomo attraverso la sua divina elezione e misericordia.

Meditare
vv. 1-3: In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria.Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Nel presente versetto, Luca vuole indicare il contesto storico della nascita di Gesù e allo stesso tempo di mostrare che l'azione divina si serve di questo decreto di Cesare. Negli Atti, Dio si servirà ancora delle stesse leggi romane per condurre Paolo a Roma per annunciare il vangelo. Infine, e soprattutto, ciò offre un pretesto per il viaggio: un pretesto, poiché tali censimenti si fanno sempre nella località di residenza, non in quella di origine.
Ciò che è importante è che in un contesto storico vi è un annunzio di salvezza. Origene scrive: "In questo censimento del mondo intero Gesù doveva essere incluso... affinché potesse santificare il mondo e trasformare il registro ufficiale del censimento in un libro di vita".
vv. 4-5: Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Luca qui sottolinea casa”, “famiglia” cioè l’origine davidica di Giuseppe. Di Maria é detto per la prima volta, che é incinta ma la chiama “fidanzata” “promessa sposa”. In Mt 1,18-25 sappiamo che Giuseppe ha condotto Maria nella propria casa ed ha giá superato i suoi dubbi personali sulla strana gravidanza. Ma Lc presentando una fidanzata incinta in viaggio vuole lanciare una provocazione scioccante, forse invitare a leggere e cercare. La prospettiva provvidenziale di Luca nel raccontare i fatti emerge anche dal fatto che Giuseppe porta con sé Maria: le donne non dovevano farsi registrare, dunque la giovane puerpera avrebbe potuto rimanere a Nazaret. Luca, però, vuole mostrare che ella è considerata a pieno titolo legale membro della famiglia davidica.
v. 6-7: Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio. Il luogo è Betlemme. Nell’AT é importante soprattutto come luogo dell’origine della stirpe di David. Il luogo è la casa, è la famiglia parole sottolineate dall’evangelista Luca. In questo luogo Luca ci ha condotti senza peró precisare nulla. Qualcosa però ci riconduce a capire che si realizza quanto previsto in 1,26-38 ed il bambino giudeo é integrato nel popolo della promessa tramite la circoncisione (2,21).
Maria da alla luce il suo primogenito. Il termine “primogenito” non indica che Maria abbia avuto altri figli dopo la nascita di Gesù. Il primo figlio - anche se non ne fossero nati altri in seguito – era sempre chiamato primogenito, per designare i diritti e i doveri che lo riguardavano (cfr. Es 13,12: “Riscatterai ogni primogenito dell’uomo tra i tuoi figli”; Es 34,19: “Ogni essere che nasce per primo nel seno materno è mio”).
I movimenti che fa Maria (lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia), sono gli stessi movimenti che si faranno alla morte di Gesù. Gesù sarà segnato fino alla morte da questa estrema povertà. Non si tratta solo dell'indigenza materiale della sua famiglia. C'è molto di più. Gesù, il Verbo fatto carne, "venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto" (Gv 1,11). E la mangiatoia ne è il simbolo: “il bue riconosce il suo proprietario e l’asino la mangiatoia del suo padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”. (Is 1,3). C'è qui il grande mistero dell'incarnazione. Paolo dirà che "da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché diventaste ricchi per mezzo della sua povertà" (2 Cor 8, 9).
Anche un alloggio (Katàljma) diviene simbolo di una povertà e di un rifiuto che troverà il suo culmine nel rifiuto assoluto di lui nel processo davanti a Pilato (cfr. Gv 18, 28-19, 16). Più tardi Gesù dirà “il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. Katàljma ricorda anche quel luogo ove Gesù mangerá la pasqua con i discepoli (Lc 22,11; Mc 14,14; cfr. anche: Lc 9,12; 19,7; 22,14).
v. 8: C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Luca indica i pastori perché questi sono coloro che godono di una cattiva reputazione: sono spesso considerati ladri e disonesti. I pastori, sono coloro che occupano il gradino più basso della scala sociale sono i primi ad essere coinvolti dalla nascita di colui che ha per madre un'umile donna (1,48) ed è "inviato a portare ai poveri il lieto annunzio" (4,18). Il neonato è già colui che sarà accessibile ai peccatori e mangerà alla loro tavola (15,2). Proprio queste persone sono coloro i quali vegliano per sorvegliare il gregge. C’è una capacità di attenzione in loro che in altri non si riscontra.
Luca, è sensibile nel mettere in evidenza che Dio consegna se stesso ai semplici; pensiamo a Maria in Lc 1,48: “..alla bassezza della sua serva”; Lc 6,20: “beati voi poveri”; Lc 10,21: “ti benedico o Padre che ti sei rivelato a piccoli e ti sei nascosto ai sapienti”.
vv. 9-10: Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l'angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo. Proprio a queste persone capaci di vegliare il gregge, il vero Guardiano del gregge li chiama (1Pt 2,20-25, Gv 10,1-10). Questi avvolti dalla gloria di Dio, cioè dalla sua Presenza, dalla sua Rivelazione sono riempiti interiormente dall’amore di Dio, dalla sua stessa passione.
La luce non sta semplicemente davanti a loro ma li avvolge, entra nella loro vita, essi accolgono quell’annuncio che non è per loro soli, ma è una luce che è per tutto il popolo.
Custodi di un gregge ora sono custodi di un mistero da conoscere e poi irradiare a tutti.
I pastori sono presi da timore perché si trovano di fronte a qualcosa, non solo d’imprevedibile e impensabile, ma anche ad un’azione che riscontriamo solamente nelle teofanie dell’AT, specie ad Is 6,1-5 ed Ez 1; 3,12.23.
Però il Signore rassicura, conforta con la sua Parola di salvezza. Quel timore che coinvolge immediatamente ed emotivamente ora trova un’apertura di significato grazie all’angelo del Signore, interprete luminoso dei fatti oscuri conducendo alla gioia vera.
La gioia presente in tutto il vangelo lucano é una caratteristica della fede nell’itinerario salvifico. È una gioia che non si affievolisce e non si stabilizza, ma cresce all’infinito perció l’angelo dice: vi evangelizzo, c’é qui qualcosa proprio per voi, vi immergo in una realtá per voi assolutamente inedita.
v. 11: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Si rinnova quel prodigio, ma Luca scrive “oggi”, “semeron” è un termine teologico e difficilmente cronologico. Luca non fa altro che farci entrare nel “tempo di Dio”.
Altri episodi del vangelo o della sacra scrittura:“oggi è entrata in questa casa la salvezza”, “ascoltate oggi la sua voce del Signore”….”oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”, “oggi sarai con me nel paradiso”, “oggi ti ho generato.”.
C’è un “oggi” che si relaziona nel qui ed ora con ciascuno e con tutti, una storia che diventa storia di salvezza.
Qui è il centro del racconto: l’iniziativa di Dio non è parola ma “Carne, Corpo”, presenza incarnata, profondamente dentro la storia, la mia, la tua, la nostra storia. Egli è Dio, l’annuncio si presenta ancora difficile per molti.
Nei versetti precedenti abbiamo appreso il nome del bambino, qui l’angelo del Signore, annunciando la nascita di Gesù non lo chiama con il nome proprio ma con tre titoli teologici: Salvatore; Cristo; Signore. In questi titoli teologici è racchiusa una professione cristologica riassunta dall’angelo stesso.
Luca non fa altro che insistere sulla signoria di Gesù e sulla sua missione di salvezza. In altre parole la sua signoria è la nostra salvezza. Non solo opera, fa salvezza, salva, ma é salvezza.
vv. 12-14: Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».
L’annuncio dell’angelo ai pastori è accompagnato da un segno, come per l’annuncio a Maria; la cugina Elisabetta al sesto mese, il bambino nella mangiatoia per i pastori, sono i segni che accompagnano la fede di chi ha il desiderio di ascoltare, vedere, incontrare, servire il vangelo che è lieta notizia. È la predicazione dell’evento da accogliere e da testimoniare così come cantano gli angeli: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace tra gli uomini, che egli ama”. Ciò manifesta la potenza divina e svela finalmente la sua misericordia.

Il Vangelo nel pensiero dei Padri della Chiesa
Quando venne il Signore, nostro Salvatore, al suo primo apparire nella carne, l’angelo, unito ai cori celesti, ne diede l’annunzio ai pastori dicendo: “vi annunzio una grande gioia che sarà di tutto il popolo” (Lc 2,10). Perciò anche noi, con le stesse parole degli angeli, annunziamo una grande gioia. Oggi infatti la Chiesa è nella pace; oggi la nave della Chiesa ha raggiunto il porto; oggi, carissimi, il popolo di Cristo viene esaltato, mentre i nemici della verità sono umiliati; oggi Cristo è nella gioia e il demonio nel lutto; oggi gli angeli esultano, i demoni sono dispersi. Che dire di più? Oggi cristo, re della pace, al suo apparire ha rimosso ogno contrasto e, come lo splendore del sole illumina il cielo, cos’ egli illumina la Chiesa col fulgore della pace. Poiché “oggi vi è nato un Salvatore” (Lc 2,11).
O quanto è desiderabile la pace, stabile fondamento della religione cristiana e celeste ornamento dell’altare del Signore! Che cosa possiamo dire che sia degno di quasta pace? Il nome stesso di Cristo è Pace. Lo dice l’Apostolo: “Cristo è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo” (Ef 2,14).
Ma, come per la visita di un sovrano si sgombrano le piazze e tutta la città è una festa di fiori e di luci affinché nulla possa apparire meno degno della presenza del re, così ora, all’arrivo di Cristo, re della pace, sia rimossa ogni tristezza e, allo splendore della verità, scompaia la menzogna, si dissolva la discordia, risplenda la carità.
E se anche in terra i santi esaltano la pace, lo splendore della sua lode ridonda nell’alto dei cieli; cantano gli angeli: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2,14).
Vedete, frateli, come tutte le creature del cielo e della terra si scambiano il dono della pace: gli angeli dal cielo annunziano pace alla terra, i santi tutti sulla terra lodano insieme Cristo, nostra pace, innalzano tra gli angeli; e i mistici cori cantano: “Osanna nel più alto dei cieli”.
Diciamo allora anche noi con gli angeli: “Gloria a Dio, che ha umiliato il demonio ed esaltato il suo Cristo; gloria a Dio che ha annientato la discordia e ha ristabilito la pace (Pietro Crisologo, vescovo, Disc. 149)

Il nostro Salvatore, carissimi, oggi è nato: rallegriamoci! Non c'è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita, una vita che distrugge la paura della morte e dona la gioia delle promesse eterne. Nessuno è escluso da questa felicità: la causa della gioia è comune a tutti perché il nostro Signore, vincitore del peccato e della morte, non avendo trovato nessuno libero dalla colpa, è venuto per la liberazione di tutti. Esulti il santo, perché si avvicina al premio; gioisca il peccatore, perché gli è offerto il perdono; riprenda coraggio il pagano, perché è chiamato alla vita. Il Figlio di Dio infatti, giunta la pienezza dei tempi che l'impenetrabile disegno divino aveva disposto, volendo riconciliare con il suo Creatore la natura umana, l'assunse lui stesso in modo che il diavolo, apportatore della morte, fosse vinto da quella stessa natura che prima lui aveva reso schiava. Così alla nascita del Signore gli angeli cantano esultanti: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Lc 2, 14). Essi vedono che la celeste Gerusalemme è formata da tutti i popoli del mondo. Di questa opera ineffabile dell'amore divino, di cui tanto gioiscono gli angeli nella loro altezza, quanto non deve rallegrarsi l'umanità nella sua miseria! O carissimi, rendiamo grazie a Dio Padre per mezzo del suo Figlio nello Spirito Santo, perché nella infinita misericordia, con cui ci ha amati, ha avuto pietà di noi, «e, mentre eravamo morti per i nostri peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo» (cfr. Ef 2, 5) perché fossimo in lui creatura nuova, nuova opera delle sue mani. Deponiamo dunque «l'uomo vecchio con la condotta di prima» (Ef 4, 22) e, poiché siamo partecipi della generazione di Cristo, rinunziamo alle opere della carne. Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all'abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricòrdati chi è il tuo Capo e di quale Corpo sei membro. Ricòrdati che, strappato al potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce del Regno di Dio. Con il sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo! Non mettere in fuga un ospite così illustre con un comportamento riprovevole e non sottometterti di nuovo alla schiavitù del demonio. Ricorda che il prezzo pagato per il tuo riscatto è il sangue di Cristo (Leone Magno, papa Disc. 1 per il Natale, 1-3).

Dio e tutte le opere di Dio sono gloria dell'uomo; e l'uomo è la sede in cui si raccoglie tutta la sapienza e la potenza di Dio. Come il medico dà prova della sua bravura nei malati, così anche Dio manifesta se stesso negli uomini. Perciò Paolo afferma: «Dio ha chiuso tutte le cose nelle tenebre dell'incredulità per usare a tutti misericordia» (cfr. Rm 11, 32). Non allude alle potenze spirituali, ma all'uomo che si mise di fronte a Dio in stato di disobbedienza e perdette la immortalità. In seguito però ottenne la misericordia di Dio per i meriti e il tramite del Figlio suo. Ebbe così in lui la dignità di figlio adottivo.
Se l'uomo riceverà senza vana superbia l'autentica gloria che viene da ciò che è stato creato e da colui che lo ha creato cioè da Dio, l'onnipotente, l'artefice di tutte le cose che esistono, e se resterà nell'amore di lui in rispettosa sottomissione e in continuo rendimento di grazie, riceverà ancora gloria maggiore e progredirà sempre più in questa via fino a divenire simile a colui che per salvarlo è morto.
Il Figlio stesso di Dio infatti scese «in una carne simile a quella del peccato» (Rm 8, 3) per condannare il peccato, e, dopo averlo condannato, escluderlo completamente dal genere umano. Chiamò l'uomo alla somiglianza con se stesso, lo fece imitatore di Dio, lo avviò sulla strada indicata dal Padre perché potesse vedere Dio e gli diede in dono il Padre.
Il Verbo di Dio pose la sua abitazione tra gli uomini e si fece Figlio dell'uomo, per abituare l'uomo a comprendere Dio e per abituare Dio a mettere la sua dimora nell'uomo secondo la volontà del Padre. Per questo Dio stesso ci ha dato come «segno» della nostra salvezza colui che, nato dalla Vergine, è l'Emmanuele: poiché lo stesso Signore era colui che salvava coloro che di per se stessi non avevano nessuna possibilità di salvezza.
Isaia stesso aveva predetto questo: Irrobustitevi, mani fiacche e ginocchia vacillanti, coraggio, smarriti di cuore, confortatevi, non temete; ecco il nostro Dio, opera la giustizia, darà la ricompensa. Egli stesso verrà e sarà la nostra salvezza (cfr. Is 35, 4).
Questo indica che non da noi, ma da Dio, che ci aiuta, abbiamo la salvezza. (Ireneo, vescovo, “Contro le eresie”)

Alcune domande per la riflessione personale e il confronto
C'è posto per Gesù nella mia vita? Quali segni mi sta offrendo Dio della sua presenza?
Gesù è nato per portare gioia e pace. Quanto caratterizzano la mia vita questi doni? Sono portatore di gioia e di pace per gli altri?
Cosa significa per me la parola Salvatore, da cosa vorrei essere salvato?
Credo che sia possibile anche per me diventare complice di un nuovo annuncio?

Pregare
Nel soffermarci a rileggere la Parola di salvezza, non possiamo fare altro che ripercorrere la salvezza di Dio nella nostra vita insieme alle parole del Salmista (Salmo 98)

Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto prodigi.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.

Il Signore ha manifestato la sua salvezza,
agli occhi dei popoli ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa di Israele.
Tutti i confini della terra hanno veduto
la salvezza del nostro Dio.
Acclami al Signore tutta la terra,
gridate, esultate con canti di gioia.

Cantate inni al Signore con l'arpa,
con l'arpa e con suono melodioso;
con la tromba e al suono del corno
acclamate davanti al re, il Signore.

Frema il mare e quanto racchiude,
il mondo e i suoi abitanti.
I fiumi battano le mani,
esultino insieme le montagne
davanti al Signore che viene,
che viene a giudicare la terra.
Giudicherà il mondo con giustizia
e i popoli con rettitudine.

Contemplare-agire
Lasciamoci sorprendere da un Dio che abita la notte, così che anche la notte del dolore si apra alla luce pasquale del Figlio di Dio crocifisso e risorto. Nel mistero del Verbo incarnato è apparsa agli occhi della nostra mente la luce nuova del tuo fulgore, perché, conoscendo Dio visibilmente, per mezzo suo siamo rapiti all'amore delle realtà invisibili.


giovedì 16 dicembre 2010

Lectio divina su Mt 1,18-24

IV DOMENICA DI AVVENTO / A

Lectio divina su Mt 1,18-24

Ecco, viene il Signore, re della gloria


Invocare
«Manda il tuo Santo Spirito Paraclito nelle nostre anime e facci comprendere le Scritture da lui ispirate; e concedi a me di interpretarle in maniera degna, perché i fedeli qui radunati ne traggano profitto». «Dio salvatore… t’imploriamo per questo popolo: manda su di esso lo Spirito Santo; il Signore Gesù venga a visitarlo, parli alle menti di tutti e disponga i cuori alla fede e conduca a te le nostre anime, Dio delle Misericordie». (cf. Esortazione Apostolica Postsinodale, Verbum Domini, 16).

Leggere
18 Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19 Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. 20 Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. 21 Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». 22 Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
23 Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi. 24 Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Un momento di silenzio meditativo perché la Parola possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Passi utili alla meditazione
Mt 1,23; 2,5.15.17.23; 4,14; 8,17; 12,17; 13,14.35; 28,20; Lc 1,26-38; 2,1-20; Dt 22,13-27; Sir 15,2; 2Sam 7,14-16; Is 7,10-14

Capire
La liturgia della Parola di questa IV di Avvento, ruota attorno ad un segno e ad una promessa: la nascita di un bambino, a cui sarebbe stato posto il nome «Dio-con-noi». Troviamo questo compimento nel Vangelo, nel segno profetico dell’Emmanuele, in Gesù. Egli è il segno della fedeltà di Dio: la sua venuta inaugura un tempo nuovo. La nostra attesa di Colui che viene, però, non può essere attesa oziosa e passiva, richiede disponibilità e accoglienza.
Il Vangelo, conosciuto come l’annuncio a Giuseppe, collega la nascita di Gesù alla promessa dell’Emmanuele, dichiarando che Gesù è questo “segno” che Dio è con noi.
Per Matteo questo tema verrà ripreso anche alla fina del suo Vangelo quando il Risorto promette ai suoi: «Io sono con voi tutti i giorni …» E nella figura di Giuseppe indica a noi un modello di vera e attiva collaborazione con il disegno di Dio.

Meditare
v. 18: Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Abbiamo appena terminato con la genealogia (i primi 17 versetti), dove al versetto 16 si ricorda. “Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo”. Ora vengono messi in luce i fatti. Anzitutto Matteo non fa altro che mettere in primo piano la persona di Giuseppe e narrare gli avvenimenti secondo il modo di pensare di Giuseppe.
In questo versetto Maria viene già descritta come Madre. C’è un dono che Maria riceve dall’alto un dono da custodire e da vivere.
L’evangelista continua dicendo che Ella appare “incinta” prima di convivere con Giuseppe, il suo promesso sposo. Secondo la legge di Mosè questo errore meritava la pena di morte (Dt 22,20). Ma l’evangelista sottolinea per noi “incinta per opera dello Spirito Santo”. Qui si vuol sottolineare che Giuseppe non c’entra niente con la nascita di Gesù. La gravidanza di Maria avviene prima che lei conviva con Giuseppe, non per una deviazione umana, bensì per volontà divina. In Luca sappiamo come. Matteo, invece, scrive “si trovò incinta”. È la sorpresa più sconcertante e splendida che possa avere una creatura che arriva a concepire l’inconcepibile, il proprio Creatore.
Giuseppe accoglie il Figlio accogliendo Maria.
v. 19: Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Qui non abbiamo una descrizione dell’animo di Giuseppe, però abbiamo una definizione che lo stesso evangelista fa di Giuseppe: “giusto”. Egli è come l’orante del Salmo 119 che cerca Dio e ordina la propria vita secondo la sua volontà e con intima gioia la sua Legge. Nell’AT l’uomo giusto è colui che è accetto a Dio. E Giuseppe rientra in quell’ideale di uomo giusto. Forse ancora non coglie il mistero in profondità ma il suo cuore è grande e da uomo giusto, non obbedisce alle esigenze delle leggi della purezza. La sua giustizia è maggiore. Più tardi Gesù dirà: "Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli" (Mt 5,20).
La grandezza umana di Giuseppe: preferendo Maria alla propria discendenza, scegliendo l’amore invece della generazione, ci dice che è possibile amare senza possedere.
vv. 20-21: Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Giuseppe continua a pensare, agisce in base a ciò che ha dentro, e che nel sonno emerge in libertà: Giuseppe, l’uomo giusto ha i sogni stessi di Dio: la sua parola parla nel sonno delle altre parole. Entrare nel sogno di Dio fa scoprire di essere figli. È scoprire la dimensione più profonda della vita e degli eventi. Per Giuseppe c’è qualcosa di più, un appellativo solenne: “Giuseppe, figlio di Davide”. Risentiremo nuovamente questo titolo, ma soltanto a Gesù (cfr. Mt 1,1; 9,27; 20,30ss.). In Giuseppe accade il risveglio e le speranze della profezia di Natan a Davide si fanno realtà. L’erede delle promesse è chiamato dalla Parola ad accogliere il dono con decisione e libertà. Egli è chiamato da Dio con quella dolce parola «Non temere». Anche nella creazione ad Adamo fu rivolta questa parola, purtroppo la sua risposta è stata: «Ho avuto paura» (Gen 3,10). Giuseppe invece non ascolta la paura e diventa vero padre di Gesù. È l'inizio del nuovo cielo e della nuova terra, annunciati da Isaia (Is 65,17). Per lui vale davvero il primato dell’amore: accogliere Maria e il dono che lei porta; lasciare che la Parola risvegli nel profondo quel sogno segreto che è Dio stesso.
Notiamo che il figlio di Maria riceverà due nomi. In questo versetto leggiamo un nome comune: Gesù. Esso deriva dalla forma greca del nome ebraico Yeshua o Yeshu, che sono la forma abbreviata di Joshua. Il significato originale di Joshua probabilmente era «Jwhw aiuta». Ma il nome è stato poi legato alla radice ebraica che significa «salvare» (ys') e iterpretato «Dio salva». È il nome di Dio, la sua realtà per chi lo invoca: «Chiunque invocherà il nome del Signore, sarà salvato» (At 2,21). In nessun altro nome c’è salvezza (At 4,12), perché è il nome dal quale ogni nome prende vita. Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati. Quest’espressione va interpretata alla luce degli insegnamenti contenuti nell’AT, nel quale troviamo tale espressione, “salverà il suo popolo”, con riferimento a Dio stesso. Infatti, nel libro del profeta Zaccaria leggiamo: “Il Signore loro Dio in quel giorno salverà come un gregge il suo popolo, come gemme di un diadema brilleranno sulla sua terra” (Zc 9,16). La frase di Matteo, inoltre, intende affermare che in questo Bambino che sta per nascere sarà presente Dio stesso.
vv. 22-23: Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi. In questo versetto viene citato Is 7,14, dove al re è promesso un figlio, garanzia della fedeltà di Dio. È un segno che il re non osa chiedere e che Dio invece vuol dargli. I racconti evangelici (Mt 1,18-25; Lc 1,26-38) considerano la concezione verginale un'opera divina che supera ogni comprensione e ogni possibilità umana (Lc 1,34): “Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”, dice l'angelo a Giuseppe riguardo a Maria, sua sposa (1,20).
Nella profezia di Isaia vi è contenuta anche una sfiducia in Dio. Il non fidarsi di Dio, come è, in questo caso, il comportamento di Acaz, è una storia antica, che puntualmente si ripete; ma, nonostante ciò, Dio, continua ad offrire la sua luce e la sua salvezza al singolo e all'intera umanità, in ogni tempo.
Il segno che viene dato vuole indicare che Dio è a fianco dell’uomo, così come possiamo capire dal secondo nome che viene dato al Bambino: Emmanuele, che significa Dio con noi. Nell'uscita dall'Egitto, nell'Esodo, Dio scende accanto al popolo oppresso e dice a Mosé: «Io sarò con te» (Es 3,12) e da quel momento in poi non abbandona più il suo popolo. Gesù è il «Dio - che - salva» perché è il «Dio – con - noi». E se Dio è con noi e per noi, chi sarà contro di noi (cfr. Rm 8,32ss)? «Con» significa relazione, intimità, unione, consolazione, gioia, sforzo. Lui è sempre con noi, in nostra compagnia (28,20).
v. 24: Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa. Il sonno di Giuseppe si trasforma. La Parola del Signore trasforma i dubbi e i sogni: è il segno di un risveglio, di una resurrezione.
La resurrezione nasce dopo una lunga prova. Giuseppe sembra imitare la sua sposa: scava nel pozzo del cuore per accogliere il Bambino. L’accoglienza del bambino è l’accoglienza della madre. Maria lascia la casa del sì detto a Dio e va nella casa del sì detto a un uomo. Maria è la donna del sì, ma il suo primo sì l’ha detto a Giuseppe, l’angelo la trova già promessa, già legata, già innamorata.
Giuseppe porta nella sua casa Maria. La casa è il luogo dove Dio si fa prossimo, si fa vicino, perché parla prima di tutto attraverso i volti delle persone che ci ha messo accanto, ci guarda prima di tutto con lo sguardo delle persone che vivono accanto a noi.

Il Vangelo nel pensiero dei Padri della Chiesa
L’evangelista Matteo descrive con brevi parole ma con piena verità la nascita del Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo, che, eterno Figlio di Dio prima di tutti i secoli, apparve nel tempo come figlio dell’uomo, discendendo dalla generazione dei padri da Abramo fino a Giuseppe, sposo di Maria. E conveniva sotto ogni aspetto che Dio, volendo farsi uomo per amore degli uomini, non nascesse se non da una vergine; poiché non poteva avvenire che una vergine desse la vita ad altri che al Figlio di Dio. “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele”, che significa Dio con noi (Is 7,14). Il nome col quale il profeta chiama il Salvatore “Dio con noi”, sta a significare le due nature di Cristo nell’unica Persona del Figlio di Dio. Nato dal Padre prima del tempo, nella pienezza dei tempi è divenuto nel seno della Madre l’Emmanuele, cioè Dio con noi; si è degnato di assumere la nostra fragile natura nell’unità della sua Persona quando “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14), cioè incominciò ad essere in modo mirabile quel noi siamo, senza cessare di essere quello ch’egli era, assumendo la nostra natura in modo da non perdere la sua. Maria diede alla luce il suo Figlio primogenito, cioè il Figlio del suo seno; diede alla luce colui che prima della creazione era Dio nato da Dio, e nella sua umanità creata era al di sopra di ogni creatura. “E lo chiamò Gesù” (Mt 1,25). Gesù perciò è il nome del Figlio della Vergine, annunziato dall’angelo, a significare che egli avrebbe salvato il suo popolo dai suoi peccati. Colui che salva dai peccati salverà anche dal disordine derivante dai peccati nell’anima e nel corpo.
La parola Cristo indica dignità sacerdotale o regale. Nella Legge i sacerdoti e i re erano chiamati “cristi” da “crisma”, cioè unzione con l’olio sacro: erano un segno di colui che al suo apparire nel mondo come il vero Re e Pontefice, fu “consacrato con olio di letizia a preferenza dei suoi eguali” (Sal 44,8). Da questa unzione, cioè crisma, deriva la parola “Cristo”; e coloro che partecipano all’unzione di lui, cioè alla sua grazia spirituale, sono chiamati “cristiani”.
Il Signore nostro Gesù Cristo, che è il Salvatore, si degni di salvarci dai peccati, egli che è il Pontefice, ci riconcili con Dio Padre; ci doni l’eterno regno del Padre suo e, egli che è Re e vive e regna col Padre e lo Spirito Santo per i secoli eterni. Amen. (Dalle “Omelie” di San Beda il Venerabile, sacerdote)

Di fatto, Maria dette i natali senza il concorso di un uomo. Cosí come all`origine, Eva è nata da Adamo senza che vi sia stato incontro carnale, del pari è successo per Giuseppe e Maria, la Vergine sua sposa. Eva mise al mondo l`assassino Caino, Maria il Vivificatore. Quella mise al mondo colui che sparse il sangue di suo fratello (cf. Gen 4,1-16), questa colui il cui sangue fu sparso dai suoi fratelli. Quella vide colui che tremava e fuggiva a causa della maledizione della terra (cf. Gen 4,10-14); questa colui che, avendo assunto su di sé la maledizione, la inchiodò alla croce (cf. Col 2,14). Il concepimento della Vergine ci insegna che colui che, senza legame di carne, ha messo al mondo Adamo facendolo uscire dalla terra vergine, ha anche formato senza legame di carne il secondo Adamo nel seno della Vergine. Il primo Adamo era ritornato nel seno di sua madre da questo secondo Adamo, che non vi ritornò, colui che era sepolto nel seno di sua madre, ne fu tratto. Maria cercava di convincere Giuseppe che il suo concepimento era opera della Spirito, ma egli non le credette, perché era cosa insolita. Al vedere in lei, nonostante la sua gravidanza, un atteggiamento sereno, "egli, nella sua giustizia, non voleva denunciarla pubblicamente" (Mt 1,19); ma non per questo fu maggiormente disponibile ad accettarla, come marito, visto che pensava che si fosse unita ad un altro. Decise perciò «nella sua giustizia», di non prenderla, ma anche di non calunniarla. Cosí "un angelo gli apparve e gli disse: Giuseppe, figlio di David" (Mt 1,20). Cosa meravigliosa che lo chiami, anche lui, «figlio di David»!, ricordandogli il primo dei suoi antenati, David, al quale Dio aveva promesso che "dai frutti delle sue viscere" (Sal 132,11), avrebbe suscitato il Messia secondo la carne.
"Non temere di prendere Maria come tua sposa, perché ciò che è in lei è opera dello Spirito Santo" (Mt 1,20). E se tu dubiti del concepimento senza legami carnali della Vergine, ascolta le parole di Isaia: "Ecco, la vergine concepirà" (Is 7,14). E quelle di Daniele: "La pietra si staccò senza l`aiuto delle mani" (Dn 2,34). Non si tratta di quest`altra parola: "Guardate la montagna e i pozzi" (Is 51,1). Qui, in effetti, si tratta dell`uomo e della donna; là, invece, è detto: «Senza l`aiuto delle mani». Cosí come, per Eva, Adamo aveva ricoperto il ruolo di padre e di madre, del pari Maria per Nostro Signore. (Efrem, Diatessaron, 2, 2s.)

Alcune domande per la riflessione personale e il confronto
Quale rispetto di fronte al mistero di Dio? Anche noi riusciamo a intuire che Dio interviene nella nostra vita, nella nostra storia oppure vogliamo fuggire in segreto?
Ci fidiamo di Dio? Oppure rinnoviamo la storia antica?
Siamo convinti che siamo chiamati alla paternità (o maternità) di Dio?
Abbiamo sperimentato nella nostra vita (anche nella vita di coppia) come Dio scombina i nostri progetti?

Pregare
Soffermiamoci a contemplare quell'itinerario silenzioso da Nazareth a Betlemme prendendo coscienza, per fede, che anche in noi, oggi, il Signore è l'Emmanuele: il Dio con noi. Rispondiamo col Sal 23:

Del Signore è la terra e quanto contiene:
il mondo, con i suoi abitanti.
È lui che l’ha fondato sui mari
e sui fiumi l’ha stabilito.

Chi potrà salire il monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli.

Egli otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.


Contemplare-agire
Giuseppe diventa padre nel momento che obbedisce, che si affida tutto alla parola di Dio. Anche noi siamo chiamati a questa paternità, a generare Gesù.

mercoledì 8 dicembre 2010

Lectio divina su Mt 11,2-11

III DOMENICA DI AVVENTO / A

Lectio divina su Mt 11,2-11

Vieni, Signore, a salvarci


Invocare
«Manda il tuo Santo Spirito Paraclito nelle nostre anime e facci comprendere le Scritture da lui ispirate; e concedi a me di interpretarle in maniera degna, perché i fedeli qui radunati ne traggano profitto». «Dio salvatore… t’imploriamo per questo popolo: manda su di esso lo Spirito Santo; il Signore Gesù venga a visitarlo, parli alle menti di tutti e disponga i cuori alla fede e conduca a te le nostre anime, Dio delle Misericordie». (cf. Esortazione Apostolica Postsinodale, Verbum Domini, 16).

Leggere
2Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò 3a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». 4Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: 5i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. 6E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». 7Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? 8Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! 9Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. 10Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via. 11In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.

Un momento di silenzio meditativo perché la Parola possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Passi utili alla meditazione
Gen 49,10; Sal 118,26; Zc 9,9; Ml 3,1; Eb 10,27; Es 23, 20; Is 26,19; 29,18; 32,3-4; 35, 4-6; 61,1-2.

Capire
Siamo nella terza domenica d’Avvento, detta domenica “Gaudete”, prendendo spunto dall’antifona d’ingresso con cui la Chiesa introduce la Liturgia eucaristica di questo giorno: Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino. (Fil 4,4.5). È la gioia che scaturisce nel buio della nostra esistenza, ove siamo chiamati ad incamminarci e rileggere nella nostra vita, con la luce nel cuore, la Parola del Signore.
Il Vangelo odierno, è nel contesto di una serie di racconti circa l’attività di Gesù che fa seguito al discorso sull’apostolato (Mt 11-12). Non vengono narrati molti miracoli, ma l’evangelista pone l’accento sulla polemica fra Gesù e i suoi avversari, in un crescendo che continuerà per tutto il resto del vangelo.
In questa sezione, dominata in modo preponderante dalla diffidenza e dall'ostilità, la predicazione di Gesù è costretta a farsi misteriosa e Gesù per non togliere del tutto la luce dei suoi insegnamenti al popolo d'Israele, propone sotto il velo del genere parabolico i vari aspetti della misteriosa realtà del Regno.

Meditare
vv. 2-3: Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Facciamo qui un salto da 4,12, punto in cui del Battista non sappiamo nulla. Adesso si trova in carcere, un luogo di segregazione, un mondo a parte. *
Un giorno Paolo scrivendo a Timoteo dirà “la Parola di Dio non è incatenata” (2Tim 2,9), non si lascia mettere nessuna catena, essa è viva come dice l’autore della lettera agli Ebrei, Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore (Eb 4, 12). Giovanni è convinto di questo e non ripiega la sua vita su se stesso, anzi, non smette di fissare lo sguardo verso ciò che ritiene lo scopo della sua vita: preparare la strada al Messia. In Lui è tutta la sua gioia, da Lui aspetta la sua salvezza. È attento ai segni dei tempi anche se questi segni sono molto diversi da quelli da lui stesso annunciati.
Ora però gli sorgono dubbi. Non sappiamo il motivo per cui il Battista è spinto alla domanda; forse l’ambiente stesso l’ha portato a questo. In questo momento egli rappresenta tutti quegli uomini giusti dell´AT e di tutte le epoche, che hanno il valore di esprimere i loro dubbi, di mettersi in discussione con serietà, di cercare una risposta alle loro domande.
Giovanni da uomo pieno di Spirito Santo si mette in discussione e si apre ad una nuova proposta da parte di Dio, pur con la fatica che avrà fatto nel comprendere questo progetto. La sua è una domanda aperta alla verità che gli viene da un Altro.
vv. 4-5: Gesù rispose loro: Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. La risposta di Gesù non è diretta, ma facendo parlare i fatti, attesta esplicitamente la sua missione. I verbi “udite” e “vedete” messi al presente descrivono un'azione che si sta svolgendo ora, in questo momento, con tendenza a durare verso un immediato futuro.
Con una serie di coppie di prodigi da lui operati ieri ed oggi, con i verbi al presente, Gesù invita, non solo Giovanni, ma i discepoli di ogni tempo, a leggere i segni dei tempi per riconoscervi la presenza del Messia Gesù. Questa “è la via della fede, che iniziando dall’attività visibile culmina nel riconoscimento di Gesù. È la via che conduce dall’oscurità alla luce, dal segno alla realtà” (W. Trilling).
Gesù in questo momento cita l’AT è il metodo narrativo matteano per affermare che in Gesù Cristo le Scritture hanno avuto il loro compimento. Egli non fa altro che invitarci a raccontare noi stessi ciò che abbiamo visto e udito. A farci degli interrogativi sulla verità nascosta. È un incitamento anche per noi ad essere svegli per essere portatori di un annuncio vivo e vissuto della nostra fede in Lui.
v. 6: E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!. Abbiamo un invito alla lettura dei segni dei tempi per dare risposta a noi stessi e a quanti ci circondano, ove vi è racchiusa una beatitudine. Gesù le aveva già proclamate le beatitudini. Qui ne aggiunge ancora una. Essa è legata a questo atteggiamento del discepolo che lascia che il Maestro gli insegni la via per giungere al Regno di Dio. Quanti infatti sapranno accogliere questo messaggio e questo stile di vita senza che esso gli provochi inciampo nel cammino, saranno felici perché avranno trovato la via della vita e della vera libertà.
La parola “scandalo” vuole indicare (in greco) la pietra d’inciampo preparata per colpire di sorpresa una persona. Gesù qui si presenta come uno che “scandalizza”. Ma lo scandalo di cui parla Gesù è quello che scaturisce dal vivere radicalmente il vangelo, quello che ci scuote dalle nostre abitudini di vita e dai nostri schemi mentali. A nostra volta, siamo chiamati tutti a “scandalizzare” il mondo con lo scandalo del vangelo dimostrando con la vita di non assoggettarsi a usi e costumi lontani dalla fede cristiana, di rifiutare compromessi che provocherebbero ingiustizie, di preoccuparsi dei poveri e degli ultimi.
v. 7: Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Sembra la corsa della curiosità. Gesù ancora ci interpella con queste parole. In particolare noi che continuiamo a seguirlo, ad ascoltarlo. Certo in questo momento Gesù elogia il battista perché non è come noi che continuiamo ad arrampicarci sugli specchi o che passiamo da un pensiero ad un altro. Egli è il discepolo fedele, che ha annunciato con schiettezza gridandolo alla coscienza di ognuno.
Giovanni compie il suo ministero in funzione della venuta di Gesù, su di lui occorre riflettere probabilmente per poter accogliere meglio il Messia. È un vero elogio che Gesù fa del suo Precursore: gli riconosce una solidità interiore; non si è lasciato agitare dai venti contrari seguendo ora questo, ora quello. Giovanni non è una canna sbattuta dal vento; il solo vento che lo muove è quello dello Spirito che lo ha condotto nel deserto, dove ha predicato la conversione e il ritorno a Dio.
v. 8: Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Gesù ribadisce cercando di arrivare all’identità del Battista: Un profeta è fuori dal nostro modo di pensare. Il suo status non è un privilegio, ma una missione; anzi la sua scelta così radicale dice il totale abbandono del mondo per dare a Dio il primato di tutto, per dire che Dio è l’unico vero bene. Questo è un interrogativo per noi quando non siamo in grado di accettare i profeti, quando non accettiamo coloro che parlano nel nome del Maestro.
Giovanni non ha voluto immischiarsi con faccende politiche, con riconoscimenti e favoritismi. Egli era anzitutto un “modello di sopportazione e di pazienza” (Gc 5,10) e come tale egli è l’araldo del Signore. Anzi, il richiamo al rispetto della Legge di Dio gli ha procurato la prigionia da parte dei potenti.
v. 9-10: Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via. Anche noi, spesso, ci ritiriamo nel deserto. Un po’ suggerito da un animatore religioso. Un po’ perché lo desideriamo per fare una pausa nella nostra vita. Ma nonostante questo, Gesù ci ripete la domanda.
La prima domanda fatta da Gesù dovrebbe scuotere le nostre coscienze che spesso confondiamo i verbi, le parole. Vedere non è imparare. Dio non si impara ma si vede perché Lui si mostra. Il profeta non insegna Dio, ma lo mostra e Giovanni non ha fatto altro che mostrare Dio. Giovanni è un profeta, l’ultimo dei profeti che annunciavano l’intervento di Dio a favore del suo popolo.
Questo messaggero divino, che è stato Giovanni il Battista, ha preparato la strada al Signore. In questo modo Matteo sta definendo in modo indiretto la natura divina di Gesù.
Anche noi dovremmo fare o stare nel deserto per ritrovare la “via santa” e preparare la via al Signore.
v. 11: In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. È un elogio notevole che Giovanni riceve da Gesù, anche se alla fine sembra negare questa grandezza ineguagliata di Giovanni. Tuttavia la logica del Regno dei cieli è un’altra. Con Gesù, cioè Dio che viene a noi, il Regno non è più guadagnato con sforzi umani, ascesi, meriti derivanti da una buona condotta. Nel suo discorso della montagna il Maestro insegnava: “beati i poveri, perché di essi è il Regno dei cieli. A chi non ha nulla, neppure opere buone da offrire da Dio (e di cui vantarsi), e si presenta a Lui in totale nudità e vuoto, a questi è data la beatitudine del Regno.” Dirà Paolo in Romani 14,17 “il regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo”. La grandezza del Regno rende grande colui che ne fa parte ed è puro dono gratuito dell’Amore di Dio per noi. I più piccoli del Regno sono coloro che assumono la forma di schiavo e sull’esempio del figlio di Dio “nato da Donna” (Gal 4,4), desiderano servire tutti «fino alla morte di Croce» (Fil 2,6-11).
In altri luoghi Gesù stesso spiegherà: chi osserva la santa Legge di Dio, è grande nel Regno (Mt 5,19); chi si lascia fare come un bambino, è «il più grande nel Regno dei cieli»(Mt 18,4). Il centro è lui. Tutto deriva dal Padre mediante lui, che dona lo Spirito. Tutto torna al Padre mediante lui, con il dono dello Spirito.

Il Vangelo nel pensiero dei Padri della Chiesa
Giovanni la voce, il Signore, invece, in principio era il Verbo. Giovanni, voce nel tempo, Cristo in principio Parola eterna. Togli la parola, che cos'è la voce? Non ha nulla d’intellegibile, è strepito a vuoto. La voce, senza la parola, colpisce l'orecchio, non apporta nulla alla mente. Nondimeno, proprio nell'edificazione della nostra mente, ci rendiamo conto dell'ordine delle cose. Se penso a quel che dirò, la parola è già dentro di me; ma, volendo parlare a te, cerco in qual modo sia anche nella tua mente ciò che è già nella mia. Cercando come possa arrivare a te e trovar posto nella tua mente la parola che occupa già la mia, mi servo della voce e, mediante la voce, ti parlo. Il suono della voce ti reca l'intelligenza della parola; appena il suono della voce ti ha recato l'intelligenza della parola, il suono stesso passa oltre; ma la parola, a te recata dal suono, è ormai nella tua mente e non si è allontanata dalla mia. Perciò il suono, proprio il suono, quando la parola è penetrata in te, non ti sembra dire: Egli deve crescere ed io, invece, diminuire? La sonorità della voce ha vibrato nel far servizio, quindi si è allontanata, come per dire: Questa mia gioia è completa. Conserviamo la parola, badiamo a non perdere la parola concepita nel profondo dell'essere. Vuoi aver la prova che la voce passa e il Verbo rimane? Dov'è ora il battesimo di Giovanni? Egli adempì il suo servizio e scomparve. Ora si accorre con frequenza al Battesimo di Cristo. Tutti siamo credenti in Cristo, speriamo salvezza in Cristo: questo annunziò la voce. E poiché è certo difficile distinguere la parola dalla voce, anche lo stesso Giovanni fu ritenuto il Cristo. La voce fu creduta la Parola: ma la voce riconobbe se stessa per non recare danno alla Parola. Disse: Io non sono il Cristo, né Elia, né un profeta. Gli fu chiesto: Dunque, chi sei? Io sono - disse - la voce di uno che grida nel deserto: preparate la via al Signore. Voce di uno che grida nel deserto, voce di uno che rompe il silenzio. Preparate la via al Signore, quasi a dire: per questo io grido, per introdurre lui nel cuore; ma non può degnarsi di venire per dove voglio introdurlo se non preparerete la via. Che vuol dire: preparate la via, se non: elevate suppliche degne? Che vuoi dire: preparate la via, se non: siate umili nei vostri pensieri? Da lui stesso prendete esempio di umiltà. È ritenuto il Cristo, afferma di non essere quel che viene creduto, né sfrutta per il suo prestigio l'errore altrui. Se avesse detto: Sono io il Cristo, con quanta facilità egli non avrebbe convinto, dal momento che se ne aveva la persuasione prima ancora che parlasse? Non lo disse: si riconobbe, si distinse, si umiliò. Avvertì dov'era per lui la salvezza: comprese di essere lucerna ed ebbe timore perché non venisse spenta dal vento della superbia. (Dai Discorsi di sant’Agostino, Disc. 293,3).

Ma ascoltiamo quello che [Gesù] dice di Giovanni, dopo che i discepoli di questo si sono allontanati: "Cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento?" (Mt 11,7). Così dicendo certamente intendeva negare, non affermare. La canna, infatti, alla brezza più lieve si piega in un’altra parte. E cosa s’intende per canna se non un animo carnale, che appena è sfiorato dalla lode o dal biasimo subito si piega da questa o da quella parte? Se infatti dalla bocca degli uomini soffia il vento della lode, si rallegra, si riempie di orgoglio e tutto si strugge in tenerezza. Ma se da dove veniva il vento della lode soffia il vento del biasimo, subito s’inclina dall’altra parte accendendosi d’ira. Giovanni però non era una canna agitata dal vento, poiché‚ non si lasciava blandire dal favore né il biasimo lo irritava, da qualunque parte venisse. La prosperità non lo rendeva orgoglioso e le avversità non potevano prostrarlo. Pertanto, Giovanni non era una canna agitata dal vento, dal momento che nessuna vicissitudine umana riusciva a smuoverlo dalla sua fermezza. Impariamo perciò, fratelli carissimi, a non essere come una canna agitata dal vento, rafforziamo l’animo nostro in mezzo ai soffi delle lingue, e rimanga inflessibile lo stato della mente. Nessun biasimo ci spinga all’ira, nessun favore ci inclini a una sterile debolezza. La prosperità non ci faccia insuperbire, le avversità non ci turbino, di modo che, radicati in una solida fede, non ci lasciamo smuovere dalla mutevolezza delle cose transitorie. Così continua ad esprimersi [Gesù] riguardo a Giovanni: "Ma che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito di morbide vesti? Ecco, quelli che portano morbide vesti abitano nei palazzi dei re" (Mt 11,8). Infatti descrivono Giovanni vestito con peli di cammello intrecciati. E cos’è questo: "Ecco, quelli che portano morbide vesti abitano nei palazzi dei re", se non un dire apertamente che quanti rifuggono dal soffrire amarezze per amore di Dio e sono dediti soltanto alle cose esteriori, militano non per il regno celeste, ma per quello terreno? Nessuno dunque creda che nel lusso e nella preoccupazione delle vesti non ci sia alcun peccato, poiché se non ci fosse colpa, il Signore non avrebbe affatto lodato Giovanni per l’asprezza delle sue vesti... E già Salomone aveva detto: "Le parole dei savi sono come pungoli, e come chiodi piantati profondamente" (Qo 12,11). A chiodi e a pungoli sono paragonate le parole dei sapienti, perché esse non sanno accarezzare le colpe dei peccatori, ma bensì le pungono. "Ma chi siete andati a vedere nel deserto? Un profeta? Sì, vi dico; e più che un profeta" (Mt 11,9). È infatti compito del profeta predire le cose future, non indicarle. Giovanni è più che un profeta, perché indicò, mostrandolo, colui del quale nel suo ufficio di precursore aveva profetato. Ma poiché‚ [Giovanni] non è una canna agitata dal vento, poiché non è vestito di morbide vesti, poiché‚ il nome di profeta non basta a dire il suo merito, ascoltiamo dunque in che modo possa essere degnamente chiamato. Continua [il Vangelo]: "Egli è colui del quale sta scritto: Ecco io ti mando innanzi il mio angelo, perché prepari la tua via dinanzi a te" (Ml 3,1). Ciò che in greco viene espresso col termine angelo, tradotto, significa messaggero. Giustamente, dunque, viene chiamato angelo colui che è mandato ad annunziare il sommo Giudice: affinché‚ dimostri nel nome la dignità dell’azione che compie. Il nome è certamente alto, ma la vita non gli è inferiore (Gregorio Magno, Hom. 6, 2-5).

Alcune domande per la riflessione personale e il confronto
Per Giovanni Battista fu difficile riconoscere, in Gesù, il Messia. E noi? Lo conosciamo? Lo riconosciamo?
La domanda di Gesù si rinnova ancora oggi per noi. Nel deserto cosa siamo andati a vedere? Che tipo di deserto è la nostra vita? Cosa andiamo a cercare?
Pensando alla figura di Giovanni già presentata dai Vangeli, come uomo e come profeta, che punti in comune e che punti divergenti abbiamo noi con la sua persona?
Riprendiamo la risposta di Gesù ai messaggeri di Giovanni: quali sono i segni del regno che danno un senso salvatore e liberatore alla nostra presenza cristiana nel quartiere, nella comunità?

Pregare
Ancora una volta, è la stessa liturgia che, nel salmo responsoriale di oggi, ci offre la preghiera che innalziamo al Dio della nostra gioia, datore di ogni salvezza. Dal Salmo 145:

Il Signore è fedele per sempre,
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.

Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge lo straniero.

Egli sostiene l'orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie degli empi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, per ogni generazione.

Contemplare-agire
Condividiamo e comunichiamo la nostra fede e le nostre preghiere… Prepariamo la venuta del Salvatore con la speranza, la gioia e la carità. Siamo per i nostri fratelli luce che li illumina e li incammina verso Cristo.



giovedì 2 dicembre 2010

Lectio divina su Mt 3,1-12

II DOMENICA DI AVVENTO / A

Lectio divina su Mt 3,1-12

Vieni, Signore, re di giustizia e di pace


Invocare
«Manda il tuo Santo Spirito Paraclito nelle nostre anime e facci comprendere le Scritture da lui ispirate; e concedi a me di interpretarle in maniera degna, perché i fedeli qui radunati ne traggano profitto». «Dio salvatore… t’imploriamo per questo popolo: manda su di esso lo Spirito Santo; il Signore Gesù venga a visitarlo, parli alle menti di tutti e disponga i cuori alla fede e conduca a te le nostre anime, Dio delle Misericordie». (cf. Esortazione Apostolica Postsinodale, Verbum Domini, 16).

Leggere
1 In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea 2dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». 3Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! 4E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. 5Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui 6e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. 7Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente? 8Fate dunque un frutto degno della conversione, 9e non crediate di poter dire dentro di voi: «Abbiamo Abramo per padre!». Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. 10Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. 11Io vi battezzo nell'acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 12Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

Un momento di silenzio meditativo perché la Parola possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Passi utili alla meditazione
Is 11,1-10; 40,3-5; 41,18-20; 43,19; Am 5,18-20; Rm 1,18; Ger 15,7; 46,22; Ap 14,14; Sal 140.

Capire
Il profeta Isaia è il profeta chiave dell’Avvento del Signore. Questa domenica ne abbiamo “uno più grande” (Mt 11,11): Giovanni il Battista. L’evangelista Giovanni, nel suo vangelo, presenta la sua grandezza in tre modi: personalmente, in testimonianza e moralmente.
La predicazione del Battista non è altro che per i suoi uditori la stessa predicazione di Gesù partendo da quello stesso invito alla conversione: “il regno dei cieli è vicino”. Non rimane altro tempo per la conversione. La forma fisica della sua figura, il vestito, il cibo, la voce, la riva del fiume sono lo sfondo o quel tempo breve di cui si parla, per accogliere l’invito.
Il primo passo da fare è metterci davanti al Signore e ascoltare la sua Parola perché giunga sino al cuore e lo trasformi.

Meditare
v. 1: In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea. L’evangelista Matteo presenta la venuta di Giovanni, il Battista nel deserto della Giudea come la venuta di Elia, il Tisbita (cfr. 1Re 17,1): di lui non dice nulla, ma solo il nome e il “soprannome” che indica la missione di colui che immerge nell’acqua, come segno del desiderio di purificazione.
Giovanni venne a “predicare”. La cosa principale è l’annuncio della Parola. Egli è colui che annunzia, proclama, intima (dall’etimologia greca di profeta). Ora questa predicazione avviene “nel deserto”. Il deserto lo sappiamo, non c’è nulla ma solo morte. Però il deserto è il luogo della speranza di ogni pio israelita (cfr. Es 15,22-18,27), dell’incontro tra lo sposo e la sposa (cfr. Os 2,12). Lì il Signore della vita fa nuove tutte le cose (Ap 21,5).
Il deserto è il luogo da dove verrà la salvezza: “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa” (Is 43,19).
v. 2: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Giovanni predica dicendo: “Convertitevi”. Questa parola (dal greco metanoein) vuole indicare il “cambiare modo di pensare”. Nel Vangelo di Matteo l’espressione é ripetuta ben cinquanta volte, mentre gli altri Evangelisti, Luca e Marco, preferiscono usare l’espressione “Regno di Dio” che indica la stessa identica Realtà; una realtà che non ha nulla a che vedere con i regni di questo mondo.
Inoltre, queste sono L’espressione oltre ad esser prime parole che proclama il Battista (Mt 3,2), sono anche le parole annunciate da Gesù all'inizio della sua missione (Mt 4,17), e sono le primissime parole che dovranno predicare i discepoli quando saranno inviati in missione (Mt 10,7). Matteo vuole così mostrare Giovanni come l'anticipatore che prepara la strada al Cristo che viene, e i discepoli come i continuatori che proseguono la sua missione.
L’invito del Battista è un richiamo di ritorno a Dio, sembra quasi un registratore che è rimasto acceso nei secoli e che ogni profeta ha gridato. Per poter convertirci, cambiare direzione, volgersi a ciò che può cambiare la nostra vita da dissoluta e infelice, in vita autentica e gioiosa, è necessario cambiare mentalità, cambiare modo di pensare, volgere il nostro interesse verso il modo di porsi a Dio.
Giovanni allo stesso grido dei profeti aggiunge una nota più sublime: perché il regno dei cieli è vicino . Il termine è ricco di gioiosa speranza e corrisponde al Disegno di Dio che tutti siamo chiamati ad attuare in tutti i momenti e gli aspetti della vita. Un Regno spirituale che va ricercato presso Dio, vicino a noi, intorno a noi e dentro di noi.
v. 3: Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Da questo versetto, Matteo presenta il Battista più da vicino dicendoci quale è il posto che Giovanni occupa nel piano di Dio. Già Isaia aveva preannunziato in anticipo questa venuta e sua funzione. Egli, invitava gli esuli Ebrei a organizzarsi per il ritorno in patria dall’esilio in Babilonia, preparando una via nel deserto (Cfr. Is 40,3-59-11).
Giovanni, il Battista è quella “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!”
Quante volte oggi, come ai tempi del Battista, la voce di chi annuncia la Parola del Signore, è come una voce che grida nel deserto delle nostre città, dove le case sono una accanto all’altra, le finestre si aprono quasi a ridosso le une delle altre, ma ciascuno vive come isolato, solo, in un deserto. L’invito pressate è di preparare la via del Signore. Egli è molto discreto, non è invadente, attende che manifestiamo il desiderio di accoglierlo.
vv. 4-6: E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni conduce una vita da asceta. Non era vestito con morbide vesti, non banchettava lautamente. Viveva in modo austero, come i Profeti, avvicinandosi allo stile di Elia (Cfr. 2Re 1,8). La “voce che grida nel deserto” non è inascoltata ma raggiunge tutti e tutti si avvicinano per capire e per ravvedersi. Quando una persona è autentica, la gente lo percepisce ed accorre per avere le indicazioni per una vita autentica, che valga la pena di essere vissuta. “Dove vibra la voce di Dio, non ci si arresta a fuochi di paglia, non si tratta di suggestione collettiva che presto svanisce: è il singolo che viene colpito fino in fondo ed è chiamato a una decisione personale” (W. Trilling). Una voce che grida risuona solo nel deserto della nostra vita, una vita che, una volta purificata dal peccato in virtù dell’opera redentrice di Cristo, attende di rifiorire.
vv. 7-8: Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente? Anche alla predicazione del Battista accorrono molti Farisei e Sadducei per farsi battezzare. Il Battista li sferza aspramente chiamandoli “razza di vipere”. Questi, nel corso del Vangelo si dimostreranno tali (cfr. 12,34; 23,33). L’intenzione di Giovanni è di preparare la via al Signore, ad aprire gli occhi di chi lo ascolta e fare in modo che non siano travolti dal veleno del serpente, e lo fa con il suo carattere focoso, irruente. Anche il profeta Isaia apostrofava gli israeliti così: “Dischiudono uova di serpente velenoso” (Is 59,5).
Il giorno di Jahvè è descritto come “ira imminente”. Non è un giorno di luce ma di tenebre. Questo giorno “alle porte” e sarà violento, fulmineo così come descrive il profeta Amos: “Guai a coloro che attendono il giorno del Signore! Che cosa sarà per voi il giorno del Signore? Tenebre e non luce! Come quando uno fugge davanti al leone e s'imbatte in un orso; come quando entra in casa, appoggia la mano sul muro e un serpente lo morde. Non sarà forse tenebra, non luce, il giorno del Signore? Oscurità, senza splendore alcuno?” (Am 5,18-20).Nessuno pouò sentirsi sicuro, anzi chi della sua vita ne ha fatto una sicurezza (se vogliamo un sentirsi a posto con la coscienza), il giorno del Signore sarà anche per lui.
L’evangelista Matteo continua questo versetto 7 dicendo che il giorno del Signore sicuramente verrà, ma sarà diverso per coloro i quali faranno penitenza.
Fate dunque un frutto degno della conversione. Nel testo greco il termine frutto sia al singolare, come giustamente leggiamo nella traduzione offerta dalla CEI nei nuovi Lezionari. Quale frutto siamo chiamati a portare? Quale frutto maturo appeso all’albero porta la salvezza all’umanità perduta, quando dal frutto di un albero è venuta la morte a causa del peccato? Anche Gesù dirà ai suoi discepoli nell’ultima cena: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16). La conversione deve dimostrarsi coi fatti: nel totale orientamento verso Dio e corrispondere a una vita nuova. Siamo chiamati a portare al mondo lo stesso frutto che ha portato Maria, la Tutta Santa. Lei ci ha donato il Frutto Benedetto del suo Grembo Immacolato con la disponibilità piena alla Parola del Signore! C’è un solo modo per portare frutto come Lei. Essere disponibili ad ascoltare la voce del Signore e metterla in pratica. “Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3,35).
v. 9: e non crediate di poter dire dentro di voi: «Abbiamo Abramo per padre!». Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Alle volte capita che ci rifugiamo dietro alle nostre belle opere o alla nostra pia devozione. Il vangelo ci dice che non è sufficiente. Anche l’israelita che si vanta di essere discendente di Abramo, non è sufficiente. È necessaria la vera conversione, un mutamento radicale di fede per comprendere la verità che è luce sfolgorante. Di fronte ad essa si è liberi di farsi illuminare la mente per discernere il cammino posto di fronte a noi e incamminarsi al seguito di Colui che viene per portare la salvezza, o chiudere l’intelligenza alla illuminazione e continuare il cammino ponendo la fiducia nella ricchezza, nel potere, nel dominio andando verso il disfacimento. Il beato J.H. Newmann faceva capire che questo nuovo orientamento della Parola di Dio va inteso così: «Qui in terra vivere è cambiare ed essere perfetto è aver cambiato spesso».
v. 10: Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Il versetto descrive due categorie di alberi. Ma descrive anche un tempo breve per il discernimento. Ritorna per noi la parola “frutto”. L’aggettivo che accompagna il termine frutto nell’originale greco è bello. Bello, perché ciò che è buono è anche bello, ed è bello non solo nell’apparenza, ma anche nell’interiorità. Questa estetica che troviamo nella Parola di Dio, l’autore sacro la descrive così: “Dio vide che tutto era bello” (Gen 1,4.10.12.18.21.25.31). Colui che fa discernimento deve trovare il suo frutto bello in Colui che ha dato origine a tanta bellezza! C’è tanto bisogno di discernimento, perché molte cose che attraggono lo sguardo per la loro apparenza esterna, in realtà all’interno sono piene di marciume e portano alla perdizione. L’immagine della scure posta alla radice degli alberi esprime l’urgenza della conversione.
v. 11: Io vi battezzo nell'acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Qui inizia l’annuncio del Messia. L’espressione “Per la conversione” è propria di Matteo per indicare non l’effetto, ma lo scopo del battesimo di Giovanni. Il “Veniente” è più forte e battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Nel Vangelo di Giovanni si legge che il Battista dichiara apertamente: “Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui. Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3,28-30).
Giovanni Battista assume in pieno il suo mandato di precursore. Prepara l’umanità ad accogliere Colui che prende la sua stessa carne per farsi un tutt’uno con Lei. Il dono che farà lo sposo sarà lo Spirito Santo. Isaia l’aveva preannunziato: “infine in noi sarà infuso uno spirito dall'alto; allora il deserto diventerà un giardino” (32,15) e ancora “Verserò il mio spirito sulla tua discendenza, la mia benedizione sui tuoi posteri” (44,3).
Anche il fuoco viene distinto. Ci sarà il fuoco del giudizio, ma ci sarà anche il fuoco dell’amore.
v. 12: Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile. Sembra che Giovanni anticipi il modo di parlare di Gesù. Sappiamo benissimo che Gesù il suo parlare è tratto dalla vita. Anche qui abbiamo una immagine tolta dalla vita. E in questa immagine abbiamo una indicazione forte per dire quanto il Signore desidera che ognuno sia purificato e da ciascuno sia tolta ogni cosa vana per godere della vita, e gioire dell’incontro con l’amante dell’umanità per sempre. Il fuoco di cui si parla tanto non è altro che quella potenza che crea e fa nuova ogni cosa. Un popolo che vive il non senso sarà reso nuovo popolo spirituale capace a sua volta, con la grazia divina, di rendere bella ogni cosa.
Non resta altro che accogliere l’invito di san Paolo: “Perciò prego che la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, perché possiate distinguere sempre il meglio ed essere integri ed irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quei frutti di giustizia che si ottengono per mezzo di Gesù Cristo a lode e gloria di Dio” (Fil 1,9-11).
La gioia è il sentimento che emerge negli annunci dei profeti dell’Antico Testamento quando scorgono che il Signore sta per venire in mezzo al suo popolo per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi (Cfr. Lc 4,18).

Il Vangelo nel pensiero dei Padri della Chiesa
Voce di uno che grida nel deserto: «Preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio» (Is 40,3). Dichiara apertamente che le cose riferite nel vaticinio, e cioè l’avvento della gloria del Signore e la manifestazione a tutta l’umanità della salvezza di Dio, avverranno non in Gerusalemme, ma nel deserto. E questo si è realizzato storicamente e letteralmente quando Giovanni Battista predicò il salutare avvento di Dio nel deserto del Giordano, dove appunto si manifestò la salvezza di Dio. Infatti Cristo e la sua gloria apparvero chiaramente a tutti quando, dopo il suo battesimo, si aprirono i cieli e lo Spirito Santo, scendendo in forma di colomba, si posò su di lui e risuonò la voce del Padre che rendeva testimonianza al Figlio: «questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo» (Mt 17,5). Ma tutto ciò va inteso anche in senso allegorico. Dio stava per venire in quel deserto, da sempre impervio e inaccessibile, che era l’umanità. Questa infatti era un deserto completamente chiuso alla conoscenza di Dio e sbarrato a ogni giusto e profeta. Quella voce, però, impone di aprire una strada verso di esso al Verbo di Dio; comanda di appianare il terreno accidentato e scosceso che ad esso conduce, perché venendo possa entrarvi: Preparate la via del Signore (Cfr. Ml 3,3).
Preparazione è l’evangelizzazione del mondo, è la grazia confortatrice. Esse comunicano all’umanità la conoscenza della salvezza di Dio. «Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme» (Is 40,9).
Prima si era parlato della voce risuonante nel deserto, ora, con queste espressioni, si fa allusione, in maniera piuttosto pittoresca, agli annunziatori più immediati della venuta di Dio e alla sua venuta stessa. Infatti prima si parla della profezia di Giovanni Battista e poi degli evangelizzatori. Ma qual è la Sion a cui si riferiscono quelle parole? Certo quella che prima si chiamava Gerusalemme. Anch’essa infatti era un monte, come afferma la Scrittura quando dice: «Il monte Sion, dove hai preso dimora» (Sal 73,2); e l’Apostolo: «Vi siete accostati al monte di Sion» (Eb 12,22). Ma in un senso superiore la Sion, che rende nota la venuta di Cristo, è il coro degli apostoli, scelto di mezzo al popolo della circoncisione. Sì, questa, infatti, è la Sion e la Gerusalemme che accolse la salvezza di Dio e che è posta sopra il monte di Dio, è fondata, cioè, sull’unigenito Verbo del Padre. A lei comanda di salire prima su un monte sublime, e di annunziare, poi, la salvezza di Dio.
Di chi è figura, infatti, colui che reca liete notizie se non della schiera degli evangelizzatori? E che cosa significa evangelizzare se non portare a tutti gli uomini, e anzitutto alle città di Giuda, il buon annunzio della venuta di Cristo sulla terra? (Dal «Commento sul profeta Isaia» di Eusébio, vescovo di Cesarèa, Cap. 40 vv. 3.9; PG 24, 366-367).

In quei giorni venne Giovanni a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: "Pentitevi, perché il regno dei cieli è vicino", ecc. In Giovanni bisogna esaminare il luogo, la predicazione, il vestito, il cibo, e ciò per ricordarci che la verità dei fatti non è compromessa, se la ragione di una intelligenza interiore soggiace al compimento dei fatti. Avrebbe potuto esserci, per lui che predicava, un luogo più opportuno, un vestito più comodo e un cibo più appropriato, ma sotto i fatti c’è un esempio nel quale l’atto compiuto è di per sé una preparazione. Giunge infatti nel deserto della Giudea, regione deserta quanto alla presenza di Dio, non del popolo, e vuota quanto all’abitazione dello Spirito Santo, non degli uomini, di modo che il luogo della predicazione attestava l’abbandono di coloro ai quali la predicazione era stata indirizzata. Siccome il regno dei cieli è vicino, egli lancia anche un invito a pentirsi, grazie al quale si torna indietro dall’errore, ci si distoglie dalla colpa e ci si impegna a rinunziare ai vizi dopo averne arrossito, perché egli voleva che la deserta Giudea si ricordasse che doveva ricevere colui nel quale si trova il regno dei cieli, per non essere più vuota in futuro, a condizione di essersi purificata dai vizi di un tempo mediante la confessione del pentimento. La veste intessuta anche con peli di cammello sta a indicare la fisionomia esotica di questa predicazione profetica: è con spoglie di bestie impure, alle quali siamo pareggiati, che si veste il predicatore di Cristo; e tutto ciò che in noi era stato in precedenza o inutile o sordido è reso santo dall’abito di profeta. Il circondarsi di una cintura è una disposizione efficace per ogni opera buona, nel senso che abbiamo la nostra volontà cinta per ogni forma di servizio a Cristo. Per cibo inoltre egli sceglie delle locuste che fuggono davanti all’uomo e che volano via ogni volta che ci sentono arrivare: siamo noi, quando ci allontaniamo da ogni parola dei profeti e da ogni rapporto con essi lasciandoci analogamente portar via dai salti dei nostri colpi. Con una volontà errante, con opere inefficaci, con parole lamentose, con una dimora da stranieri, noi siamo ora quel che costituisce il nutrimento dei santi e l’appagamento dei profeti, essendo scelti nello stesso tempo del miele selvatico per fornire proveniente da noi, il cibo più dolce, estratto non dagli alveari della Legge, ma dai nostri tronchi di alberi silvestri. Predicando dunque in quest’abito, Giovanni chiama i Farisei e i Sadducei che vengono al battesimo "razza di vipere": li esorta a produrre un "frutto degno di penitenza" e a non gloriarsi di "avere Abramo per Padre", perché Dio, da pietre, è capace di suscitare figli ad Abramo. Non è richiesta infatti la discendenza carnale, ma l’eredità della fede. Pertanto il prestigio della discendenza consiste nel carattere esemplare delle azioni e la gloria della razza è conservata dall’imitazione della fede. Il diavolo è senza fede, Abramo ha la fede; l’uno infatti ha dimostrato la sua cattiva fede al tempo della disobbedienza dell’uomo, l’altro invece è stato giudicato mediante la fede. Si acquisiscono dunque i costumi e il genere di vita dell’uno o dell’altro grazie all’affinità di una parentela che fa sì che quanti hanno la fede sono discendenza di Abramo per la fede, e quanti non l’hanno sono mutati in progenie del diavolo per l’incredulità, giacché i Farisei sono chiamati razza di vipere e il gloriarsi di avere un padre santo è loro vietato, giacché da pietre e rocce sorgono figli ad Abramo ed essi sono invitati a produrre frutti degni di penitenza, di modo che coloro che avevano avuto prima per padre il diavolo ridiventino figli d’Abramo per la fede con quelli che sorgeranno dalle pietre. La scure posta alla radice degli alberi testimonia il diritto della potenza che agisce in Cristo, perché essa indica che, abbattendo e bruciando gli alberi sterili, si prepara la rovina dell’inutile incredulità in vista della conflagrazione del giudizio. E col pretesto che l’opera della legge era ormai inutile per la salvezza e che egli si era presentato come messaggero a coloro che dovevano essere battezzati in vista del pentimento il dovere dei profeti, infatti, consisteva nel distogliere dai peccati, mentre era proprio di Cristo salvare i credenti,Giovanni dice che egli battezza in vista del pentimento, ma che verrà uno più forte, i cui sandali egli non è degno di incaricarsi di portare, lasciando agli apostoli la gloria di portare ovunque la predicazione, poiché ad essi era riservato di annunciare coi loro bei piedi la pace di Dio. Fa dunque allusione all’ora della nostra salvezza e del nostro giudizio, quando dice a proposito del Signore: "Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco" - poiché a quanti sono battezzati in Spirito Santo resta di essere consumati dal fuoco del giudizio - "e avendo in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile". L’opera del ventilabro consiste nel separare ciò che è fecondo da ciò che non lo è. Messo nella mano del Signore, indica il verdetto della sua potenza che calcina col fuoco del giudizio il grano che deve essere riposto nei granai e sono i frutti giunti a maturità dei credenti e, d’altra parte, la pula, vacuità degli uomini inutili e sterili. (Ilario di Poitiers, In Matth. 2, 2-4).

Alcune domande per la riflessione personale e il confronto
Forse nessuno ci dirà quale posto occupiamo nel cuore di Dio e per Dio. È il caso allora che la domanda ce la facciamo. Nel profondo di noi stessi, siamo come il Battista? Viviamo la grandezza della nostra vita in testimonianza, come voce di chi grida nel deserto?
Sono convinto che il Signore chiama anche me ad essere lampada tra i miei contemporanei?
Come il Battista, so condurre altre persone a Gesù? Vivo la mia vita in umiltà come il Battista per essere “l’amico dello sposo”?

Pregare
Nel tempo di avvento, la chiesa prega con il salmo 71 (72) per esprimere l'attesa del suo re di pace, liberatore dei poveri e degli oppressi. Invochiamo la sapienza che viene dal cielo perché ci guidi alla comunione con il Cristo, nostro Salvatore.

Dio, dà al re il tuo giudizio,
al figlio del re la tua giustizia;
regga con giustizia il tuo popolo
e i tuoi poveri con rettitudine.

Nei suoi giorni fiorirà la giustizia
e abbonderà la pace,
finché non si spenga la luna.
E dominerà da mare a mare,
dal fiume sino ai confini della terra.

Egli libererà il povero che grida
e il misero che non trova aiuto,
avrà pietà del debole e del povero
e salverà la vita dei suoi miseri.

Il suo nome duri in eterno,
davanti al sole persista il suo nome.
In lui saranno benedette
tutte le stirpi della terra
e tutti i popoli lo diranno beato.

Contemplare-agire
Il tempo di Avvento è un momento forte per noi, per crescere nel rapporto personale con Dio, attraverso la preghiera e la penitenza, nel rapporto con gli altri, attraverso la riconciliazione e il perdono, e nel rapporto con la creazione, attraverso il rispetto e la pace. Sant’Agostino diceva: «Temo il Signore che passa». Tale passaggio del Signore potrebbe trovarci in questo momento della nostra vita distratti e superficiali.